lunedì 31 ottobre 2011

Filmetto o scherzetto?


Sul blog Pensieri cannibali, che si dia il caso sia proprio questo che state leggendo ora, ci sono un sacco di recensioni di film, è vero, ma non è comunque tutto, visto che una parte delle pellicole non riesco nemmeno a recensirle come si deve, per svariati motivi: vuoi per mancanza di tempo, di ispirazione, tempismo giusto o a volte semplicemente perché su certi film non è che ci sia poi molto da dire. Ecco quindi una serie di recensioni flash di pellicole che ho visto negli ultimi mesi e di cui non avevo ancora parlato e, visto che oggi è Halloween, il primo appuntamento è dedicato alle recensioni di film horror e thriller.
Buona… uhm… Buona paura si dice?

Society - The horror - La società dell’orrore
(USA 1989)
Regia: Brian Yuzna
Cast: Billy Warlock, Devin DeVasquez, Evan Richards, Patrice Jennings

Avevo letto la recensione di questo film su un blog di cui ora non ricordo il nome (nel caso voi ne abbiate parlato, battete un colpo!), e si è rivelata un’esperienza decisamente interessante. All’inizio sembra la classica pellicola teen fine anni ’80 - pre Beverly Hills 90210 -, poi vira verso territori inquieti che in qualche modo anticipano le atmosfere di Twin Peaks. Il cast è di quelli di serie Z, il regista Brian Yuzna, qui all’esordio, non è David Lynch e il film anziché trasformarsi in cult assoluto è “solo” un capolavoro mancato. Comunque angosciante, affascinante, splatter, folle, trash e altamente consigliato.
(voto 7+/10)

Heartless
(UK 2009)
Regia: Philip Ridley
Cast: Jim Sturgess, Clemence Poésy, Noel Clarke, Luke Treadaway, Ruth Sheen, Timothy Spall

Film britannico vagamente donniedarkiano, con un ottimo cast capitanato da un Jim Sturgess in versione sfigurato. Le atmosfere sono fascinose e ben costruite, peccato che la storia non riesca a coinvolgere del tutto. Un film un po’… heartless, indovinato.
(voto 6+/10)

The Children
(UK 2008)
Regia: Tom Shankland
Cast: Eva Birthistle, Stephen Campbell Moore, Rachel Shelley, Jeremy Sheffield, Hannah Tointon

Dalla vitalissima scena horror britannica, un film con dei bimbi very very inquietanti. Più di quelli americani visti in un sacco di altre recenti pellicole. Consigliato soprattutto per una visione invernale, vista l’ambientazione innevata, ma anche ad Halloween può andar più che bene. Unica controindicazione: potreste cominciare ad avere un pochino paura quando andrete in un parco giochi o anche quando vi troverete davanti un gruppo di bambini…
(voto 7/10)

1408
(USA 2007)
Regia: Mikael Håfström
Cast: John Cusack, Samuel L. Jackson, Mary McCormack, Tony Shalhoub

Tratto da un racconto breve di Stephen King, 1408 ha delle premesse che fanno sperare di trovarsi di fronte a uno di quei thrilleroni-horror da farsela nelle mutande dal terrore: in un hotel di New York c’è infatti una stanza (la numero 1408) in cui è praticamente impossibile sopravvivere. Chiunque c’è stato è morto. Lo scrittore dell’occulto John Cusack decide allora di ficcanasare, nonostante il direttore dell’albergo glielo sconsigli vivamente. Cosa succede poi? Siete curiosi di saperlo? Beh, anch’io. Peccato che dopo un così elettrizzante inizio il film spreca tutto il suo potenziale, con un John Cusack che sembra molto più a suo agio con la commedia che non con l’horror. Che dire poi del finale? Agghiacciante sì, ma per bruttezza!
(voto 5-/10)

Cherry Crush
(USA 2007)
Regia: Nicholas DiBella
Cast: Jonathan Tucker, Nikki Reed, Julie Gonzalo, Michael O’Keefe

Cherry Crush è una di quelle visioni che vengono consumate in fretta, senza coinvolgere troppo ma nemmeno infastidire, e poi passano senza lasciarti niente. Una vicenda dai toni vagamente morbosi e vagamente thriller, con un spirale di omicidi all’interno della quale un giovane fotografo viene risucchiato. A dire il vero pur avendolo visto poco tempo fa non me lo ricordo per niente… Effetto Memento o film da scordare in un momento?
(voto 4,5/10)

Chain Letter
(USA 2010)
Regia: Deon Taylor
Cast: Nikki Reed, Keith David, Brad Dourif, Ling Bai, Betsy Russell

Horror che cerca una commistione tra paura e nuove tecnologie, con una catena di S. Antonio di quelle che circolano su Internet e che portano alla morte di chi la riceve. Il film cerca qualche riflessione sullo scontro tra nuova e vecchia generazione, risultando però un orrorino guardabile ma niente di più. Film accomunato a Cherry Crush dalla presenza di Nikki Reed (Thirteen, Twilight, The O.C.), qui in una pellicola ugualmente poco memorabile ma un filo più convincente. Dopo Non aprite quella porta, non aprite quella mail.
(voto 5+/10)

Le due sorelle
(USA 1973)
Regia: Brian De Palma
Cast: Margot Kidder, Jennifer Salt, Charles Durning, William Finley, Lisle Wilson

Brian De Palma impartisce lezioni di regia a tutti, quindi prendete appunti, e in particolare di split-screen con alcune sequenze da brivido (in tutti i sensi). La costruzione della tensione è magistrale, per un thriller a dir poco ottimo. La nuova serie tv Ringer di appunti da qui ne ha presi, ma dovrebbe prenderne di ulteriori. Lo so, il film avrebbe meritato almeno un post chilometrico, però allora scrivetelo voi, invece di star qui a criticare come fanno quelli che hanno un blog e sparano giudizi e voti su tutto e tutti, proprio come… oops, me.
(voto 8/10)

La zona morta
(USA 1983)
Regia: David Cronenberg
Cast: Christopher Walken, Brooke Adams, Tom Skerritt, Martin Sheen

