In attesa del loro nuovo album “High Violet” (in arrivo a inizio maggio), quel patrimonio nazionale americano che sono i The National ci hanno regalato un paio di anticipazioni di ciò che ci dovremmo aspettare. Il primo singolo “Bloodbuzz Ohio” al momento mi sembra un’ottima pretendente al titolo di miglior canzone del 2010 e la potete scaricare gratuitamente dal loro sito ufficiale
e poi l’altrettanto ottima “Terrible Love”
Cosa aspettarci, dunque dal nuovo album? Grandi, grandissime cose...
Daybreakers – L’ultimo vampiro Regia: Michael & Peter Spierig Cast: Ethan Hawke, Willem Dafoe, Sam Neill, Claudia Karvan, Isabel Lucas
Spunto iniziale interessante: i vampiri sono diventati la maggioranza della popolazione, mentre gli umani sono una specie in via d’estinzione. Ma senza umani, cosa diavolo succhiano i succhiasangue? Dopo i primi 30 minuti d’ambientamento piuttosto interessanti, con atmosfere che sembrano rifarsi a “Gattaca” (il protagonista è anche in questo caso Ethan Hawke) nonché a "Matrix", appena parte la storia vera e propria lo sviluppo della trama segue invece binari decisamente più prevedibili e da sbadiglio, fino a un atroce finale. Ridicolo il personaggio interpretato da Willem Dafoe, un ex-vampiro ridiventato magicamente umano che si fa chiamare Elvis. Uno scontatissimo richiamo a Elvis the Pelvis Presley e al glorioso passato degli uomini.
Per completezza di cronaca, devo dire che ho sentito pareri molto discordanti su questo film più vicino al fantascientifico che non all'horror. C’è chi come me lo considera un’occasione sprecata e ‘na mezza ciofeca, chi invece l’ha salutato come un piccolo cult, quindi potrebbe anche piacervi. Io personalmente torno a guardarmi “True Blood”. (voto 5)
L’Italia si è espressa. Dopo un lungo e appassionante testa a testa, andato avanti per ore, nel profondo della notte è giunto infine il risultato definitivo tanto atteso: Emma Marrone ha vinto l’edizione 2010 di Amici. Emma, prodotta in laboratorio dalla De Filippi& Co. (dove Co. sta per Costanzo) è stata creata prendendo la voce della vincitrice della scorsa edizione ma donandole un corpo più grazioso e accattivante. Anche perché la Alessandra Amoroso, diciamolo pure, è davvero inguardabile. Il premio della critica è invece andato a un certo Pierdavide Carone, un ragazzo chiaramente con qualche rotella fuori posto che qualcuno altrettanto pazzo ha paragonato a Rino Gaetano. Ricordo come Pierdavide sia anche l’autore del brano vincitore di Sanremo cantato da Valerio Scanu. C’è ancora qualcuno che sostiene paragonarlo a Rino Gaetano, adesso? Il dato da tenere sott’occhio è però l’affluenza di voti. Sono stati numerosi, ma va rilevato come la maggior parte degli Italiani non abbia votato nel corso della finale del programma, forse perché distratto da altre elezioni tenutesi nel corso della domenica/lunedì.
In queste elezioni minori, il dato da rilevare è come PdL/Lega abbiano preso circa 9milioni di voti, su scala nazionale. Che sono tanti, tantissimi. Però su 44milioni di Italiani chiamati alle urne, significa che c’è un bacino di ben 35 milioni di persone che, ipoteticamente, potrebbero non essere del tutto in sintonia con l’attuale Governo. Solo, manca un leader che li spinga a votare e che raggruppi tendenze tutte d’opposizione, ma tutte in contrasto tra loro. Dal PD dovrebbero poi sparire i personaggi fuori dal tempo. D’Alema, per esempio. Ma lo volete accompagnare alla porta con un gentile calcio nel culo o volete perdere le elezioni per tutto il prossimo secolo? E non sarebbe ora di abbandonare le derive centriste, moderate e democristiane visto che l’elettorato di sinistra evidentemente non gradisce un PD(L) versione 2? E non sarebbe anche arrivato il momento di rifondare la sinistra sulle basi del Popolo Viola, Grillo, Di Pietro, Nichi Vendola, di quanto di buono emerso da “Rai per una notte”? Insomma, da chi cerca una reale alternativa all’attuale Governo e non se ne sta zitto & buono ad incassare passivamente come hanno fatto Franceschini e Bersani. Gente talmente priva di carisma che io non chiamerei nemmeno per guidare una riunione condominiale.
