I miei post de L'ora cult come il seguente potete leggerli anche sul blog L'orablu.
Stress da vampiro
(USA 1988)
Titolo originale: Vampire’s Kiss
Regia: Robert Bierman
Cast: Nicolas Cage, Jennifer Beals, Maria Conchita Alonso, Elizabeth Ashley, Kasi Lemmons
Genere: yuppie du
Se ti piace guarda anche: American Psycho, Fuori orario, Voglia di vincere
Ci sono dei film che potrebbero essere dei cult. Potrebbero esserlo facilmente. Prendi Stress da vampiro. Ok, il titolo italiano fa schifo, tanto per cambiare. Stress da vampiro? Ma chi l’ha deciso un titolo del genere? Nemmeno uno che intitola un post “Stress da Nicolas Cage” oserebbe tanto. Anche perché “Stress da vampiro” non vuol dire nulla, mentre “Stress da Nicolas Cage”, considerando come l’attorone americano ormai giri al ritmo di 6 o 7 pellicole da schifo l’anno, un senso ce l’ha eccome.
Il titolo originale è invece assolutamente cool: Vampire’s Kiss. Negli anni ’80 non era nemmeno ‘sto titolone, ma alla luce (si fa per dire, parliamo pur sempre di creature notturne) del successo globale dei vari Buffy, Twilight, True Blood, The Vampire Diaries e Underworld, un titolo del genere da solo basterebbe per aprire un nuovo franchise di successo.
"Robert Pattinson, ero un vampiro ridicolo da molto prima di te!"
Alla sceneggiatura della pellicola troviamo poi Joseph Minion, che all’epoca era fresco reduce da uno degli script più avvincenti dell’intero cinema 80s, quello per il Fuori orario di Martin Scorsese, che poi è anche il motivo principale per cui ho recuperato con curiosità questo film. Solo che, laddove Scorsese riusciva a tradurre in immagini la folle, grottesca, emozionante nottata fuori orario vissuta dal protagonista, qui le cose vanno parecchio meno bene.
Si può anche dire che la sceneggiatura in questo caso sia meno ispirata, molto probabilmente lo è, però non è nemmeno priva di spunti interessanti. Tutt’altro. Lo script di Minion mette sul fuoco tanta carne, e buona pure. La tematica vampiresca applicata a una vita più o meno “normale” oggi può apparire ormai stra-abusata, considerando come non venga quasi più prodotta alcuna serie tv o pellicola senza ALMENO un succhiasangue tra i protagonisti, ma negli 80s non erano così in voga, tanto che questo film potrebbe essere considerato avanguardia pura. Ho detto potrebbe.
E poi è presente pure la tematica della follia applicata allo yuppismo, con il personaggio di Nicolas Cage che è una sorta di fratello gemello del Patrick Bateman di American Psycho. Meno fissato con l’aspetto fisico, magari, ma non meno fuori di testa. Come nel romanzo di Ellis, e seguente film di Mary Harron, anche qui il protagonista ha due volti: da una parte è un rispettabile membro della comunità, un uomo attraente e di successo, anche se non si sa bene perché visto che come Bateman non è capace di fare nulla. Dall’altra parte è invece un pazzo psicopatico, in questo caso non è un serial-killer, bensì è un vampiro. O almeno si crede di essere un vampiro. Ma lo sarà o non lo sarà? Il dubbio resta, così come in American Psycho. Peccato che il protagonista di questo Vampire’s Kiss sia un Nicolas Cage davvero modesto; se ne Il ladro di orchidee (Adaptation) di Spike Jonze il Nicola Gabbia a sorpresa (grande sorpresa!) riusciva in maniera credibile a interpretare due gemelli contemporaneamente, qui il gioco della doppia personalità gli riesce parecchio meno bene (e questa non è una grande sorpresa).
"Ma perché Cannibal Kid non mi vuole tanto tanto bene?"
Sono diversi i punti di contatto anche con Fuori orario, il più evidente è il contrasto tra vita diurna normale (o quasi) e vita notturna in cui dare sfogo al proprio lato oscuro. Il limite maggiore del film sembra però essere la regia, davvero modesta e con uno stile 80s patinato, ma di quell’80s troppo patinato per essere considerato cool, di Robert Bierman.
Robert Bierman, chi?
Ecco, appunto: Robert Bierman, chi? Di certo non è uno Scorsese. Tra il regista che si limita a scaldare la sedia e il Cage in versione inverosimile vampiro psicopatico, i due cattivoni ce la mettono tutta pur di affossare gli spunti presenti nella sceneggiatura del buon Joseph Minion, che da lì in poi non riuscirà più a riprendersi e realizzerà pochi script per film poco interessanti: qualcuno ha visto Motorama o On the Run? Davvero un peccato, per uno che all’esordio aveva firmato una sceneggiatura da fuoriclasse come quella di Fuori orario.
"Sarà perché faccio queste facce penose?"
Poteva essere un cult, questo Stress da vampiro. Poteva essere considerato una sorte di anticipatore di Buffy e delle altre serie vampiresche, poteva essere, ancor più a ragione, un fratello maggiore di American Psycho. La sceneggiatura c’era, le idee pure. E invece si sono messi di mezzo una realizzazione che viaggia più sui binari del ridicolo che su quelli del grottesco, un titolo italiano inascoltabile e illeggibile, una regia anonima che non permette alla storia di crescere in tensione come ci si sarebbe potuti aspettare, ci si mette pure un Nicolas Cage protagonista per nulla all’altezza, più una Jennifer Beals che anziché come vampira fatalona è meglio come ballerina tamarra, nonostante Flashdance sia un mio altro scult personale.
Sarebbe potuto essere facilmente un grande film, questo Stress da vampiro, invece no. Colpa dello stress da cult?
"Cos'è, quella?"
"E' la Cosa!"
"Sì, ma cosa è?"
"La Cosa è la Cosa."
"Va bene, ma è un'umana? Un'aliena? Una Ford?"
"Come altro te lo devo dire, è la ca**o di Cosa."
"Guarda che adesso sparo a te, coso!"
Lo scorso fine settimana, sono bastati 300.000 euro al Dittatore per conquistare la vetta del box-office italiano. Senza nemmeno dover instaurare un regime autoritario. Cosa che significa: cinema del tutto vuoti.
In attesa del ritorno la prossima settimana dell’uomo ragno (che per fortuna non ha nulla a che vedere con Max Pezzali), tra caldo ed Europei anche questo weekend terrà gli italiani lontani dai cinema. Cosa che non significa siano assenti i grandi, grandissimi film: settimana scorsa c’era lo splendido Detachment, adesso arriva pure il grandioso Take Shelter, ovvero i due migliori film americani dell'anno.
Che Cosa altro c’è nei cinema? Scopritelo con i grandiosi commenti del sottoscritto Cannibal Kid e con quelli minuscoli del mio blogger rivale Mr. James Ford.
La cosa di Matthijs Van Heijningen Jr.
Il consiglio di Ford: di Cosa ce n'è una, tutte le altre son nessuna!
Questa sorta di reboot dei classicissimi di Hawks & Nyby e di Carpenter pare più un insulto ai suddetti che altro, dunque lo vedrò solo ed esclusivamente nella speranza di trovare un valido candidato per la top ten di fine anno dei film più brutti del 2012.
Certo, dopo aver visto Detachment, sarà una sfida durissima per chiunque! Ahahahahah!