Gran bel film di David Cronenberg, intepretato da un Christopher Walken inquietante e… parecchio sfigato. La sua vita va splendidamente, sta per chiedere alla fidanzata di sposarlo quand’ecco che finisce vittima di un incidente e rimane in coma per anni. Quando si sveglia, la sua tipa si è sposata con un altro, ma in compenso lui c’ha guadagnato dei poteri paranormali e diventa un sensitivo usato dalla polizia per risolvere alcuni casi. Ma poi il film procede su sentieri del tutto imprevedibili…
Il film ha generato anche la serie tv The Dead Zone (che confesso di non aver mai visto, se non per pochi sporadici minuti) e una esilarante parodia in South Park, con Cartman che si butta da un terrazzo solo per finire in coma e diventare un sensitivo più figo di Kyle!
(voto 7,5/10)

domenica 30 ottobre 2011

Super ca**ola prematurata come se fosse antani


Super
(USA 2010)
Regia: James Gunn
Cast: Rainn Wilson, Ellen Page, Liv Tyler, Kevin Bacon, Michael Rooker, Andre Royo, Sean Gunn, Linda Cardellini, Gregg Henry, Nathan Fillion
Genere: eroe senza poteri
Se ti piace guarda anche: Kick-Ass, Defendor, Paper Man, Superheroes, Slither, Red State

Il titolo è importante. Per tutte le cose.
Ad esempio i titoli dei miei post puntano ad essere i più stupidi possibili, così poi uno si legge il post e magari pensa: “Beh, mi aspettavo una roba del tutto idiota, e invece per quanto molto idiota è solo parzialmente idiota.”
O, altro esempio, c’è una nuova serie tv che si chiama Unforgettable ed è un po’ il solito crime, anzi è persino un filo superiore alla media del genere dei vari CSI e cloni vari, però non è certo Unforgettable come preannuncia il titolo.
Misfits, salvatemi voi!
Un film come Super addirittura va oltre. Sarò anche un credulone, sarò anche un ingenuo che ogni volta che sente parlare di una crisi di Governo spera sempre in cuor suo che il Governo cada per davvero e invece poi corcazzo, ma da una pellicola intitolata Super io ho delle aspettative. Piuttosto alte, anche.
Stupido me.

Inutile girarci intorno: nell’ultimo periodo sono uscite un sacco di pellicole (e anche serie tv), sulla gente più improbabile che all’improvviso diventa un supereroe. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, in fondo già il Peter Parker super nerd che diventa lo Spider-Man super figo è un’idea già degli anni ’60. Poi è arrivata la serie Heroes a rendere le vicende degli eroi sempre più umane, quindi negli ultimi tempi si sono aggiunti i mitici Misfits, che se sono diventati eroi loro, lo può davvero diventare chiunque…
(e occhio che stasera parte in UK la nuova attesissima terza stagione, oh yeah!)


Più di recente però si è sviluppato un altro filone ancora: quello dei tizi che si mettono a fare i supereroi senza avere nemmeno un mezzo super potere. Questo Super parte già quindi faccia a faccia con il confronto inevitabile con altre pellicole simili come l’interessante Defendor con Woody Harrelson e Kat Dennings, il più psicologico Paper Man con Jeff Daniels, Emma Stone e Ryan Reynolds e soprattutto con Kick-Ass.
Super e Kick-Ass partono esattamente dallo stesso identico presupposto: ma perché nessuno nella vita reale ha mai pensato di fare il supereroe?
Domanda in teoria interessante ma, con ormai tutti ‘sti cazzo di supereroi che girano dappertutto e ti sbucano fuori da ogniddove, è già alquanto super-ata.
Comunque nonostante Kick-Ass sia uscito prima, la lavorazione di questo Super sembra fosse iniziata tempo fa quindi il problema non è se abbia copiato o meno Kick-Ass. Il problema è come l’idea è stata sviluppata. Il problema, fondamentalmente, è che Kick-Ass è una figata, questo è una merdata.

Un altro problemuccio mica da poco è che è super-noioso. I classici film di supereroi tutti azione e avventura a me stracciano subito i maroni e per fortuna questo non è quel genere di film. Però non c’è nemmeno nient’altro. L’analisi psicologica dei personaggi rimane su un piano bidimensionale (o monodimensionale?) come nei peggio fumetti e l’unica interpretazione che si può dare per i loro comportamenti è: ma questi sono pazzi! Pazzi non divertenti. Pazzi da rinchiudere subito. Pazzi BRRRRUMMMM furiosi!

Dopo essere stato mollato dalla moglie Liv Tyler (che non si sa bene perché fosse sposata con lui, e la spiegazione data nei flashback non regge), il ben poco super protagonista interpretato da un per nulla super Rainn Wilson (già pessimo protagonista del comunque decente - per merito credo di Emma Stone - The Rocker - Il batterista nudo) decide di diventare un eroe. Questo grazie a un’illuminazione pseudo religiosa venutagli in sogno in una scena da WTF (What The Fuck). E così si mette su una inguardabile tutina rossa che al confronto Kick-Ass faceva la figura della top-model dei supereroi e se ne va in giro armato di una chiave inglese. Alcuni lo chiamano Crimson Bolt. Altri, come me, lo chiamano Pazzo.
Ma cosa va in giro a fare, questo Crimson Bolt? A servire e proteggere la popolazione indifesa? Nient’affatto. Come una sorta di Dexter sfigato e senza un minimo di logica o introspezione psicologica, se ne va in giro a fare il matto totale per far rispettare le sue leggi. Ad esempio a chi non rispetta una fila conficca la sua chiave inglese dritta in mezzo alla testa. Roba che detta così sembra ci sia da scompisciarsi dalle risate, ma in realtà il film rimane sempre in bilico tra un lato ironico/grottesco e un altro serioso.
Per farla breve: ridere, questo film non fa ridere. Ma non è nemmeno che faccia riflettere, commuovere o emozionare o altro. O almeno personalmente non mi ha suscitato grosse emozioni se non un filo di sgomento per il comportamento del protagonista.
Anche la presenza di Ellen Page, la piccola grande Juno, di solito interprete di film parecchio interessanti (The Tracey Fragments, Hard Candy, Whip It, un certo Inception) mi è sembrata una versione caricaturale del suo solito ruolo da indie girl stralunata, qui persino troppo stralunata. Questa è la prima volta che non mi piace un film con Ellen Page. E questo la dice molto lunga sulla qualità di questo Kick-Ass di serie Z con le sue idee talmente scadute da essere finite in malora.