Change? Siamo Italiani. Odiamo il cambiamento. E poi perché cambiare quando le cose vanno male? Meglio essere prudenti, sai mai che le cose vadano ancora peggio. Perché le cose possono andare peggio, vero?
Regia: Hunter Richards Cast: Chris Evans, Jessica Biel, Jason Statham, Isla Fischer, Joy Bryant, Kelli Garner
Ambientato nonostante il titolo a New York, questo film del 2005 segue la folle nottata coca & delirio di un tizio (Chris Evans dei Fantastici 4) che a una festa si ritrova con la ex di nome London (ecco spiegato il titolo, a interpretarla è Jessica Biel) e di cui è ancora innamorato. Per evitare di incontrarla, si chiude in bagno a spararsi piste di coca & a sparare discorsi deliranti insieme a un tizio appena conosciuto, un certo Bateman. Uno che pure lui non ha tutte le rotelle a posto. Non bastasse l'ambientazione tipica del suo mondo patinato/drogato, il riferimento ai romanzi di Bret Easton Ellis si palesa nominalmente con questo richiamo al Patrick Bateman di “American Psycho” e allo Sean Bateman de “Le regole dell’attrazione”. I dialoghi allucinati e la miriade di flashback portano poi vagamente in direzione Tarantino versus Trainspotting, e allora sembra una pellicola fatta apposta da/per me.
Un film fuori di testa che seppure non del tutto focalizzato e senza realizzare in pieno la genialità degli altissimi modelli di riferimento cui si ispira, è diventato subito un mio piccolo cult personale. (voto 7,5)
Uscito in sordina e ignorato da pubblico & critica, potete recuperarlo in DVD oppure vederlo in streaming QUI.
Vi avevo parlato del singolo “Gli spietati” e avevo delirato a proposito del relativo video. Potevo dunque mancare all’appuntamento con l’album numero 5 dei Baustelle? Ma certo che no. E allora eccolo QUI, “I mistici dell’Occidente”. (password: m45) Un’aria di solennità si respira tra le note del loro nuovo lavoro. Un misticismo occidentale presente per tutto il percorso, a partire dalla marcia iniziale “L’indaco”, quindi in “San Francesco”, dove riaffiorano timide le chitarre elettriche su un tema religioso affrontato con la giusta dose di ironia. La title track fa molto De André + Morricone. Il testo è una critica sociale western attualissima: “Ci salveremo disprezzando la realtà e questo mucchio di coglioni sparirà.”
“Le rane”. Ah yeah. Pezzo pop che fa piacevolmente saltellare come rane e riflette sulla tematica -vita in città versus vita in campagna-.
“Gli spietati” ha questi archi splendidi, cresce ad ogni ascolto e il testo mi sembra meraviglioso, forse perché mi sento allo stesso tempo e a seconda delle occasioni uno spietato che sale sul treno e non ritorna mai più, ma anche un fallito antico eroe che saluta sul binario. “Follonica” scivola lenta come una ballata degli Air o dei Divine Comedy, solo sulla spiaggia della cittadina toscana. “La canzone della rivoluzione” è rock’n’roll, voce effettata, suono tirato, futuro nuovo classico ai concerti. Sembra il corrispettivo sonore delle parole di Mario Monicelli a “Rai per una notte”. Vamos a matar.