"Chissà cos'è, quella cosa..."
"Oh, non ricominciate, voi due!"
Il consiglio di Cannibal: si chiama La Cosa, ma a sorpresa non è un film con protagonista Ford…
Tralasciando il commento su Detachment, uno dei film americani più belli degli ultimi anni, che giusto una Cosa e non un essere umano può non apprezzare, di recente ho visto sia il film di Carpenter che questo remake.
Devo dire che entrambi non mi hanno entusiasmato granché. La pellicola di Carpenter, che di certo ha fatto di molto meglio, presenta qualche ottimo spunto, però è invecchiato maluccio (non quanto Ford, tranqui). Il prequel è decisamente meno autoriale e più “commerciale”, si lascia vedere, non è certo orripilante quanto porcherie come John Carter, ma allo stesso tempo non lascia alcun segno.
Prossimamente la mia doppia recensione di queste due cose.
"Ve lo dico io cos'è la Cosa: è quel gorillone di Ford!"
I tre marmittoni di Bobby & Peter Farrelly
Il consiglio di Ford: di marmittoni - per essere gentili - nella blogosfera, ce ne sono solo due, entrambi qui presenti.
Altro simil reboot pescato dai Farrelly, ultimamente piuttosto in crisi di idee rispetto agli anni della loro prima ribalta.
Rispetto a La cosa, però, non ho alcuna intenzione di sorbirmi questa roba, che lascio con grande piacere al mio antagonista, reo di aver incensato a profusione quella robaccia di Detachment. Ahahahahahah!
Il consiglio di Cannibal: i tre fordettoni (ma già ne bastava uno…)
Ho sempre visto con piacere i film dei Farrelly, in grado di fare uscire commedie dai risultati alterni ma comunque sempre piuttosto spassose. Però I tre marmittoni mi ispira meno di zero, che è poi anche quanto Mister James Snob ne capisce di cinema. Una “cosa” di gag comiche riciclate dagli anni ’30 come questa la scarico a mia volta a quel vecchiardo di Ford che ripescando i 3 Stooges (ma Iggy Pop ahimé qui non c’entra) potrà ripensare agli anni in cui era teenager.
"Rivolgiamo una preghiera al nostro caro Ford, un tempo autorevole blogger...
Come? Non è mai stato autorevole? Ah, e manco blogger?"
Qualche nuvola di Saverio Di Biagio
Il consiglio di Ford: sulla testa del Cannibale, più che qualche nuvola, c'è una tempesta in arrivo. Di bottigliate.
Film dal respiro finto radical chic all'italiana che cercherò di evitare senza troppi patemi: vorrei evitare di incazzarmi e finire a slogarmi la spalla a furia di bottigliate un'altra volta, questa settimana.
Lascio quindi questa proposta pseudo-festivaliera al mio pseudo-festivaliero rivale.
Il consiglio di Cannibal: la nuvola di Fordozzi di abbatterà su di voi, se lo vedete.
Un film che di radical-chic non ha nulla, tranne le solite esternazioni deliranti del mio rivale, ma sembra piuttosto l’ennesimo film neo-realista all’italiana che vola basso, senza prendersi rischi come quel Capolavoro recente di Detachment. Considerando i suoi terrificanti gusti, questa nuvola potrebbe persino rivelarsi il film dell’anno, in casa Ford.
"Uff, quanto vorrei che Ford si iscrivesse a Facebook!
Volete mettere la soddisfazione di rifiutargli la richiesta d'amicizia?"
L'amore dura tre anni di Frederic Beigbeder
Il consiglio di Ford: la lotta con il Cannibale è destinata a durare decisamente di più.
Secondo capitolo della sagra del radicalchicchismo da festival della settimana. Una commedia romantica con ambizioni d'autore che promette di essere un ottimo bersaglio per i miei colpi proibiti, ma che non ho abbastanza voglia di vedere neppure per bistrattarla a dovere.
Lascio questo pseudo innamoramento artistico al buon Cucciolo Eroico, che sicuramente lo troverà innovativo e visivamente strabiliante. Come Detachment! Ahahahahaha!
Il consiglio di Cannibal: …e l’odio per Ford dura tutta la vita!
Non mi sembra certo un film da festival come le mattonate russe che solo Ford si guarda, piuttosto una commedia francese che potrebbe rivelarsi gradevole, considerato lo stato di grazia attuale dei nostri cugini. Almeno al cinema, non certo sul campo da calcio dove hanno rimediato una figura quasi peggiore di quelle che rimedia di solito Ford quando pretende di fare l’esperto di cinema.
Già pronto il sequel della pellicola: Il camino per Santiago.
Il cammino per Santiago di Emilio Estevez
Il consiglio di Ford: mi piacerebbe portare il Cannibale a fare un pò di trekking. Potremmo girare il remake di 127 ore.
Un film che potrebbe rivelarsi un pericoloso concentrato di retorica, ma che potrebbe anche sorprendere in positivo se girato senza farsi prendere la mano.
Sicuramente, rispetto alle propostone da salotto sfilate fino ad ora, preferisco rischiare con questa camminata: se non altro, avrò preso un pò d'aria invece che soffocare tra un the ed il profumo invadente delle milf compagne di merende del Cannibale.
Il consiglio di Cannibal: io mi incammino lontano, anzi scappo di gran corsa!
Riporto la trama da MYmovies: “Il film racconta il dramma incentrato sulla storia di Tom Avery, oftalmologo californiano che - alla notizia della morte del figlio durante una tempesta sui Pirenei - si reca in Francia per farlo cremare, poi ripone l’urna con le ceneri nello zaino del ragazzo e si mette in viaggio lungo il Cammino di Santiago, portando a termine il pellegrinaggio intrapreso dal figlio.”
Poche righe appena che però sono bastate per farmi addormentare manco fossero una visione fordiana.
Questa insomma è una pellicola che sa di mattonata assurda e pure buonista che non vedrò nemmeno sotto tortura, preferendo inseguire il Ford fino a Lourdes. Dove spero accada un miracolo e lui si possa trasformare in una persona che giudica i film in base al loro valore cinematografico reale, e non ai suoi deliri egocentrici personali. Come il suo parere su Detachment ben conferma uahahah
"Mamma, papà, ma Ford puzza così tanto da dover indossare quelle maschere?"
"Si vede che sei proprio giovane e ingenua..."
Take shelter di Jeff Nichols
Il consiglio di Ford: Take shelter è arrivato anche in Italia. Se non correte a vederlo vi prendo a bottigliate più del Cannibale!
Grazie a tutti gli dei della distribuzione e del Cinema una delle pellicole più importanti dell'anno, già uscita nel resto del mondo, fa la sua comparsa nelle nostre sale: un film straordinario con un finale oltre ogni confine che è riuscito a mettere d'accordo perfino me e il Cannibale, entusiasmandoci neanche fosse in grado di farci dimenticare tutte le nostre Blog Wars passate e future.
Un film pazzesco che ho già visto e recensito che avete l'obbligo morale e materiale di correre a vedere.
Altrimenti la vendetta - questa volta mia e del Cannibale all'unisono - sarà terribile.
Il consiglio di Cannibal: take that!
Ford che dà un parere azzeccato su un film?
Sarà già tornato da Lourdes?
I miracoli succedono davvero?