Il regista del film è James Gunn, che aveva già diretto Slither, un film horror sci-fi che come questo ha il suo numero di estimatori ma che come questo non mi ha convinto davvero per nulla. Sarà la storia di Super sa molto di già visto (ma molto mooolto già visto), un’estetica che va bene il low-budget ma il buon gusto è qualcosa che non ha prezzo, un protagonista che mi ha convinto meno di zero, un Kevin Bacon per l’ennesima milionesima volta in versione cattivo ma qui del tutto sprecato, o semplicemente una follia per nulla simpatica che sconfina in una schizofrenia odiosa.
Poteva essere un film super. Invece è solo un super scult. Poteva essere un top. Invece è un flop. Poteva essere nichilista. Invece è annichilente. Poteva essere una pellicola da clap clap. Invece è una roba da gridare fuck fuck!
(voto 4/10)

sabato 29 ottobre 2011

Shiny Happy Kirsten


I R.E.M. si sono sciolti, questo lo sapevate già. A meno che non foste men on the moon e allora mi spiace essere proprio io a comunicarvi questa triste novella. Ma non è questa la notizia.
I R.E.M. hanno fatto uscire una nuova canzone, We all go back to where we belong, tra l’altro la loro migliore da parecchio tempo a questa parte, che sarà uno dei tre inediti contenuti nel loro greatest hits di fine carriera. Ma non è nemmeno questa la notizia.
I R.E.M. per suddetta canzone hanno fatto uscire ben due diversi video. Ma non è neppure questa la notizia.
E allora quale diavolo è, questa benedetta notizia?
Ci sto arrivando, calmini: la vera notizia è che in uno dei due video per la canzone c’è Kirsten Dunst in un primo piano che dura per tutto il tempo della song. Questa è la notizia!
Ah, poi c’è anche l’altra versione del video con protagonista il poeta John Giorno che giusto per completezza di informazione posto e che no, contrariamente a quanto si potrebbe pensare non è un fermo immagine. Ma che ci sia Giorno o il cadavere di Mike Bongiorno non è molto importante, quando circola l'altro video con quella meravigliosa creatura di Kirsten. Dunst. Ca. Zzo.




venerdì 28 ottobre 2011

X-Fartor


Lou Reed & Metallica “Lulu”
Genere: tortura
Provenienza: Velvet Underground uno, l’Inferno gli altri
Se ti piace ascolta anche: non lo scrivo neanche, perché non ci credo ci sia qualcuno a cui possa piacere per davvero questo disco

Avete presente che suono fa una scoreggia?
Certo che ce l’avete presente.
Tutti scoreggiano.
Persino le ragazze vestite di Prada dalla testa agli stivali Louboutin scorrano.
Probabilmente anche il principe William e Kate Middleton ne sparano di farts e pure di belle big.
E allora perché il fu grande Lou Reed si è messo insieme ai Metallica per spiegarci con un disco, doppio per di più e lungo un’ora e mezza!, come suona una scoreggia?
In attesa che forse ce lo raccontino loro il 13 novembre quando saranno ospiti da Fabio Fazio (che di certo definirà il disco un Capolavoro assoluto), se qualcuno conosce la risposta me la dica, per favore.
(voto 1/10)

C’è chi dice boh


C’è chi dice no
(Italia 2011)
Regia: Giambattista Avellino
Cast: Luca Argentero, Paola Cortellesi, Paolo Ruffini, Myriam Catania, Claudio Bigagli, Marco Bocci, Roberto Citran, Massimo De Lorenzo, Harriet McMasters Green, Edoardo Gabbriellini, Max Mazzotta
Genere: finto contro
Se ti piace guarda anche: Immaturi, Generazione mille euro, Tutta la vita davanti

Figli di papà. Chi non se l’è trovati tra le scatole, nel lavoro, a scuola e più in generale nella vita? (Ho detto figli di papà, in uno strano moto di politically correctismo, ma se preferite definirli figli di puttana siete liberissimi di farlo).
C’è chi dice no ci racconta la storia di 2 tipi (Luca Argentero e Paolo Ruffini) e una tipa (Paola Cortellesi) che si oppongono a questo sistema, a questo regime di nepotismo che affligge il mondo del lavoro, non esclusivamente in Italia, ma diciamo che da noi è il modello imperante e ci sguazziamo alla grande.
Perfetto, come non considerarli simpatici, persino eroici?
I tre uniscono le loro forze per abbattere questo sistema, con ognuno di loro impegnato a demolire il “figlio di papà” dell’altro. Per fare ciò, ricorrono però a tipici modelli all’italiana: lo stalking, le telefonate minatorie, l’assoldamento di extracomunitari per fare il lavoro sporco al posto loro, la (quasi) prostituzione maschile.
Vabbè, ma combattere un’ingiustizia con altre giustizie automaticamente porta alla Giustizia?
Personaggi che sarebbero risultati molto facilmente simpatici fanno quindi di tutto per diventare odiosi, con l’apice di quello interpretato da Luca Argentero, giornalista vittima del sistema di raccomandazioni che però appena intravede una mezza possibilità di carriera personale ci si butta dentro a capofitto in quegli stessi metodi di raccomandazione da lui condannati. Arrivando ad andare (quasi) a letto con la figlia di un pezzo grosso, nonostante nella telefonatissima storiella d’amore presente all’interno del film sia già innamorato della Cortellesi.

C’è chi dice no, a un film del genere. Io, ad esempio. Perché se le intenzioni sono più che lodevoli, i metodi utilizzati dai tre tizi per guadagnarsi la loro Giustizia personale sono parecchio discutibili e il messaggio del film finisce affogato nell’ipocrisia insieme alla marketta Tim che salta fuori puntuale come il titolo di un film italiano preso da quello di una canzone.
Nonostante la pessima scelta qui caduta su un pezzo di Vasco, la colonna sonora tenta una via internazionale con pezzi brit-rock carucci quanto poco in sintonia con le immagini, a far da accompagnamento ad alcune gag riempitivo di cui la sceneggiatura davvero scontata, prevedibile e noiosa è costellata. Pur partendo da un tema di maledetta attualità, il film presenta quindi una serie di personaggi che più stereotipati non si potrebbe e scivola in una sfilza di situazioni inverosimili: la cosa più assurda di tutte è che gli sbirri incastrano i protagonisti utilizzando il computer!
Sì, certo. Come no? L'unica volta che il film prova a uscire dagli stereotipi di turno, mi va a scegliere proprio la cosa più impossibile del mondo???