“Groupies” nonostante il titolo rallenta il ritmo e si allontana dal r’n’r per tornare verso più le consuete atmosfere solenni baustelliane. “L’estate enigmistica” è di nuovo rock’n’roll. Fresca come una Fanta uscita dal freezer ed esaltante in maniera yeah-yeah 60s.
La voce e la figura di Francesco Bianconi dominano in questo nuovo lavoro. Alla voce di Rachele sono affidate solo “La bambolina”, in cui la Baustelle girl riflette sulla figura della donna nella società attuale. Si è emancipata veramente, o è solo un’illusione veliniana? Quindi il finale de “L’ultima notte felice del mondo”. Una canzone, leggera, sognante, incantevole.
Il disco della maturità? Lasciati da parte ma non abbandonati del tutto i sussidiari illustrati dell’adolescenza, le tonnellate di porno scaricati, le amiche stronze suicide di 16anni, i Baustelle sono cresciuti. È normale, era lecito attenderselo, soprattutto dopo un disco come “Amen” di cui questo sembra il naturale sequel, nonostante in qualche passaggio ci sia anche qualche richiamo al passato remoto della band. Giudizio definitivo congelato, per ora. In qualche passaggio affiora un filo di maniera e un’eccessiva aura sacra rende l’insieme leggermente pesante. D’altra parte sarebbe ingiusto bollarli come un gruppo alla frutta solo perché ora sembrano diventati quasi popolari. La verità non sta sempre nel mezzo. Chi lo dice mente oppure è un moderato. E si deve diffidare dei moderati. In questo caso però forse è così. Un disco nella terra di mezzo. I Baus sono trentenni in giusta crisi d’identità, sospesi tra la bestemmia e la capatina in Chiesa, tra il rock e il pop, tra il sesso promiscuo e la voglia di stabilità, fare marmocchi & metter su famiglia.
The Twilight Saga: New Moon Regia: Chris Weitz Cast: Kristen Stewart, Robert Pattinson, Taylor Lautner, Ashley Greene, Anna Kendrick, Dakota Fanning, Michael Sheen
In occasione dell’uscita in DVD vi parlo, lo desideriate o meno, del secondo episodio della saga di Twilight. Ai tempi dell’uscita del primo ero stato tra i pochi a non averlo massacrato e se qualcuno stavolta si aspetta una violenta critica cannibale, rimarrà soddisfatto solo in parte. Anche se di difetti, va detto, ce ne sono e non pochi in questo emo-film.
I dialoghi, in primis. Troppo sdolcinati e assurdi. A tratti al limite del ridicolo. In un film popolato da vampiri e licantropi, sono proprio le melodrammatiche parole a risultare la parte più paradossalmente inverosimile della vicenda. E poi va bene il tocco femminile dato da Stephenie Mayer (l’autrice dei libri) e da Melissa Rosenberg (la sceneggiatrice), e va bene che Bella è bella. Però stavolta non solo si becca l’amore incondizionato di un vampiro, che invece di andare a rimorchiare alla grande a un concerto dei My Chemical Romance perde tempo a recitarle Shakespeare. E che, in quanto vampiro, un minimo di cattiveria in fondo dovrebbe possederla, invece di essere il perfetto boyfriend ideale uscito dalla posta del cuore di Cioè. Dicevo: un vampiro non basta. Stavolta di Bella si innamora follemente pure un lupo mannaro imbottito di steroidi. Quando lei gli dice che lo vede solo come un amico e lui le risponde “Io sono disposto ad aspettarti per sempre”, anziché andare in giro a farsi tutte quelle che respirano come qualunque altro sedicenne palestrato, si capisce che c’è qualcosa nella storia a non avere davvero molto senso. La visione femminile si nota in maniera massiccia anche nelle numerose scene con tutti ‘sti licantropi che senza una valida ragione (in piena notte ci saranno -20°) se ne vanno in giro a torso nudo. Se “Baywatch” veniva accusato di maschilismo per le scene in cui Pamela Anderson, Carmen Electra, Yasmine Bleeth e le altre tettone se ne correvano per la spiaggia al ralenty, qui abbiamo il sogno erotico equivalente virato in salsa girl-power.