Meglio non farsi troppe domande e dire solo: guardate questo film, già recensito entusiasticamente anche da me! Che sia al cinema, nelle solite quattro sale in croce che lo daranno, oppure per altre vie, non perdetelo. Perché se non lo vedete, neanche il rifugio anti uragano costruito dal protagonista della pellicola potrà salvarvi dalla mia ira!
Oh Balotelli, he's a striker…
He's good at darts
He's allergic to grass but when he plays / He's fucking class
Drives round Moss Side / with a wallet full of cash
Can't put on his vest / But when he does he is the best
Goes into schools / Tells teachers all the rules
Sets fire to his gaff / With rockets from his bath
Doesn't give a f**k / Cos he did it for a laugh
Runs back to his house / For a suitcase full of cash
Oh Balotelli
Germania – Italia, come dice il tabellone di Euro 2012.
Italia – Germania, come preferisco dire io.
La vera finale di questo Europeo tra le due squadre migliori del torneo.
La Spagna? Ma per favore! A parte la partita con l’Irlanda, ha pareggiato di culo con noi, ha vinto di culo all'87° con la Croazia dopo aver rischiato di perdere, gli è andata di culo ad aver beccato nei quarti la Francia, una non-squadra che pure la squadra del mio oratorio avrebbe battuto (in realtà non ho mai frequentato l’oratorio in vita mia, però mi piaceva dirlo) e poi s’è portata a casa una vittoria ai rigori dopo una partita giocata in maniera scandalosa contro il ben più meritevole Portogallo.
Porco gallo, che inguistizia!
E stasera, la madre di tutte le partite.
Come preparazione musicale all’Evento, ecco un paio di canzoni.
Per la Germanien, quello che è probabilmente il più grande gruppo crucco di tutti i tempi: Kraftwerk über alles.
Per l’Italia vi propongo invece i purtroppo ancora troppo poco conosciuti Intercity, i Diamanti della scena indie, autori di uno dei migliori dischi nostrani dell’anno: “Yu hu”. Che è anche quanto speriamo di gridare stasera!
Cast: Julia Dietze, Götz Otto, Christopher Kirby, Stephanie Paul, Peta Sergeant, Kym Jackson, Udo Kier
Genere: satira sci-fi
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Il mio approccio ad Iron Sky è stato duplice. Da una parte il trailer mi aveva fatto pensare che si potesse trattare di una porcheria trash o al limite di un B-movie finla-crucco-australiano evitabile.
La mia impressione? A metà strada. Iron Sky non si è rivelata una schifezza assoluta, contiene anzi qualche spunto di interesse, se non altro qualcuno in più rispetto alla gran parte delle grosse produzioni fantascientifiche americane. Eppure non mi è sembrata nemmeno una figata assoluta. Nemmeno da lontano. Nemmeno dallo spazio lontano. Cinematograficamente è poca cosa, visivamente ricorda il terribile Sky Captain and the World of Tomorrow, è recitato maluccio (ad eccezione del sempre inquietante Udo Kier) ed e girato senza grossa personalità dal finlandese esordiente Timo Vuorensola, già cantante della dark industrial band Älymystö. E il suo gruppo fa parecchio pena (e non sembra manco tanto dark industrial come dice Wikipedia)...
Timo Vuorensola come regista non è nemmeno una sòla totale come lo è a livello musicale, però si limita a scimmiottare lo stile delle pellicole di fantascienza americana. Cosa che stride un po’ con la volontà della pellicola di parodiare proprio i film e soprattutto la politica americana.
Ed è qui che per me Iron Sky fallisce di centrare il suo obiettivo. La sua satira è infatti parecchio debole, telefonata e soprattutto anacronistica. Ha davvero un senso, nel 2012, parodiare il nazismo vecchio stile, o forse arriva appena con quei 60/70 anni di ritardo? Il modello di riferimento sembra essere Il grande dittatore di Chaplin, citato esplicitamente e più volte all’interno del film, i risultati non sono però certo gli stessi.
La pellicola immmagina che i nazisti, dopo la morte di Adolf Hitler, si siano trasferiti in massa sulla Luna. O meglio, sul pinkfloydiano dark side of the moon. La cosa è improbabile. Non sto parlando da un punto di vista fantascientifico. In fondo, nella fantascienza tutto può succedere. Parlo da un punto di vista di plausibilità politica. I partiti di stampo dittatoriale incentrati su una figura centrale autoritaria non sono infatti destinati a sopravvivere alla morte del loro leader. Il partito nazista senza Hitler non ha alcun senso, come non ce poteva avercelo quello fascista senza Mussolini, oppure oggi il Pdl senza Berlusconi o una Lega Nord senza Bossi. Giusto per rimanere in tema di partiti tanto simpatici.
Prendendo comunque per buono l’assunto iniziale della storia, in fondo pur sempre trattasi di contesto sci-fi, l’idea non appare nemmeno così originale, vedasi Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti o i nazi-zombie del norvegese Dead Snow. Per non parlare della rilettura del nazismo, quella sì parecchio personale e geniale, ad opera di Quentin Tarantino con Bastardi senza gloria.
Anziché guardare al passato, sarebbe stato più interessante prendere di mira i fenomeni neo nazisti, cui invece viene dedicata appena una scenetta.
Per quanto riguarda l’attualità, Iron Sky attacca allora la politica americana odierna. Peccato non sia tanto odierna… Nel mirino c’è infatti una presidentessa donna che sembra ricalcare Sarah Palin, portando a pensare che la sceneggiatura del film sia stata scritta nel 2008, ai tempi della sua corsa a fianco di McCain per le presidenziali poi vinte da Obama. Peccato solo che la vera Sarah Palin sia parecchio più stronza della poco incisiva parodia qui presente e il parallelo tra nazisti e repubblicani ci può stare, ma l’America del 2012 non è più quella di George W. del 2008, e la poco irresisitibile satira del film finisce per somigliare ed essere innocua quanto quella di Scary Movie 3 e 4. Anzi, lì Leslie Nielsen era un Presidente degli USA parecchio più divertente!
Molto più efficaci, attuali e pure divertenti di Iron Sky nel massacrare gli Stati Uniti di oggi sono allora il feroce God Bless America, la spassosissima nuova serie HBO Veep (incentrata su un'immaginaria vicepresidentessa degli USA), e poi un qualsiasi episodio a caso di South Park. Cartman vestito da Hitler appare infatti parecchio più bastardo dei nazi all’acqua di rose e in fondo in fondo bonaccioni qui presentati.
Per essere una co-produzione europea indipendente e dal budget parecchio risicato rispetto ai kolossal americani, Iron Sky comunque non è del tutto da buttare. È un filmetto a tratti godibile, è apprezzabile la realizzazione avvenuta anche grazie all'aiuto sia economico che di idee dal pubblico su internet, ma finisce per essere niente di più e niente di meno di un B-movie un po' amatoriale con alcuni momenti in grado di strappare una risata, soprattutto quelli legati all’astronauta di colore che si imbatte nei nazi e da loro viene trasformato in un albino. Quest’ultima sarebbe una delle idee più interessanti della pellicola, ma purtroppo anche in questo caso non viene sfruttata a dovere e nel finale si scivola nella solita guerra stellare, proprio come in qualunque blockbusterone americano che in teoria avrebbe dovuto prendere in giro.
Qualcuno, anzi molti in rete parlano già di cult movie (e davvero non sono ancora riuscito a capire il perché), io dico auf wiedersehen.