Altro problema, non da poco per una commedia, è che è davvero poco divertente. Gli attori poi non sembrano del tutto a loro agio nella parte dei falliti in cerca di riscatto: la Cortellesi è molto più convincente in Nessuno mi può giudicare, Paolino Ruffini è uno dei personaggi meno di talento usciti da Mtv e infatti è finito a condurre Colorado Cafè con Belén (e ho detto Colorado Café, non un sextape), Luca Argentero sarà invece anche il personaggio di maggior talento uscito dal Grande Fratello, ma questa non è una cosa di cui vantarsi troppo.
Tra le cose positive, va segnalato l’unico momento divertente e (vagamente) cinematografico, con un “raccomandato” che dopo essere stato drogato dai protagonisti si mette a cantare e a dar vita a un siparietto musical alla Gene Kelly, più l’interpretazione della promettente Myriam Catania, la più convincente del cast e quella cui è stato affidato il personaggio meno scontato, e il discreto finale sulle note dei Baustelle che risolleva un po’ le sorti di un film apparso fino ad allora piuttosto privo di idee azzeccate.

Alla fine l’impressione è comunque pressappoco la stessa di quella avuta da Immaturi (anche se C’è chi dice no è un filino meglio, concediamoglielo), altro sconfortante esempio di attuale immatura commedia all’italiana e altro esempio di tentativo fallito di parlare con intelligenza e con uno sguardo meno superficiale della precaria vita dei 30enni di oggi. La soluzione che propone al sistema di raccomandazioni (ovvero lo stalking, mica il merito o il talento lavorativo) è poi una cosa davvero sconfortante.
Se è facile identificarsi nei protagonisti, ritrovare nei loro problemi a fare carriera senza avere “calci nel culo” da parenti o amici potentati i nostri stessi problemi, questo non significa però automaticamente apprezzare un filmetto dalle capacità cinematografiche davvero limitate. Tanto che, ironia della sorte, si finisce per chiedersi: “Ma regista e sceneggiatore da chi sono stati raccomandati?”
(voto 5-/10)

giovedì 27 ottobre 2011

Il peggior weekend della mia vita


La nuova rubrica cannibale dedicata alle uscite settimanali nei cinema italiani giunge al secondo episodio. Cosa che considero già un gran obiettivo, visto che non sono molto bravo con scadenze e appuntamenti fissi… Ma basta con le stronzate e passiamo a vedere quanto ci aspetta in questo weekend cinematogra-fico.

Promettente
La peggior settimana della mia vita
Pur non essendo un fan numero 1 delle commedie all’italiana, questo mi ispira particolarmente. Innanzitutto per l’azzeccata accoppiata di protagonisti: lui è il sempre divertente (basta guardarlo in faccia) Fabio De Luigi, lei è la sempre splendente Cristiana Capotondi (basta guardarla non solo in faccia). Per lo spazio gossip: recentemente ho scoperto che la Capotondi sta insieme ad Andrea Pezzi e allora ho capito perché Andrea Pezzi non lo vediamo più in giro da un pezzo.
La regia invece è dell’esordiente Alessandro Genovesi, già autore della sceneggiatura del valido Happy Family di Salvatores. In più, la storia del film riprende la tematica del matrimonio che ultimamente sta dando soddisfazioni al cinema (Melancholia, Le amiche della sposa, Una notte da leoni -l’1, non il 2 -).


Consigliato
Insidious
Uno dei motivi principali per cui ho aperto questa rubrica, oltre allo sfida di essere abbastanza disciplinato da tenere una rubrica fissa, è quello di ripescare film di cui avevo parlato già tempo fa ma che nel Belpaese, ma che dico?, Bellissimopaese, arrivano solo ora.
Insidious è un film assolutamente perfetto per Halloween, uno degli horror più tesi visti negli ultimi tempi e con un ottimo cast capitanato da Rose Byrne e Patrick Wilson.
Ma se volete saperne di più, andatevi a (ri)leggere la mia RECENSIONE.

Meno promettenti
Le avventure di Tintin - I segreti dell’unicorno
Ultimamente guardo con molta diffidenza alle mosse di Steven Spielberg, uno che è capace di produrre porcate assolute come le serie Terra Nova e Falling Skies e poi ridarci un filo di speranze con l’ottimo Super 8. Anche se in quest’ultimo caso ho il sospetto che i meriti siano tutti di J.J. Abrams.
Per queste avventure tratte dal fumetto belga Tintin, Spielberg a cacciare il grando torna per di più dietro la macchina da presa e si getta nel mondo del 3D. Bah, sono molto scettico…

Missione di pace
Commedia italiana politicheggiante, potrebbe risultare interessante per vedere Filippo Timi nei panni di un ironico Che Guevara, anche se per il resto appare come una missione suicida più che di pace.

Quando la notte
Il nuovo film di Cristina Comencini con Claudia Pandolfi e Filippo Timi (ormai prezzemo-timi, visto che ha 2 film in uscita lo stesso weekend) è stato massacrato all’ultimo Festival di Venezia, dove è stato accolto più da fischi e risate che da applausi. Potrebbe risultare quindi una visione ideale per una bella e sana stroncatura cannibale!

L’amore all’improvviso
Nuova commedia romantica di e con Tom Hanks, alla sua seconda prova come regista. E  a me Tom Hanks sta sulle palle dai tempi in cui Forrest Gump correndo ha scippato l’Oscar a Pulp Fiction. Nel cast ci sono anche il grande Bryan Cranston di Breaking Bad e Juliona Roberts. Perché sento puzza di Mangia prega ama virato al maschile?

Per nulla promettenti
Falene
Noir italiano che magari si rivelerà un capolavoro, ma che a me non ispira per nulla, così me ne volo via come una falena e probabilmente non lo scoprirò mai...