Per noi maschietti c’è comunque di che consolarsi. Oltre a Kristen Stewart, che con quest’aria eternamente scazzo-drogata comincia a stufare ma mantiene pur sempre un certo qual fascino perverso, c’è la notevolissima vampirella Ashley Greene e poi Anna Kendrick, di cui mi sono perdutamente innamorato “Tra le nuvole” e capace pure qui di illuminare il twilight, seppure in poche sporadiche scene. Ecco, venendo ai punti positivi della emo-saga c’è proprio la presenza di un cast di giovani tutti molto promettenti. Certo, Robert Pattinson non ha molte possibilità espressive nelle vesti del pallido Edward Cullen, soprattutto in questo secondo episodio dove appare giusto a tratti. Chissà però che un giorno e con a disposizione ruoli un po’ più interessanti non possa diventare davvero il nuovo Leo DiCaprio/Johnny Depp. Poi ci sono il teen-idol 2.0 Taylor Lautner (che per fortuna a un certo punto del film decide di radere al suolo la scandalosa capigliatura alla Lorenzo Lamas) e la ragazzina sclerata di “La guerra dei mondi”, Dakota Fanning in versione quasi-donna-vampiro.
Quindi la colonna sonora, alternative e di ottimo livello. C’è persino un’intera scena dedicata a “Hearing Damage” di Thom Yorke e la splendida “Possibility” cantata da Lykke Li nel momento più riuscito del film, quando la telecamera ruota attorno a Bella appena scaricata dal suo bello e intanto i mesi passano nella più totale delle depressioni. Il roteare continuo della macchina da presa rimanda a “Donnie Darko”, forse pure allo stile di Gabriele Muccino, e veniamo quindi all’altro punto positivo: la regia. Se il primo episodio era diretto da Catherine Hardwicke, in grado di creare un’atmosfera dark piuttosto affascinante ma poco a suo agio con i ritmi di un blockbuster, stavolta sulla sedia da regista siede il valido Chris Weitz (“American Pie” e “About a boy”, diretti con il fratello Paul) che riesce a mettere insieme un discreto fantasy-romantico-adolescenziale. Purtroppo senza alcuna venatura horror, che in un film di succhiasangue non dovrebbe mai mancare.
Il prossimo episodio “Eclipse”, in uscita a giugno, sarà diretto da David Slade (“30 giorni di buio”, “Hard Candy”) mentre per il gran finale di “Breaking Dawn” si fanno i nomi di Stephen Daldry (“The Hours”, “Billy Elliot”) e Bill Condon (“Dreamgirls”) ma soprattutto di Gus Van Sant e Sofia Coppola. Per ora non c’è niente di confermato, ma certo la Coppola ha dimostrato di saper trattare la tematica dell’adolescenza femminile con un tocco senza uguali, mentre Van Sant potrebbe dare finalmente alla saga quel tocco bastardo che per ora manca. Stephenie Mayer, i vampiri sono pur sempre feroci creature della notte. Don’t you know? (voto 6+)
Nuovo disco zarro del mese di marzo, dopo quelli di Crookers, Goldfrapp e Gabriella Cilmi. Questa volta nemmeno troppo tamarro, se proprio vogliamo dirla tutta. Comunque una bella musichetta da sabato sera, molto electro, molto Disco fine settanta/primi Ottanta, molto sognante. I Golden Filter sono un duo newyorkese, “Voluspa” è il loro album d’ esordio e lo trovate QUI. Spiriti affini: Blondie, Little Boots, Ting Tings, Goldfrapp, Saint Etienne, Dot Allison
I’m Here Regia: Spike Jonze Cast: Andrew Garfield, Sienna Guillory
Il nuovo film mediometraggio di 30 minuti di Spike Jonze si può vedere gratis direttamente sul sito I’m Here. Come, chi è Spike Jonze? È il regista dei film “Essere John Malkovic”, “Il ladro di orchidee” e del recente “Nel paese delle creature selvagge”. E di videoclip tra i più geniali nella storia come “Da Funk” dei Daft Punk, “Buddy Holly” dei Weezer, “It’s Oh so Quiet” di Bjork, “Sabotage” dei Beastie Boys e ancora molti altri per Fatboy Slim, Sonic Youth, R.E.M…
“I’m Here” è Spike Jonze al 100%. Una visione assolutamente consigliata. Colonna sonora da sballo con Animal Collective, Sleigh Bells, Girls, Gui Boratto etc. Una atipica storia d’amore tra due atipici robot. La dolcezza fatta immagini.