"Chissà se era davvero questo che intendeva il mister
quando mi ha chiesto di prepararmi per i calci di rigore..."
Semifinale
Portogallo – Spagna
Ore 20:45
Ce la farà Cristiano Ronaldo, volevo dire il Portogallo, a battere i leziosi spagnoli?
Bravi, bravissimi con i loro passaggini tac-tac-tac, per carità, però che due palle!
Siamo ormai arrivati alle partite fondamentali del torneo e quindi per la tensione (si fa per dire), preferisco non fare un pronostico. Vi lascio solo con una canzone per nazione.
One nation, one song.
Per il Portogallo, vi propongo gli indie-rocker Portugal. The Man.
In realtà sono una band americana, di Portland e non del Portugal per essere precisini, però visto il nome che si sono scelti mi sembrano appropriati. E poi le band portoghesi decenti le avevo già esaurite con i post precedenti…
Per la Spagna, ecco invece la gradevole indie-pop band Russian Red. Anche in questo caso ingannevole è il nome più di ogni cosa, visto che loro non sono russi bensì spagnoli. Anzi, in verità non sono nemmeno una band, ma una cantautrice sola, una one-woman-band che di vero nome fa Lourdes Hernández ed è soprannominata pure "la Feist spagnola". Me cojones!
Se n’è andata Nora Ephron, la regina delle commedie romantiche, regista di film come Insonnia d’amore, C’è post@ per te, Julie & Julia, Michael, Vita da strega… nonché sceneggiatrice di Harry, ti presento Sally.
Non posso certo affermare di essere un enorme fan della sua opera omnia, C’è post@ per te ad esempio a tratti l'ho trovato piuttosto difficile da digerire e suo malgrado ha pure ispirato il titolo di un’agghiacciante tramissione tv, però devo confessare di aver versato quasi qualche lacrima con Insonnia d’amore. Piaccia o meno, senza di lei la romcom non sarà più la stessa.
Cast: Ewan McGregor, Emily Blunt, Amr Waked, Kristin Scott Thomas, Tom Mison, Rachel Stirling, Conleth Hill, Tom Beard
Genere: pescaiolo
Se ti piace guarda anche: Beginners, Big Fish, In mezzo scorre il fiume
Il pescatore di sogni non mi ispirava per nulla. Pensavo che i miei sogni li avrebbe pescati sì, mentre finivo tra le braccia di Morfeo dopo pochi minuti di visione. Oppure mi aspettavo una di quelle pellicole tutte buoni sentimenti e belle azioni trasformate per magia in realtà. Una di quelle favolette nate sulla scia del favoloso mondo di Amélie. Quanti danni ha fatto, quel film!
In parte è anche così. Il pescatore di sogni non è infatti certo una pellicola “cattiva”. In nessun senso. Né nel senso di perfida, né nel senso di inguardabile. È un film giocato proprio sui bei propositi e sul trovare un senso alla propria vita e in questo un po’ paraculo lo è. Però sa fino a che punto tirare la canna (da pesca, non un altro genere di canna) senza diventare troppo zuccheroso o irritante.
Non per essere razzisti, però fosse stata una pellicola americana probabilmente sarebbe caduta facilmente tra le pericolose acque della stucchevolezza. Invece è un film britannico che ha dalla sua un pizzico di sempre piacevole sense of humor, infila dentro anche un minimo di satira nei confronti dei meccanismi della politica e non si concede troppo, non del tutto almeno, a facili sentimentalismi pucci pucci.
"Grazie per avermi concesso l'onore di questa esterna, Costantino!"
La storia raccontata dal film è di quelle più rischiose. Uno sceicco riccone ha la stralunata idea di pescare salmoni nello Yemen. Operazione costosissima di cui viene incaricato un funzionario del governo britannico, per una serie di questioni politico-burocratiche che in questa sede risulterebbe troppo lungo e noioso da spiegare e che sinceramente non ricordo più nemmeno bene, quindi proseguiamo oltre.
La vicenda è quella di un sogno impossibile fatto da un megamiliardario che evidentemente nella vita non ha trovato un modo migliore per dilapidare il suo gruzzolo. Finanziare un piccolo sito come Pensieri Cannibali gli faceva proprio schifo?
Eppure dietro vi è qualcosa di più di un semplice capriccio. Vi è la ricerca di andare controcorrente, sfidare le convenzioni comuni, lottare contro i mulini a vento, andare a caccia, o meglio a pesca, dell’impossibile.
Una bella storia che diventerà l’occasione per scoprire un nuovo modo di vedere le cose e banalità assortite varie, però raccontate in maniera brillante e non così banale. La narrazione mi ha anzi ricordato un pochino il libro che sto leggendo al momento, Libertà di Jonathan Franzen, sebbene il film non raggiunga gli stessi enormi livelli. Lì troviamo, tra le varie vicende raccontate, anche quella di un uomo che si occupa della salvaguardia di una specie rara di uccello per conto di una società multimiliardaria, qui invece abbiamo un tizio che dovrà cercare di portare i salmoni in Yemen contro il parere di tutti. Il suo prima degli altri. E insomma, alla fine non c’entra nulla, però era solo per consigliarvi un libro per l’estate, oltre naturalmente al mio.
"No, non puoi sederti lì. Quello è il nuovo trono di Costantino.
Se ti becca Maria de Filippi, si incazza!"
Se vi piace la pesca, troverete un motivo in più per vedere questo film. Se non ve ne frega niente di pesca, potete comunque guardarlo tranquillamente, visto che la pesca è usata più che altro come metafora per innescare riflessioni più profonde ed esistenziali. Tra i fan dell’argomento potrebbe esserci Ewan McGregor, che dopo Big Fish infilza con la sua lenza un secondo titolo ittico, e pure in Sogni e delitti di Woody Allen se ne andava in barca. Ma magari è solo una coincidenza…
Tra i fan della pesca invece di certo non ci sono io. Sono andato una volta, tra l’altro in un laghetto artificiale, ne ho pescati alcuni, non mi sono divertito un granché e li ho subito ributtati dentro. Se posso dare il mio parere tecnico: è una palla, la pesca. Forse persino più del golf.
"Non credevo che in un blog solo potessero starci dentro tante stron..."
Tornando sulla terra ferma, la pellicola è girata diligentemente e senza guizzi fuori dall’acqua dal mesteriante svedese Lasse Hallstrom, regista dei bei Buon compleanno Mr. Grape e Le regole della casa del sidro così come di ruffianate come Hachiko e Dear John. Il punto di forza sta però nell’ottimo cast. Se lo sceicco mediorientale interpretato dall’egiziano Amr Waked sembra una versione espressiva di Costantino Vitagliano, ma chiunque è più espressivo di Costantino Vitagliano, in una parte minore fa la sua bella figura nelle per lei piuttosto inedite vesti ironiche Kristin Scott Thomas. La cosa più convincente è soprattutto la coppia di protagonisti: Ewan McGregor dopo un periodo appannato continua ad azzeccare una pellicola via l’altra, pum pum, come ai tempi il Renton di Trainspotting si sparava una pera dietro l’altra. Dopo aver fatto coppia, sulle schermo intendo, con Melanie Laurent in Beginners ed Eva Green in Perfect Sense, la sua dolce metà cinematografica qui è Emily Blunt: ne I guardiani del destino non mi aveva convinto molto, Wolfman e I fantastici (???) viaggi di Gulliver facevano cagare anche se ci fosse stata la migliore attrice del mondo (Natalie Portman, nel caso aveste dubbi), ne Il diavolo veste Prada era luciferina ma nemmeno fino in fondo, qui invece finalmente mi ha convinto al 100%.