Johnny English - La rinascita
No, per favore. Rowan Atkinson no. Mr. Bean ai tempi in cui veniva trasmesso per la primissima volta poteva anche strappare un sorriso o due, ma dopo anni e anni che Canale 5 trasmette sempre le stesse gag l’odio nei suoi confronti è aumentato parecchio. E poi, per la classica domanda che spetta all’ennesimo sequel di cui nessuno sentiva il bisogno, ma Johnny English 1 chi cazzo l’ha mai visto?



omelette

Homeland
(serie tv, stagione 1)
Rete americana: Showtime
Rete italiana: non ancora arrivata
Creato da: Howard Gordon, Alex Gansa
Tratto dalla serie israeliana: Hatufim
Cast: Claire Danes, Damian Lewis, Mandy Patinkin, Morena Baccarin, Diego Klattenhoff, David Harewood, Morgan Saylor, Jackson Pace, Maury Sterling, Navid Negahban, Brianna Brown
Genere: terroristico
Se ti piace guarda anche: 24, Damages, Covert Affairs

Jack Bauer non andava mai in bagno. MAI. Gli episodi di 24 ci mostravano un giorno intero praticamente senza stacchi e senza pause nella vita dei personaggi e Jack Bauer non andava mai in bagno! Vabbé che era quasi un supereroe più che un uomo, però che razza di vescica aveva? In questa nuova serie Homeland, per smentire quindi speculazioni e dissipare i dubbi sul fatto che gli agenti della CIA non lo usino, vediamo quindi subito in una delle prime scene Claire Danes in bagno.
Una promessa (forse non necessaria, di certo stupida) per spiegare come Homeland sia in qualche modo la serie erede di 24, ma allo stesso tempo è anche qualcosa di diverso.
Innanzitutto, Homeland è tratto dalla serie israeliana Hatufim (Prisoners of War), un ulteriore segno di come le idee originali gli americani le abbiano finite da un pezzo, visto che ormai prendono ispirazioni da telefilm UK (Shameless, The Office, Being Human, Skins, a breve Misfits…) e anche danesi (The Killing). A quanto pare, sono talmente alla frutta che sono persino tentati di adattare due serie italiane: Tutti pazzi per amore e Squadra antimafia - Palermo oggi (ma al momento si tratta solo di un interesse iniziale, quindi non è detto che i progetti vadano in porto).
Dietro a questo adattamento realizzato però in salsa molto yankee ci sono Howard Gordon e Alex Gansa, che già avevano lavorato alle sceneggiature di 24. E si vede. Rispetto alla leggendaria serie con Kiefer Sutherland, in Homeland lo stile non è così altamente marcato, quindi niente split-screen, telefoni dal suono che mi risuona nelle orecchie ancora adesso, orologi e tempo cronologico rispettato al secondo. Ciò che però accomuna le due serie è la tematica del terrorismo, l’intreccio dei personaggi costruito alla perfezione e una simile atmosfera tesa e adrenalinica.
La differenza principale la fanno invece i protagonisti, come giustamente sottolineato da Telesofia: laddovè Jack Bauer era più uomo d’azione, la protagonista di questa serie Carrie Mathison (interpretata da Claire Danes) agisce più a distanza, cerca di osservare il problema terrorismo da un punto di vista differente ed è un tantino più riflessiva. Cosa che significa: per adesso nada interrogatori Guantánamo style che rappresentavano il diletto prediletto del sadico Bauer.




La vicenda principale di questa serie prende il via quando il soldato Nicholas Brody (Damian Lewis dell'ottima serie crime Life) viene ritrovato dai marines dopo che era stato sequestrato per tipo 8 anni da quelli di Al-Qaeda. Un salvataggio miracoloso e insperato che ottiene ovviamente un grande risalto sui media (in particolare i Quarto Grado e gli Studio Aperto a stelle e strisce), con Brody che viene riaccolto in patria come un vero e proprio American Hero, con tanto di champagne e puttane. (quest'ultima parte me la sono inventata).
Tutto è bene quel che finisce bene? Potrà tornare a casa a riabbracciare i due figlioletti e la moglie brasileira Morena Baccarin (recentmente capo dei Visitors nel poco riuscito remake V ma qui decisamente più convincente e nuda), la quale però nel corso degli anni, rimasta sola, si è data da fare con… un classico: l'istruttore di sci? No, con il migliore amico del marito. Un classico che però è sempre in grado di gettare in mezzo a una situazione complicata e bella tesa.
Il problema però non è questo. Il problema è che forse Brody non è esattamente l’American Hero che tutti ritengono sia.
Tutti, tranne una. L’agente della CIA Carrie. Secondo lei Brody ha tradito gli Usa ed è ora al servizio di Al-Qaeda e di Abu Nazir, che è una sorta di Bin Laden di questa serie. Ecco perché è stato portato in salvo dopo un così lungo periodo. Per provare questa teoria cui solo lei crede, dovrà però trovare delle prove e lo farà spiando Brody giorno e notte con le telecamere piazzate in casa sua, in quello che diventerà il suo personale Grande Fratello. Ma avrà davvero ragione lei? (a quanto pare negli Usa non prendono Canale 5 e quindi senza Alessia Marcuzzi e compagnia trash si arrangiano alla meglio...).

C’è un piccolo dettaglio comunque che potrebbe non rendere del tutto credibile la sua versione della storia. Carrie sguardo di Satana infatti è sì un’agente della CIA addestrata e preparata che sa fare ottimamente il suo lavoro, ma è anche - eccolo, il piccolo dettaglio -   psicotica. Paranoica. Pazza. Non furiosa, ma quasi. Potrebbe arrivarci ad esserlo nelle prossime puntate. E io sinceramente lo spero, perché se adesso la serie è già una notevole figata, innescando la miccia della follia della protagonista potrebbe diventare una bomba micidiale, tipo bomba Maradona o meglio bomba Lavezzi.
Pazzesca oltre al personaggio anche l’interpretazione di Claire Danes, eterna promessa fin dai tempi della serie anni ’90 My So-Called Life, un cult andato in onda per una sola stagione negli Usa e mai arrivata in Italia (strano, eh?), e poi Giulietta di Romeo + Juliet accanto a Leo DiCaprio. Lì sembrava davvero arrivato il momento giusto per lei e invece la sua carriera si è un po’ arenata, ma con questo notevole ruolo sembra proprio tornata in carreggiata.