Dopo 8 lunghi anni di satira sterile, di Zelig, di Strisce le notizie, di bau bau micio micio, ecco finalmente qualcosa per cui vale davvero la pena ridere. E anche riflettere. E persino commuoversi, un pochino.
Sperando di non dover attendere altri 8 lunghi lunghissimi anni...
Potete rivedere tutte le varie parti di "Rai per una notte" sul sito di Repubblica.
Una volta si diceva “Re per una notte”. Adesso che tra Berlusconi ed Emanuele Filiberto vari tutte le notti in Italia sono per i re, questa sera una notte va al popolo, va alla libertà di informazione, alla libertà di espressione, alla libertà di pensiero.
“Rai per una notte” allora, perché per una notte ci sarà un servizio pubblico che la Rai nell’ultimo mese si è dimenticata di svolgere. Insieme a Santoro ci saranno interventi di Daniele Luttazzi, Morgan, Roberto Benigni, il Trio Medusa, Sabina Guzzanti, Giovanni Floris, Marco Travaglio naturalmente e molti altri. Interessante notare come non dovrebbe esserci la partecipazione di alcun politico. Dimostrazione sconfortante di come a NESSUNO di quelli lì al potere freghi NULLA della libertà. Nell’accezione del termine A.B. (Avanti Berlusconi)
Siete liberi di seguire il programma qui, o sul sito Rai per una notte, sul satellite, sulle tv locali, in piazza o insomma dove diavolo vi pare. Naturalmente siete anche liberi di non vederlo.
Intercettazione #1 Augusto: Pronto, Presidente? Allora, quale programma facciamo chiudere oggi? Silvio: Mah, ci sarebbe quella ragazzina che mi preoccupa. I sondaggi di cui dispongo dicono che nella fascia 8-14 anni sono secondo dietro di lei. A: Di che si preoccupa? Tanto a quell’età non possono mica andare a votare… S: Mi consenta, ma con un decretino le cose possono cambiare. Tutto può cambiare. Dando il voto ai bambini, diventerei il loro eroe numero uno. Se solo riuscissi a togliermi dalle scatole quella ragazzina, trionferei anche in quel segmento. A: Per capirci, Presidente mio: di quale ragazzina sta parlando? S: Mah, di quella certa Hannah Montana. A: Mmm sì, ne ho sentito parlare. Una vera minaccia. La faccio eliminare? S: Aspetti, si contenga. Quanti anni ha, la gentil donzella? A: 17, mi pare. S: 17, eh? No, cancelli l’eliminazione e la faccia portare da me. Immediatamente. A: Certo, padron… ehm, volevo dire “Certo, Signor Presidente.” S: Bene. Dopo il terremoto e i rifiuti, anche questa è sbrigata. Adesso mi consenta ma la saluto… A: Ehm, un’ultima cosa… S: Gliel’ho già detto tante volte. Lo sa benissimo che adesso voglio più bene a lei che a Emilio. E per i titoli del TG di stasera, le è arrivata la scaletta? A: Già, a proposito. Avrei deciso di apportare una piccola modifica… S: Modifica? A: Io, ehm... mi sono umilmente permesso di cambiare il risultato del Milan. Ora siete, anzi siamo, primi in classifica davanti all'Inter. S: Bene, Minchiolini. Adoro questo genere di sorprese. Un saluto, un bacino dove più preferisce e che l’amore sia con lei. A: E con il tuo Spirito, amen. Ma comunque, signor Mega Direttore, il mio nome è Minzolin... TU_TU_TU_TU_TU