Non sarà il colpo dell’anno, però se pescando tirate su questa guizzante commediola romantica ma non troppo, potrete tornare a casa soddisfatti. Io no. Io odio la pesca. Però questo film è riuscito comunque a prendermi all’amo.
Che bello, il nuovo disco di Fiona Apple, Gesù Santo.
Avevo un po’ paura, prima di ascoltarlo. Non sai mai che scherzi ti possano tirare i tuoi vecchi idoli.
Ma l’avete sentito ad esempio il nuovo album degli Smashing Pumpkins, Oceania?
Non farà sanguinare le orecchie come, per dire, l’ultimo degli Afterhours, ma questo può davvero essere considerato lo stesso gruppo che ha tirato fuori disconi come Mellon Collie, Siamese Dream e Adore? Vi prego, ditemi di no.
“No, non è la stessa band: a parte Billy Corgan, gli altri musicisti sono tutti cambiati!”.
Bene, grazie per la risposta.
Per fortuna, Fiona Apple non ha perso l’ispirazione come accaduto a Billy “non più the Kid” Corgan. Tutt’altro. Il paragone per lei può essere semmai quello con Terrence Malick.
Anche lei è infatti un’artista schiva, che odia i riflettori preferendo concentrarsi sulla sua arte e anche lei è tutto fuorché prolifica. Questo è appena il suo quarto album in 16 anni di carriera e arriva a 7 di distanza dall’ultimo. Una scarsa prolificità che la accomunava, al passato, con Malick, visto che il regista texano adesso s’è messo sotto al lavoro come un forsennato e gira un film dietro all’altro manco si fosse trasformato in Woody Allen.
Fiona Apple è davvero un’artista strana. La parola migliore per definirla sarebbe però “estranea”. Perché Fiona è del tutto estranea al resto dello showbiz musicale. Lo è sempre stata, anche se all’inizio c’avevano pure provato, a incasellarla.
A metà anni Novanta, nel 1996, esce il suo folgorante album d’esordio Tidal. Una raccolta di canzoni intime e personali. Solo per il fatto di essere una cantante donna, con testi più o meno arrabbiati e avere i capelli lunghi, l’industria discografica la etichetta così come nuova Alanis Morissette, che all’epoca vendeva milioni su milioni di dischi.
Ma vi rendete conta che quella era un’epoca in cui Alanis vendeva fantastiliardi di dischi? Quella dove non esisteva quasi lettore CD (perché allora c’erano ancora i lettori CD) su cui non girasse Jagged Little Pill? Non che non se lo meritasse o altro, però è ironic, come canterebbe lei, che oggi se esce un suo album nuovo a malapena una o due persone al mondo ne parlano e invece allora sembrava tipo la più grande cosa mai capitata sulla scena musicale. Davvero altri tempi.
Fatto sta che Fiona, capelli lunghi a parte, ben poco aveva a che vedere con la Morissette e la sua musica semmai portava più dalle parti di Tori Amos. E, di certo, ben poco aveva a che vedere con il resto della musica che passava sulle radio o in tv. Premiata come artista rivelazione agli Mtv Music Awards 1997, Fiona ha ad esempio “ringraziato” con il discorso più anti-Mtv mai sentito su Mtv. Dove – toh, guarda un po’ che caso – non è poi praticamente più passata…
"This world is bullshit. And you shouldn't model your life — wait a second — you shouldn't model your life about what you think that we think is cool and what we're wearing and what we're saying and everything. Go with yourself. Go with yourself."
Con il secondo album, Fiona ribadisce ancora di più la sua estraneità, la sua allergia al mondo dello showbiz. E al mondo, più in generale. Chiama alla produzione il compositore Jon Brion, fa un disco dalle forti atmosfere cinematografiche e gli dà il titolo più lungo nella storia della musica:
When the Pawn Hits the Conflicts He Thinks like a King What He Knows Throws the Blows When He Goes to the Fight and He'll Win the Whole Thing Fore He Enters the Ring There's No Body to Batter When Your Mind Is Your Might So When You Go Solo, You Hold Your Own Hand and Remember That Depth Is the Greatest of Heights and If You Know Where You Stand, Then You'll Know Where to Land and If You Fall It Won't Matter, Cuz You Know That You're Right
Roba che a Lina Wertmüller sarà preso un colpo dopo averlo letto, rimpiangendo non sia venuto in mente a lei.
Boicottato da Mtv, sbeffeggiato per il titolo, senza un singolone pop da sfoggiare, l’album commercialmente va molto meno bene rispetto all’esordio, eppure è una bomba pazzesca. Uno dei dischi più belli che io abbia mai sentito. Una gemma assoluta di rara intensità, paragonabile giusto alla grazia di Jeff Buckley.
Ai tempi del terzo album, Fiona viene poi boicottata persino dalla sua stessa etichetta discografica, la ben poco epica Epic Records, che non vuole farlo uscire perché “troppo poco commerciale”. Il lavoro rimane bloccato, i fan mettono in piedi un’organizzazione chiamata “Free Fiona” manco fosse Free Willy, fino a che la Mela non è costretta a tornare in studio con dei nuovi producer che regalano al tutto un po’ più di ritmo e alla fine, nel 2005, Extraordinary Machine vede extraordinariamente la luce. Disco notevolissimo, sebbene inferiore ai due precedenti, cui fa seguito un altro lungo stop ora interrotto con un nuovo album che è appena uscito a sorpresa sempre per la stessa Epic Records e con un titolo pure questo parecchio lunghetto:
Fiona Apple “The Idler Wheel Is Wiser Than The Driver of The Screw And Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do”
Genere: melò ma non smielato
Provenienza: New York
Se ti piace ascolta anche: Regina Spektor, Lana Del Rey, St. Vincent, Bjork, Joanna Newsom, Cat Power, Feist, Kimbra
Il nuovo album di Fiona, cui anziché l’intero titolo originale ci riferiremo con il più breve The Idler Wheel, è una magia fatta di voci, piano, qualche percussione e poco altro. Essenziale. È un disco essenziale. In tutti i sensi comunemente intesi del termine. Essenziale perché non potete perdervelo. Ed essenziale perché ha un suono scarno (ma tutt’altro che scarso), fatto di pochi elementi e del tutto naturale. Come se Fiona tenesse un concerto davanti a noi, solo per noi.
La sua voce regala magie a profusione ed è protagonista unica di uno spettacolo lungo 40 minuti. Non pensate però a vocalizzi, sfoggi inutili di virtuosismi o gorgheggi alla Mariah Carey. Fiona vomita fuori le parole che ha tenuto dentro di sé negli ultimi anni.
La sua voce sussurra, accarezza le orecchie, per poi accendersi all’improvviso a sottolineare alcune parole, come in “Daredevil” e “Valentine”, trasformarsi in coro come in “Periphery” o nel ritornello del singolo “Every Single Night”, toccare la poesia assoluta nell’incantevole “Anything We Want”, raggiungere il sublime in “Hot Knife” e poi pugnalarti quando meno te lo aspetti.
The Idler Wheel è un disco di canzoni pop con testi di un'urgenza espressiva di matrice quasi rap e suonato con un'attitudine jazz.