Oltre a sceneggiature di ferro e a interpretazioni notevoli, a caratterizzare questo Homeland, sicuramente una delle serie migliori uscite dall’autunno telefilmico americano e la prima novità ad essere già confermata per una seconda stagione, è inoltre uno strambo andamento jazz. Ci sono serie rock (Shameless), post-rock (Friday Night Lights), indie (New Girl), pop (Glee, Pretty Little Liars), emo (The Secret Circle, The Vampire Diaries)… e questa invece è una serie jazz. Il jazz migliore, però, quello più imprevedibile e dinamico. Raphael Gualazzi, non sto parlando di te! E Hugh Laurie/Dr. House, nemmeno di te!
(voto 8/10)

mercoledì 26 ottobre 2011

Pensione a 34 anni a chi intitola un disco Mylo Xyloto


I turn the music down,
metto su i miei records on,
il tuo Chris è appena uscito però a me m’ha rotto già da un po’
ma che stai a fa’, che stai a combina'?
una volta cantavi yellow
adesso c’hai le cattedrali nel tuo cuooor?
Ogni lacrima è una waaaaaaaaaterfall
ma tu vattene al diaaaaaaaaaaaavoll
e smettila di gridaaaaaaaaaar
che quando va bene sembri Booooooooooono
quando va peggio Vaaaaaaaaaaasaaaaaaaasco


Coldplay “Mylo Xyloto”
Genere: cori da stadio
Provenienza: gwynethpaltrowlandia
Se ti piace ascolta anche: U2, Keane, Snow Patrol, Baltimora

Uh, è arrivato un nuovo disco dei Coldplay. Mammà, papà: che bello!
Una volta lo potevo dire tranquillamente perché l'oggi 34enne Chris Martin e soci erano in grado di fare uscire dei dischi interessanti, adesso lo dico con tono urlante (visto che Chris è passato dal falsetto all’urlo da stadio perenne e quindi per farmi sentire sulla sua voce devo gridare) perché di certo ci sarà da spettegolarci sopra e da divertirsi nel criticarlo. Yahooooo!
I Coldplay si sono infatti progressivamente trasformati da grande promessa della musica inglese a grande delusione della musica inglese, con vendite - è ovvio - inversamente proporzionali alla qualità dei dischi, fino ad arrivare al tonfo dell’ultimo Viva la vida che era davvero mediocre, a parte la title track resa splendida dagli archi del “nostro” Davide Rossi.

Adesso è arrivata l’ora di un nuovo album e com’è che hanno deciso di chiamarlo?
Mylo Xyloto.
No dai, sul serio: come l’hanno chiamato?
Mylo Xyloto!
°___°

Oookay, quindi a quanto pare questo è un concept album che ci racconta una storia, una fiaba d’amore, il cui protagonista è proprio ‘sto personaggio chiamato in questo buffo (stupido?) modo, pare perché ai Coldplay piaceva scegliere come titolo del disco un nome che quando lo googli non dà altri risultati. E tè credo, chi ha così pessimo gusto da usare un nome del genere? Forse giusto uno che chiama i suoi figli Apple e Moses…
°___°

Eppure l’attacco del disco fa ben sperare. “Hurts like heaven” ha un suono electro anni ’80 nervoso, ti fa muovere la testa su e giù come un pezzo dei Coldplay non aveva mai fatto prima. Come apertura è più che discreta, anche se nel finale Chris Martin non può fare a meno di inserire un evitabile coro angelico poco in stile Sigur Ros e più in stile catechismo del sabato pomeriggio. E io penso di non aver mai odiato niente più del catechismo del sabato pomeriggio. Mi mettevo a piangere come una fontanella, every teardrop is a waterfall direbbe Chris, ma i miei mi costringevano ad andarci e pensare che nemmeno gli è mai importato così tanto della religione. Probabilmente mi ci mandavano giusto per avermi fuori dalle scatole per un’ora.

Oh, merda! Hanno pure messo le farfalline sulla copertina.
La situazione è più preoccupante di quanto immaginassi...
E poi calano la carta “Paradise”.
C’era una volta una band che voleva essere come i Radiohead.
A dirla tutta, ce n’erano e ce ne sono tante di band che vogliono essere come i Radiohead, ma in particolare ce n’era una, i Coldplay, che ai tempi degli esordi un disco come Ok Computer doveva averlo consumato parecchio. Quello è stato il loro periodo artisticamente migliore, poi si sono resi conto di non aver nemmeno lontanamente il talento e la genialità dei Radiohead e allora hanno deciso di diventare i nuovi U2. Lì gli è andata piuttosto bene, hanno venduto milioni di dischi, il cantante si è sposato con un’attrice hollywoodiana, come abbiamo visto ha dato dei nomi ridicoli ai suoi figli e si è messo a fare il mezzo profeta come se il destino del mondo fosse nelle sue mani.
Adesso però i Coldplay hanno deciso di cambiare modello di riferimento e prendere come esempio una band italiana: i Baltimora.
Come, chi sono i Baltimora? Hanno fatto hit di successo come Tarzan Boy e… basta.
In pratica il nuovo singolo dei Coldplay “Paradise” è un tributo a Tarzan Boy, anche se, pur sforzandosi, non raggiunge le stesse vette trash.
Il fatto che sia uno dei brani migliori dell’album vi può dare un’idea del resto.
E il ritornello è proprio para-para-paraculo
para-para-paraculo
oooooh ooooooooohh



"Cos'ho fatto di male per finire in un disco dei Coldplay?"
Poi arriva un pezzo che si chiama “Charlie Brown” e solo un gruppo troppo poco rock’n’roll come i Coldplay poteva intitolare un brano così. Il titolo è comunque l’unica cosa rivelante di un pezzo al 100% coldpleiano che scivola innocuo. Charlie, renditi utili e portami la coperta di Linus che mi schiaccio un pisolino.

“Us against the world” è una ballata in slow motion vagamente folk-country. Il genere di pezzi delicati che ai Coldplay riesce ancora discretamente bene. Che forse gli orpelli e le palettes 80s li debbano lasciare a chi sa come usarli e concentrarsi su una scrittura semplice e basic? Potrebbe essere una buona idea, peccato che si sforzino in tutti i modi di fare i cool ma quando ci provano finiscono solo per farsi prendere per il cul.
Sarkò, Anghela: smettetela di ridere.
Merci.
Danke.

“Major minus” ha un ondeggiamento più rock, per quanto il maritino salutista di Gwyneth Paltrow possa fare del rock, e un coretto che ricorda parecchio un brano più o meno famoso, “Sympathy for the devil” di certi Rolling Stones. Dopo le accuse di plagio che sono piovute loro addosso già con lo scorso disco, la pericolosa e famigerata “sindrome da Zucchero” sta entrando per loro in una fase acuta?
In ogni caso il brano non è per nulla riuscito. Il rock non è proprio la loro cosa. Ma questo già lo sapevamo.