Intercettazione #2(par condicio) Pierluigi: Buon giorno, tesoro! Daniela: Che c’è adesso? P: No, niente. Volevo solo chiederti se potevi aspettare a mettere su l’acqua per la pasta. Stasera mi sa che ritardo un attimino… D: Tutto qua? Ma perché non mi chiami mai per dirmi che mi vuoi sbattere sulla lavatrice con quel tuo possente ca… P: Tesoro! Ma lo sai che in questo periodo sono molto stressato con tutta questa faccenda delle elezioni. D: Sì, ma io non ce la faccio davvero più. Mentre tu te ne vai in tournée manco fossi Bersani Samuele, io ho solo voglia di essere sbattuta come una troia. Anzi, come una escort. Silvio lo farebbe. È per questo che Lui vincerà e VOI continuerete a perdere! P: Scusa cara, hai detto VOI? D: Sì, VOI. Negli ultimi giorni ho guardato con attenzione il TG1 e, sai?, ho rivisto le mie posizioni. Sì, insomma, quel poveretto… lo massacrate sempre, gli date addosso, vi inventate le cose, raccontate un sacco di bugie alle sue spalle, ma lui è un perseguitato. Un martire. Un eroe. Avremmo tutti molto da imparare da Lui. P: Tesoro…
D: Sì?
P: Cara…
D: Sìììì?
P: Gioia della mia vita? D: Beh, che c'è? P: Ma vattelo a pigliare nel cu… TU_TU_TU_TU_TU
Baustelle truccati anni 60 aggirano gli 80, sfiorando gli anni 90 telefoni rossi comincia la danza gli spietati salgono sul treno senza una targa
Dammi una (Revolver Colt) Special la primavera che avanza dammi una base unz-unz e sparo a un maranza
Ma quanto è bello filmare in giro con una Super8 tra le mani se hai una Carolina-Crescentini che ti toglie i problemi ma quanto è bello andare in giro per i colli senesi se hai uno del Romanzo Criminale che fa fuori i problemi E la scuola non va ma ho un pezzo dei Baustelle, una Crescentini non ho ma ho una Vespa domenica è già e una Vespa mi porterà fuori città invece di andare a votà na na na na na na nannana
È complicato Titolo originale:It’s Complicated Regia: Nancy Meyers Cast: Meryl Streep, Alec Baldwin, Steve Martin, Lake Bell, John Krasinski
È complicato apprezzare una commedia rivolta principalmente a un pubblico di donne in meno pausa? Quando ci si trova davanti degli attori in grado di far ridere con una semplice espressione, non è poi così complicato. Meryl Streep è mostruosa anche in veste comica, non è una novità. Alec Baldwin non era un bravo attore. Anzi, era un pessimo attore. Da quando ha messo su quel chiletto (e forse anche di più) di troppo, suscita però un effetto risata assicurata. E a Steve Martin a questo giro non resca che perdere il confronto con una coppia così affiatata.
Un grande merito di “È complicato” è poi quello di essere una delle poche commedie americane degli ultimi anni a non proporre gag con animali e/o bambini, immancabili nei film del genere da “Tutti pazzi per Mary” in avanti e oramai davvero insopportabili. Certo, ci sono un paio di espedienti classici, le scenette con la video chat e la cannetta fumata dai non più giovanissimi Meryl Streep & Steve Martin, ma gli effetti sono talmente esilaranti che si ringrazia gli autori per averle inserite. È complicato? No, è tutto così semplice. (voto 6,5)
Dopo il successo del precedente “Oracular Spectacular” che conteneva gli spettacolari hit “Time to pretend”, “Electric Feel” e “Kids” arriva uno dei dischi più attesi dell’anno: “Congratulations”, il nuovo dei fricchettoni MGMT stavolta in versione ancora più fricchettona e retrò.