Un disco figlio diretto dei suoi album precedenti eppure dal suono diverso, scarno, ancora più personale, sentito e vissuto, un pugno dritto alla bocca dello stomaco della scena musicale di oggi. Un disco… essenziale, non ci sono altre parole per descriverlo.
E allora, che altro aspettate ancora ad addentare la Fiona Mela?
"Ragazzi, oggi lezione di cinema: verrò a trovarci Cannibal Kid..."
Detachment - Il distacco
(USA 2011)
Regia: Tony Kaye
Cast: Adrien Brody, Sami Gayle, Christina Hendricks, Betty Kaye, Marcia Gay Harden, James Caan, Lucy Liu, Bryan Cranston, Blythe Danner, Tim Blake Nelson, William Petersen, Celia Au, Renée Felice Smith
Genere: educational (non Rai)
Se ti piace guarda anche: La classe, American History X, Afterschool, Elephant
Apriamo il file Tony Kaye: chi è e che fine aveva fatto?
Tony Kaye è il regista di American History X, pellicola strepitosa del 1998 che riusciva a parlare di razzismo e neo-nazismo in maniera dura, cruda, nuda, senza moralismi o buonismi assortiti e con un Edward Norton impossibile da dimenticare con quella svastica tatuata sul petto. Una delle intepretazioni più magistrali nella storia del cinema incredibilmente non premiata con l’Oscar. Quell’anno hanno preferito consegnarlo nelle mani del nostro Roberto Benigni. L’unico attore italiano uomo di sempre ad aver avuto l’Oscar di miglior protagonista (tra le nostre attrici ce l’hanno invece fatta Anna Magnani e Sophia Loren) e lo vanno a dare al pur simpatico Benigni, recitativamente nemmeno lontanamente paragonabile all’American Norton X? Robe da non credere…
File Norton messo da parte in un’altra cartella, torniamo al file Tony Kaye. Al di là dell’interpretazione enorme del suo protagonista, American History X era un film girato alla grande, in grado di coniugare un cinema indie con qualche tentazione sperimentale al racconto preciso e puntuale di una storia. E che storia.
"Chi preferisce lasciare l'aula piuttosto che sentir parlare Cannibal Kid?"
Dopo quel gran film d’esordio, Tony Kaye è sparito dai radar, almeno di quelli del “cinema che conta” (scusate se non ho trovato una definizione migliore). Nel 2004 ha girato Snowblind, nel 2007 Lobby Lobster, nel 2009 Black Water Transit. Qualcuno li ha visti? Qualcuno li ha anche solo sentiti nominare? Si tratta di pellicole indipendenti, senza nomi di richiamo nel cast e che anche a livello di festival e/o critica cinematografica sono passati piuttosto inossevati. Quasi inutile aggiungere che in Italia non sono mai nemmeno arrivati. L’ultimo anzi non è nemmeno ancora uscito ufficialmente neppure negli USA.
"Questa è la mia relazione sull'intervento di Cannibal Kid: in pratica dice
che è la più grande marea di idiozie che io abbia mai sentito..."
La curiosità era dunque altissima per vedere questo suo nuovo film che, per quanto sempre pellicola indie, ha un cast di discreto richiamo: Adrien Brody, Marcia Gay Harden, Lucy Liu, James Caan, Blythe Danner, Tim Blake Nelson, più stelle dei telefilm come Christina Hendricks, William Petersen e Bryan Cranston. Con attori di questo livello e una distribuzione che raggiunge (a sorpresa) anche l’Italia, finalmente allora abbiamo l’occasione di scoprire se questo Tony Kaye è una meteora riuscita a fare il colpaccio con l’opera d’esordio per poi perdersi clamorosamente con i film successivi, come capita a un sacco di registi. Tra i casi recenti mi vengono in mente Florian Henckel von Donnersmarck, l’innominabile tedesco passato da Le vite degli altri all’inguardabile The Tourist, o Anton Corbijn, l’olandese fiondato dal bel Control al pessimo The American.
"Preferisco battere in strada piuttosto che sentire Cannibal in aula."
"Anch'io!"
Non potendo valutare le altre 3 pellicole uscite in mega-sordina e alla luce solo di questo nuovo Detachment, personalmente mi sento di affermare che Tony Kaye possa essere inserito di diritto tra i grandi registi mondiali contemporanei. Questa pellicola è una delle opere più belle sulla e nella scuola degli ultimi anni. Rispetto all’Elephant di Gus Van Sant è meno glaciale e più umano, rispetto al francese La classe di Laurent Cantet è meno neorealistico e più movimentato e inventivo, sia da un punto di vista cinematografico che da uno fisico, visto che non è ambientato interamente dentro le mura della classe. In ogni caso entra nella meglio scuola messa in scena al cinema.
Detachment ci introduce in un liceo americano, ma non è per nulla una pellicola teen o qualcosa di vicino alle solite high-school. Se proprio dobbiamo trovare un paragone, mi ha ricordato la serie Boston Public, per la durezza della rappresentazione di una scuola con studenti definiamoli “problematici”, oppure un Friday Night Lights, ma senza il football.
Gli studenti in questa storia rimangono piuttosto sullo sfondo (salvo il caso di una studentessa), però se non altro è un caso più unico che raro in cui non vediamo la solita divisione tra sportivi e cheerleader da una parte, e nerd e loser vari dall’altra. Qui gli studenti sono tutti in qualche modo senza speranza e senza futuro. Proprio come i professori. E il film è su di loro che si concentra.
Detchment ci parla dell’insegnamento, della professione del professore, della disperazione di questi insegnanti. In particolare di uno, il protagonista interpretato da Adrien Brody. Un attore che non mi ha mai convito del tutto, fatta eccezione per The Village di M. Night Shyamalan, dove faceva lo scemo del villaggio e guarda caso quella parte gli usciva alla perfezione. Dopo una serie di filmetti più o meno sbagliati, ma più più sbagliati che meno meno sbagliati, Brody qua mi è invece piaciuto parecchio. Il suo personaggio è quello di un supplente piombato a insegnare letteratura in una classe di degenerati. In qualche modo, riuscirà a far breccia nelle loro menti poco propense all’apprendimento e lo farà come capitano mio capitano alternativo. Un po’ Brody è un modello di ispirazione per questi ragazzi, un po’ è un’anima in pena nel mezzo del cammin della sua vita, e per certi versi è ancora più in pena lui di loro. Più che una guida, è una non-guida. Più che una persona, è una non-persona. Un personaggio estremamente sfaccettato, difficile da decrifrare e il suo bello è questo.
Tra gli altri nomi del super cast si segnala soprattutto Christina Hendricks. La rossa di Mad Men dopo Drive si ritaglia un’altra particina in un filmone e si conferma una delle poche attrici “tettone” in grado di recitare davvero bene. Per me che faccio parte della generazione cresciuta a pane e Baywatch non è una cosa così scontata. Per la mia generazione, le attrici tettone sono infatti buone solo a correre al rallentatore sul bagnasciuga. Almeno fino all’arrivo della Jimi Hendricks del cinema.
Attenzione poi all’emergente Sami Gayle, interprete di una giovanissima prostituta che incrocierà il suo destino con quello di Adrien Brody, mentre la studentessa preferita del prof. è interpretata da Betty Kaye, la figlia del regista. Nonostante le accuse di nepotismo che si potrebbero avanzare, diciamo subiot che se la cava bene.