La chitarrina acustica ci “U.F.O.” nonostante il titolo riporta i freddogioco sulla Terra e a ciò che sanno fare meglio, le ballatone. Peccato che in questo caso non sia particolarmente riuscita. Come direbbe E.T.: “Ohi ohi”.

“Princess of China” è il pezzo della discussa collaborazione con Rihanna. La canzone ha un andamento quasi hip-hop alla Kanye West, ma senza avvicinarsi not even far away alla sua potenza e genialità. Il vocal di Rihanna farà storcere il naso ai puristi coldplayani ma secondo me è tra le cose migliori dell’intero album. Anche perché della voce di Chris Martin francamente non ne potevo più e pure lui, autoinfastidito da se stesso, la pensa così. Peccato per i soliti cori da stadio che invece non giocano a favore del pezzo, uno dei migliori di Mylo Xyloto ma uno dei peggiori degli ultimi tempi per Rihanna, che ci aveva abituati a collaborazioni di ben altro livello con Eminem, Kanye West, Jay-Z, Calvin Harris, Drake, Nicki Minaj, T.I. e persino Britney Spears!


“Up in flames” è un’altra ballata rallentata. Carina, ma anche sbadigliona. Yawn. Charlie Brown, ‘sta cazzo di coperta arriva o no?

“Don’t let it break your heart” con quel piano va in territori Keane. Fatto curioso, perché una volta erano i Keane a ricordare i Coldplay, adesso viceversa. Il resto dei suoni riporta invece dalle parti di “Every teardrop is a waterfall”. E non è certo cosa giusta e buona.

“Up with the birds” chiude con la solita lagna coldplayana, per un disco che nei primi pezzi faceva intravedere qualche luce, qualche abbozzo di idee, e invece sprofonda nella confusione, nell’apatia e nella noia.
Per quanto una insufficienza ancora più pesante al disco dei tanto blogger-odiati Coldplay mi renderebbe più fico al mondo della blogosfera, non fico quanto Ryan Gosling ma comunque piuttosto fico tipo boh Michael Fassbender, devo dire che non tutto mi è dispiaciuto del tutto.
È vero: i Coldplay sono troppo più famosi dei loro reali meriti.
È vero: ci sono un sacco di band che non si fila nessuno che fanno musica molto ma molto più coraggiosa, eccitante, entusiasmante di loro.
È però vero anche che là fuori c’è della musica peggiore.
Certo, Mylo Xyloto con quel suo nome del cazzo non credo rientrerà nella classifica dei miei dischi preferiti dell’anno nemmeno se facessi una top 100 o top 200 o top 1000, per dire, però un paio delle sue canzoni ogni tanto potrei ascoltarmele per addormentarmi. Peccato poi arrivino tutti ‘sti cori da stadio e prendere sonno diventi più difficile che in mezzo alla curva Sud. Perché la più grande influenza di questo è album è il “Po-poppoppopopo”. E intendo proprio il “Popporoppopopo”, non “Seven Nation Army” dei White Stripes.
Indovinate cosa sta facendo?
Facile: un coro da stadio!
La prossima volta, Chris, vai allo stadiooooooo-oooooo-oooooo-oooooo, sempre che Gwynettina ti lasci uscire di casa da solo, così ti sfoghi per bene. Quando hai finito con tutti ‘sti cori, facci un fischio.
Anzi no, come non detto, che poi il prossimo disco lo riempi di fischi e tra Mooooooves like Jagger e cazzate varie ne abbiamo già basta pure di quelli…
Come dici, Chris?
Questo Mylo Xyloto potrebbe essere il vostro ultimo album?
Oh, finalmente una buona notizia!
(voto 5/10)


martedì 25 ottobre 2011

Non ho guardato il Grande Fratello, è il Grande Fratello che ha guardato me

Ogni tanto fa bene mescolarsi con la gente. Con il popolo. Con la plebaglia.
Come quando i politici decidono di entrare in contatto con l’uomo della strada e per farlo salgono su un palco a fare un comizio cui non alcuna possibilità di replica e se provi a fischiare ti cacciano via perché quello non è manifestare la propria opinione ma essere rispettosi nei confronti di chi parla e questo sì che è un vero contatto con la gente. Con il popolo. Con la plebaglia.
Ma mai senza guardie del corpo eh, perché va bene il contatto e tutto, però non si sa mai cosa può decidere il popolo da un momento all’altro. Un giorno sei trattato come un re e pure tu li tratti alla grande e poi l’altro giorno ti sparano. Davvero strano e imprevedibile, questo popola.

Ogni tanto quindi fa bene (oddio, magari non a tutti) scendere giù dai propri piedistalli.
Nel mio caso, fuggire da una realtà fatta solo di capolavori di Terrence Malick e Lars Von Trier e abbandonarsi alla endemoliana visione del Grande Fratello, giunto alla 12esima edizione.
Sì, 12esima, avete capito bene. Ma considerando da chi siamo governati da 17 edizioni (quasi) consecutive, siete davvero stupiti?
E così mi guardo il GF e senza nessuna ragione in particolare o forse sì mi viene in mente questa canzone degli Zen Circus.


Alessia Marcuzzi era una MILF, ma per ribadire il concetto ha avuto un secondo figlio questa volta dal figlio di uno dei figli di uno dei Pooh, un certo Fa-fa-fa-fa-fuckinetti [Marracash cit.]. Comunque la Marcuzza annuncia che l’edizione di quest’anno sarà ancora più imprevedibile delle passate edizioni (perché le passate edizioni erano davvero imprevedibili, sìsìsìsì) e che chiunque potrebbe diventare un concorrente. Anche la gente tra il pubblico. Anche voi che siete a casa vostra a leggervi tranquilli il romanzo di un qualche autore russo.
Esatto: il Grande Fratello quest’anno ha deciso di rompere le palle pure a voi.
Scaraventate il televisore giù dal terrazzo, staccate il telefono, pregate il Dio Mentana, ma non c’è niente che possa impedire al GF di raggiungervi.
Che poi tutti a chiedersi: ma perché la gente guarda il Grande Fratello? e le risposte, molteplici e sfaccettate sono, a seconda dei gusti sessuali
- Per vedere se c’è figa
- Per vedere se ci sono dei tizi con una tartaruga al posto degli addominali
E, per tutti:
- Sentirsi superiori rispetto a questa manica di idioti

Il primo concorrente è un tizio pugliese con un passato difficile alle spalle che adesso però si è trasformato in un tamarro scatenato: esatto, il concorrente del GF tipo. Tipo simpa, ma che nel giro di qualche minuto potrebbe anche diventare odioso, chissà? Durante il suo filmato di presentazione dice che lui quando c’è la finale del GF si veste in giacca e cravatta. E io non stento a credere che questo soggetto lo faccia per davvero.
Una tizia bona simil-Belén invece non viene fatta entrare.