“Congratulations” è un album che farà discutere negli ambienti indie. Non ci sono i singoli che hanno fatto la fortuna del gruppo al giro precedente, ma il disco ha un suono molto più compatto e l’impatto d’insieme mi sembra decisamente impressionante. I suoni sono immersi in atmosfere anni ’70, tra Hollies, 10cc, Todd Rundgren e David Bowie (c’è persino un pezzo intitolato “Brian Eno”). Innovazione zero, godimento mille. Se proprio vogliamo trovare dei riferimenti più moderni mi sono venuti in mente anche Badly Drawn Boy, Pulp e gli Air di “The Virgin Suicides”. Ecco, questo album potrebbe tranquillamente girare come colonna sonora de “Il giardino delle vergini suicide”. Detto da me, fidatevi, è il più grande complimento possibile. Allora congratulazions, MGMT. Per me l’esame del difficile secondo album l’avete passato più che positivamente.
Potete ascoltare il disco sul sito degli MGMT e scaricarlo QUI. Unico appunto: cosa diavolo avevano in testa quando hanno scelto questa porcheria di copertina?
“I matti sono soggetti perfetti. Parlano, ma nessuno li ascolta.”
Pazzi, pazzi furiosi. Se all’isola dei famosi vieni espulso, additato come matto e bandito da tutta la programmazione Rai (non che sia un gran male, essere banditi dalla Rai) solo se non la pensi come il resto del gregge e dici una cosa che tanto sanno già tutti: “il Papa è un gay represso”. Che l’unico motivo di dibattito sarebbe se sia represso o meno. C’è invece un’altra isola dove i pazzi sono ben accetti...
Shutter Island Regia: Martin Scorsese Cast: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Emily Mortimer, Max Von Sydow, Elias Koteas
1954, Shutter Island è un’isola penitenziario psichiatrico dove finiscono tutti i criminali più fuori di testa degli Stati Uniti. Quando una delle pazienti scompare misteriosamente nel nulla, il detective Leonardo DiCaprio viene chiamato a investigare. Già la prima scena è da brividi, con Leo sulla nave (l’ultima volta che c'è salito sopra, la nave si chiamava Titanic e per lui non finiva molto bene…) Ok, fine della trama. Non voglio rovinarvi il piacere di scoprire questo thriller psychologico tratto da un romanzo di Dennis Lehane (lo stesso di “Mystic River” e “Gone Baby Gone") molto teso e, va da sé, molto ben girato da Martin Scorsese che per l’occasione è tornato alle atmosfere inquietanti di “Cape Fear – Il promontorio della paura”. L’aggirarsi della telecamera per il manicomio ricorda anche da vicino l’angoscia del mai eguagliato “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme.
Ancora una volta, DiCaprio ha scelto di fare un film che sembra una cosa e poi si trasforma in un’altra. E fa male, questo film. Colpisce duro quando meno te lo aspetti come “Revolutionary Road” e “The Departed”.
Sempre bello poi rivedere Michelle Williams, la Jen di “Dawson’s Creek” nonché ex compagna di Heath Ledger. Le scene in cui appare/scompare sono le più emozionanti della pellicola e quando sei la cosa migliore in un film di Scorsese beh, vuol dire che puoi tranquillamente essere la cosa migliore in qualunque film.
Alle isole dei "famosi" dove i “pazzi” vengono soppressi, io continuo a preferire quelle dove vengono accolti a braccia aperte. Vedi “Shutter Island”, ma anche i personaggi di “Lost”. Se non sono impazziti loro a viaggiare continuamente nel tempo per sei stagioni tra flashback, flashforward e dimensioni parallele... (voto 8)
Il profeta Titolo originale:Un prophète Regia: Jacques Audiard Cast: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb
Non ho capito perché l’Italia è l’unico paese al mondo in cui il titolo da “UN profeta” è diventato “IL profeta”. Misteri della fede… A parte questo, un film francese duro & crudo, un anti-Scarface che rilegge le regole del gangsta-movie con un tocco visionario dato dalla regia di Audiard che gli fa fare il salto di qualità.