Gli altri personaggi del film sono invece più abbozzati e l’errore che è stato fatto, se possiamo parlare di errore, è quello di aver preso volti parecchio conosciuti. Uno vede ad esempio Bryan Cranston di Breaking Bad e si aspetta che compaia più di due secondi. Oppure uno vede William Petersen nella sua prima e finora credo unica apparizione da quando ha finito l’impegno decennale di CSI e si aspetta che il suo sia un personaggio fondamentale nella storia. Lo stesso per gli altri, da Lucy Liu a Marcia Gay Harden. Comprimari di lusso e poco altro, eccetto un James Caan che riesce a ritagliarsi un paio di grandi scene.
Se proprio vogliamo trovare un difetto a questo film, è quindi quello di presentare troppi personaggi dal potenziale notevole e non riuscire, anche per mantenere un minutaggio decente, a svilupparli tutti del tutto. Detachment nel suo eccesso di creatività a tratti appare persino un poco pasticciato (vedi i titoli di testa con le interviste a veri professori), eppure offre così tanti spunti che potrebbe risultatare un’ottima fonte di ispirazione per un’intera serie tv, una serie in grado di riscrivere le regole della rappresentazione liceale classica.
Non credo ciò avverrà, però il legame tra film e mondo dei telefilm, si veda anche il già citato cast, è stretto. Al di là del fatto che potrebbe essere il pilota per una serie, Detachment resta comunque un film fatto e finito, con qualche imperfezione che però riesce solo a renderlo ancora più umano, più sofferto, più intenso.
Concludo come fa Adrien Brody in veste di professore in questo film: lui non obbliga i suoi studenti a restare in classe. Chi non ha voglia di imparare, è libero di andarsene seduta stante. Lo stesso faccio io: più che consigliarvi di guardarvi assolutamente questo film non posso fare. Se invece volete lasciare l'aula e perdervi questa nuova perla di American Tony Kaye X, che a tratti sembra di vedere un film di Terrence Malick sotto MDMA, non lamentatevi poi se di fianco al vostro nome comparirà la perentoria scritta: BOCCIATO.
Cast: Jon Hamm, Jessica Paré, John Slattery, Vincent Kartheiser, Christina Hendricks, Elisabeth Moss, January Jones, Kiernan Shipka, Jared Harris, Rich Sommer, Aaron Staton, Robert Morse, Ben Feldman, Jay R. Ferguson, Alexis Bledel, Alison Brie, Christine Estabrook, Julia Ormond, Christopher Stanley, Peyton List, Michael Gladis, Joel Murray, Marten Holden Weiner
Genere: retrò
Se ti piace guarda anche: The Hour, Mildred Pierce, Revolutionary Road
“Come disse una volta una persona saggia: l’unica cosa peggiore di non ottenere ciò che desideri, è vedere qualcun altro che la ottiene.”
Roger Sterling (John Slattery)
Spiegare la grandezza di Mad Men a un profano, a chi magari ne ha visto giusto mezzo episodio o appena qualche minuto, è come spiegare l’esistenza di Dio a un ateo.
Tanto per continuare nella non richiesta metafora religiosa, Dio è nei dettagli, così come il diavolo. Lo stesso discorso vale anche per Mad Men. Sono i dettagli di classe, sono i lampi improvvisi di genio, sono gli scarti dalla norma del tutto inattesi a rendere la serie qualcosa all’infuori e all’insopra del resto del panorama. Televisivo quanto cinematografico.
La maggior parte delle serie tv raggiunge il suo picco nel corso delle prime stagioni, poi quasi inevitabilmente va incontro a un declino, più o meno rapido. Ci sono anche alcuni telefilm che il meglio l’hanno dato in là con gli anni: Buffy, ad esempio, ha raggiunto il suo picco di creatività, ironia e genialità solo nel corso della season 6. Ma Mad Men resta un caso a parte. La qualità si è mantenuta paurosamente alta. Sempre. Come mai mi era capitato di vedere in alcuna altra serie. A una prima stagione folgorante, piovuta dal cielo come un meteorite destinato a polverizzare ogni altra cosa fosse in onda in quel momento in tv, sono seguite due stagioni con qualche lievissimo calo fisiologico, ma limitato giusto a una manciata di episodi. La quarta stagione aveva quindi rappresentato una ventata di aria fresca per la serie, una rimescolata a uno show che sembrava vivere di vita nuova. Poteva bastare così? No, perché la quinta stagione si è spinta ulteriormente oltre.
"Oddio, ma come ti sei vestito?"
"Perché tu, invece?"
13 episodi fenomenali, uno più bello dell’altro, in grado di costruire un corpus unico e allo stesso tempo di regalare a ognuno (o quasi) dei personaggi principali il suo momento personale di epifania joyciana. Senza dubbio alcuno, una delle stagioni migliori mai viste di una qualsiasi serie tv e probabilmente la migliore in assoluto per lo stesso Mad Men. Nel complesso persino meglio di quel miracolo di stagione 1. Non pensavo sarebbe potuto succedere e a questo punto mi aspetto una season 6 ancora più incredibile. Perché la sesta sarà anche l’ultima. Scriverà la parola fine a una delle più belle narrazioni di sempre, non solo in campo televisivo ma prendendo in considerazione anche letteratura e cinema e qualunque altra cosa.
Mad Men con la scusa di parlare di un gruppo di pubblicitari ha ridisegnato un decennio, levando via un sacco di stereotipi e di miti sui favolosi anni Sessanta e ha ridisegnato il significato stesso della parola “stile”. In più, ci ha regalato una serie di personaggi meravigliosi, complessi, mutevoli, indecifrabili e proprio per questo umani come raramente è capitato di vedere. Mad Men è come il tonno. Insuperabile.
Per una riflessione più ampia sull’importanza storica avuta da Mad Men nel rivedere oggi il passato (si veda in proposito l’influenza non solo estetica su produzioni come The Help o Mildred Pierce) ci sarà tempo con la stagione finale, per il momento concentriamoci sulla season 5. Una mad season che ha tenuto fede al titolo della serie.
"I dilemmi della vita: sono più gnocca o più brava a recitare o a cantare?"
ATTENZIONE SPOILER
La partenza è stata grandiosa. La doppia prima puntata, season chicken premiere double burger, è stata una lezione autentica di scrittura televisiva. A un occhio mad-men-ateo, sarà potuto sembrare un episodio in cui nulla succede. A me è sembrato un episodio dalla struttura quasi da thriller. L’attesa di un qualcosa che sta per succedere. Tutta la puntata è incentrata su una festa, a casa di Don Draper. Tutta la festa e le discussioni post-festa sono incentrate su un singolo momento, la performance sorprendente e incredibile della neo signora Draper, la francesina Megan, interpretata da una Jessica Paré bomba sexy a livello fisico e da Emmy immediato a livello recitativo. Zou Bisou Bisou, canta Megan/Jessica riecheggiando Gillian Hills e la nostra Sophia Loren, e tutto il resto del mondo scompare. Un momento musicale che da solo vale 3 intere stagioni di Glee.