Sì, certo. Come no?

Passano pochi secondi, un telefono squilla, interviene un certo premier e la tizia gnocca entra.
Sorpresi?
Davvero imprevedibile quest’anno il GF. Davvero imprevedibile. Che turbinio di emozioni. Brrr. Ho la pelle d’oca.

Ma sentiamo Alfonso Signorini che quest’anno non ha ancora sparato una delle sue banalità. E cos’è che ha da dire?
Banalità.
E con il suo solito bigottismo si lamenta perché i concorrenti dicono troppe volte: “Madò!”. Ma che ti lamenti, Signorì? se sono in grado di parlare è già buono al pane!
Ma perché sto continuando a guardare il GF?
Ah, già la phiga.
C’è una tizia bionda che sembra una versione di Lindsay Lohan in carne (cioè prima che Lindsay Lohan si facesse di coca, cioè parecchio tempo fa) molto interessante. Intendo intellettualmente interessante, ovvio.
Poi c’è una sosia di Lucilla Agosti, e se non sapete chi è Lucilla Agosti googleatela invece di stare a perdere tempo a chiedervi: “Ma chi cazzo è ‘sta Lucilla Agosti?” Ve lo dice uno che perde il suo tempo guardando il Big Brother. Comunque sta qua che sembra Lucilla Agosti sembra anche la potenziale tizia psicopatica di turno, quella che speri che entri e faccia una bella strage. Metaforicamente parlando, ovvio. Su questo blog siamo contro la violenza, noi. Al prossimo che però osa parlare male di Kirsten Dunst gli regalo un biglietto di sola andata per il concerto di Justin Bieber.
Entra un rugbista perché va un casino quest'anno, il rugby [Zoolander cit.].

La concorrente con il QI alto in una tipica posa intellettuala
Poi entra una tizia che fa parte del Mensa, ovvero possiede un quoziente di intelligenza sopra alla media. E anche una taglia di reggiseno superiore alla media, ecco il vero motivo per cui l'hanno presa.
Appena entrata nella casa dopo aver citato Dante, succede però la tragedia: cerca di spiegare agli altri ragazzi cos'è il Mensa e la testa di tutti gli altri concorrenti esplode immediatamente.
Poi entra un tizio fissato con gli squali che scrive anche poesie, si dichiara un anticonformista e sembra essere il secondo intellettuale della casa.
Quindi arriva pure quell'altra che ha letto mezzo libro di Shakespeare e due citazioni di Schopenhauer su Wikiquote ed è sicura di essere un'intellettuala.
No, basta: mi sento offeso. Anzi, offesuto. Quest'anno il programma si sta facendo troppo culturale e troppo poco cul-turale. Se proprio voglio vedere un programma culturale sulla tv italiana mi guardo...
Con uno sguardo così sveglio, come si può non considerarla un genio?
beh, sì quello: come si chiama?
Avete capito quel programma là, con quel tipo lì, che parla di quella roba...
No, non esiste un programma culturale sulla tv italiana?
Ok, scusate. Errore mio.

Altra concorrente random: una seconda psicopatica, questa pure violenta che potrebbe darci delle soddisfazioni vere tipo una sana rissa alla Jersey Shore.
E ora conosciamo il concorrente più giovane del Grande Fratello: si chiama Bimbo Gigi, ha 8 anni, fa la terza elementare e ha una cultura maggiore di tutti gli altri pseudo intelligentoni della casa...
Ah no, scusate: ha 20 anni è un modello ed è il bonaccione o presunto tale dell'edizione di quest'anno. Pure lui l'han preso per il QI o forse per la cultura guadagnata studiando GQ.


Quindi è la volta di un tizio che i geniali autori del Grande Fratello cercano di spacciare per un principe indiano. In realtà la sua storia è più vicina a quella di The Millionaire (ma anche al Ragazzo di campagna) che non a Il principe cerca moglie. La cosa più inquietante comunque non è la storia inventata da quelli del GF cui non credeva nessuno, nè il suo accento bergamasco dàààààiii, ma la sua somiglianza con M. Night Shyamalan.


Quindi entra una tizia che si spaccia come quella "tenerosa" di turno, ma intanto indossa un abito che ci mostra subito il suo deretano, d'altra parte è pur sempre un'igienista dentale... e mi viene in mente che giusto domani ho appuntamento per la pulizia dei denti: la cosa si fa interessante.
E poi è la volta della MILF molto mediterranea che si diletta con il burlesque, la versione pizza pizza marescià di Dita Von Teese. Niente male, ha fatto venire il durello persino ad Alfonso Signorini!


Di seguito entrano una hipster milanese uscita da I love shopping (Madunina edition) e uno pseudo conte fiorentino che fa il cameriere e si chiama Leone Guicciardini e a me fa venire in mente Fabio De Luigi in versione Luigio Guastardo della Radica.





Quindi entra un tizio napoletano senza grossi segni particolari, se non quello di avere una nonna di 182 anni presente in studio che mentre recita la nota citazione errata: "Vivi come se dovessi morire domani, pensa come se non dovessi morire mai" schiatta non domani ma proprio lì davanti al pubblico indifferente che si crede sia un'altra trovata di quei mattacchioni di autori.
E poi... poi basta che dentro la casa ormai sono così tanti e così stipati che nemmeno nella versione cinese del GF.
E con questa battutona politically scorregg chiudo.
Giudizio finale: il Grande Fratello quest’anno è un programma troppo intellettuale per i miei gusti. Non c'è più nemmeno la tv trash ignorante di una volta. Sono davvero dis-gus-ta-to.



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