Il bello di Mad Men è anche quello di saper affrontare tematiche tipiche degli anni ’60, senza per forza voler sviscerare tutto l’argomento con triti e ritriti sermoni. Mad Men preferisce suggerire, offrire spunti. In questa stagione 5 è stata quindi introdotta la tematica dell’integrazione razziale, con le prime segretarie di colore assunte da Draper e soci, si è intravista la fascinazione per le religioni orientali, con il ritorno da guest-star di Paul Kinsey (Michael Gladis) in versione santone, e poi c’è stato il rock’n’roll, con un episodio in cui Don e Harry (Rich Sommer) vanno dietro le quinte di un concerto dei Rolling Stones.
Al proposito, è fondamentale l’uso delle musiche in Mad Men. Le canzoni sono usate con grande parsimonia, in genere una ad episodio, non di più, ma sempre in maniera ma-gi-stra-le. La scena in cui Don Draper ascolta “Tomorrow Never Knows”, probabilmente il pezzo più avanti dell’intera discografia dei Beatles, e poi la toglie dal giradischi prima che finisca la dice lunga, dice tutto, su un uomo d’altri tempi che non riesce ad adattarsi alla modernità e non riesce a cambiare. Il dilemma fondamentale intorno a cui ruota la serie intera è proprio questo: riuscirà mai a cambiare, Don Draper? L’ultimissima inquadratura del season finale ci suggerisce che probabilmente la risposta è un no. Ma staremo a vedere…
"Cosa essere questo?"
Tornando in campo musicale, un altro esempio di quanto bastino poche note per cambiare tutto ce l’ha dato l’episodio in cui Peggy (Elisabeth Moss) abbandona definitivamente la società e si appresta a prendere l’ascensore. È triste perché si lascia alle spalle un pezzo importante della sua vita. Poi partono le note di “You Really Got Me” dei Kinks e la sua espressione cambia improvvisamente, come se davanti a sé vedesse un futuro nuovo ed eccitante, indipendente e molto rock’n’roll.
Che dire poi dell’esaltante stagione vissuta da Roger Sterling (John Slattery)? Scatenato, dirompente, ironico ancor più che in passato, annoiato dalla sua vecchia vita e pronto a lasciarsi l’amarezza del passato alle spalle grazie a una passione tutta nuova: l’LSD. E così Mad Men per un episodio è diventato più visionario del solito, quasi un Twin Peaks Sixties. Una scena grandiosa, quella di Roger sotto LSD, che fa il paio con un momento onirico e thriller con protagonista un Don Draper in versione American Psycho ante litteram.
"Perché ce so' stata poco in 'sta stagione? Ero troppo impegnata a magnà!"
Un po’ sacrificato in questa stagione invece il personaggio di Betty, l’ex signora Draper ora (in)felicemente sposata con un altro uomo e alle prese con dei per lei inediti problemi di peso e di insicurezza fisica. Per la Grace Kelly dei nostri giorni un cambiamento di look radicale, quasi un I Used To Be Fat di Mtv al contrario, coinciso tra l’altro con la gravidanza dell’attrice January Jones.
Betty si è comunque ritagliata un episodio da protagonista ma per il resto, per quanto lo dica con un velo di tristezza, la sua assenza non si è fatta certo sentire più di tanto. Troppo dirompente la nuova Megan per far sentire la mancanza di qualcun altro.
Oltre al numero musicale di cui abbiamo parlato sopra, è stata lei il personaggio in più, la quinta marcia inserita nella Jaguar guidata questa stagione dal creatore Matthew Weiner e dal suo formidabile team di sceneggiatori.
La vitalità di Megan, la sua gioventù, anche le sue idee a livello creativo, hanno in qualche modo provato a dare una scossa a quel gran musone di Don. Riuscendoci anche, sebbene solo in parte. Rappresentando il nuovo che avanza e che Don fa così tanto fatica ad accettare ma con lei al suo fianco sembra almeno sforzarsi di fare un tentativo.
Il nuovo è rappresentato anche dal novello creativo assunto da Peggy: si tratta di Michael Ginsberg (Ben Feldman), un personaggio di quelli che per ora rimangono tra le belle speranze non ancora pienamente espresse e che magari troveranno un maggiore spazio nella stagione finale.
Chi ha avuto un maggiore risalto, suo malgrado, è stato Lane Pryce (Jared Harris), l’economista, il Tremonti dello studio pubblicitario, protagonista della svolta più drammatica e traumatica dell’intera storia della serie.
Tra i personaggi femminili più spazio anche per la prosperosa rossa Joan (Christina Hendricks), ora nelle vesti di nuova socia della compagnia e pure di madre single. E ricordo che siamo sempre negli anni ’60 e non è che allora fosse una cosa così comune e socialmente accettata. Forse nemmeno oggi lo è ancora.
L’altro grande personaggio femminile venuto fuori sempre più in questa stagione è Sally Draper, la figlioletta di Don ormai diventata una piccola donna che sta cominciando ad accettare il divorzio dei genitori. A interpretarla troviamo una Kiernan Shipka giovanissima fenomena che se continua così si candida al titolo di prossima Kirsten Dunst, piccola star ai tempi di Intervista col vampiro e Jumanji poi maturata alla grande come vergine suicida, o di nuova Natalie Portman, bimba prodigio all’epoca di Leon e poi trasformatasi in un cigno (nero). Sperando invece che non faccia la fine tossica di Lindsay Lohan o di Macaulay Culkin o caschi nel dimenticatoio come Haley Joel Osment.
Haley Joel chiii?
Piccolo spazio curiosità: l’altro figlio di Don, Bobby, è stato interpretato nelle precedenti stagioni da Jared Gilmore, che adesso è diventato l’(insopportabile) Henry di Once Upon a Time. Fine piccolo spazio curiosità. L’ho detto che era piccolo.
"No, non la voglio conoscere tua mamma Lorelai. Quella non tace un secondo!"
E chiudiamo questa lunga quanto meritata disamina dell’universo Mad Men con il mio personaggio preferito, enorme Don Draper escluso: Pete Campbell (Vincent Kartheiser). Opportunista, insensibile, spesso bastardo in passato, nei nuovi episodi ha trovato una nuova e inedita dimensione umana, grazie all’amore. Per quanto si tratti di amore adultero, altrimenti non sarebbe il vero Pete Campbell. Molto bella e tragica la relazione con Alexis Bledel, figlia per amica di Una mamma per amica, qui nelle vesti di tentatrice e Mad Woman nel senso letterale del termine, visto il suo ricovero in manicomio. Le fanno pure l’elettroshock. Anche qui, la serie ci ricorda che siamo negli anni ’60 e queste cose allora le facevano. Che le facciano pure oggi?
Nemmeno un trattamento con elettroshock può farci comunque guarire da una passione folle. Quella per Mad Men. Già in passato serie fenomenale, adesso diventata una serie mastodontica.
E infine, tanto per chiudere con una citazione pubblicitaria di quelle che avrebbe potuto tirare fuori un Don Draper: che mondo sarebbe, senza Mad Men?
Le mie due squadre preferite si scontrano nell'ultimo quarto di Euro 2012. Per scaramanzia quindi questa volta preferisco non fare alcun pronostico. Farò il tifo per l’Italia, però se proprio dev’esserci una squadra che ci sbatte fuori, oh, mi sta bene sia l’Inghilterra. Comunque vada, insomma, sarà un successo…
Come proposta musicale, una canzone per parte per i due giocatori più attesi.
Da una parte il nostro Super Mario Balotelli, che in Inghilterra è tanto odiato quanto amato, al punto che gli è persino stata dedicata una canzone.
Dall’altra parte del campo, ovviamente ci sono i Rooney...
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