Malik a 19 anni finisce in un carcere-banlieue che al confronto quello di “Prison Break” vi sembrerà il paese dei balocchi. Italo-corsi vs. musulmani per la supremazia del territorio. Malik, franco-arabo-magrebino, verrà iniziato ai “piaceri” del carcere dai corsi, che parlano una variante dell’italiano mixata col francese (sembra comicamente il dialetto piemontese) e finirà per diventare il loro discepolo. Una storia di formazione, quindi. Non una formazione sentimentale alla “An Education” o alla “Piccole donne”, sia chiaro. Una vera e propria scuola criminale per piccoli (oddio, nemmeno tanto piccoli) delinquenti. È a questo che serve davvero la galera? C’è una ironica sottile critica al sistema carcerario, ne “Il profeta”, ma oltre a ciò l’immersione nel mondo del protagonista è totale e ogni giudizio viene sospeso. Nessuna morale. Grazie a Dio. O grazie a Maometto? (voto 9)
È tornata la maledetta benedetta primavera e dopo il folgorante “Volume One” ecco tornare belli freschi anche She & Him, lei & lui, ovvero Zooey Deschanel & M. Ward con… “Volume Two”. La musica degli She & Him ti trascina là dove era tutto gioia e correre in mezzo ai prati e non pensare a nulla e solo lasciarsi andare e godersi la vita. È andare alle giostre senza tamarri dietro l’angolo che ti fracassano le ossa se solo provi a salire su un autoscontro. È il passato che non hai mai vissuto perché sei nato in un’epoca in cui tutto era già finto e di plastica.
L’iniziale “Thieves” funziona da Delorean e ci trasporta immediatamente in quel passato remoto delle caramelle che avevano il sapore di caramelle e non di coloranti, dei bambini che si parlavano con barattoli legati a un filo e non con cellulari, della musica che si sentiva su radio scassate e Internet si chiamava ARPA ed era ancora un progetto militare segreto degli Stati Uniti. “In the sun” è il primo inno della nascente primavera, almeno nel mio mondo immaginario e “Don’t look back” un inno al guardare avanti, sempre nel mio mondo immaginario. Ci sono anche un paio di ottime cover. “Ridin’ in my car” originariamente degli NRBQ e “Gonna get along without you now”, già capolavoro di Skeeter Davis. Si potrebbe definire questa una versione moderna di quel pezzo, ma la realtà è che di moderno per fortuna v’è ben poco. Anzi, quasi quasi potremmo definire quella di Skeeter Davis come la moderna versione della canzone. A chiudere il disco ci pensa solenne il gospel di “If you can’t sleep”, una splendida ninna nanna che traghetta felicemente anche i più insonni tra le braccia di Orfeo. O magari tra quelle di Zooey.
L’incanto dell’esordio si è replicato. Solo il tempo ci dirà se l’effetto è persino più inebriante del precedente, ma certo ve lo consiglio caldamente. Certi dischi ti cambiano la vita, altri te la rendono migliore. Il “Volume Two” degli She & Him forse non appartiente alla prima categoria, sicuramente alla seconda sì. Senza questo gioiellino nelle orecchie la vostra primavera suonerà un poco più triste. Poi fate voi…
Scegliete la vita, scegliete un lavoro precario a 500 euro al mese, scegliete una carriera in politica così il culo parato per tutte le cazzate l’avete, scegliete una moglie showgirl di facciata e un’amante troia minorenne, scegliete un maxitelevisore LCD del cazzo che non potete permettervi per vedere il Grande Fratello in alta definizione, scegliete lavatrici con i nuovissimi fichissimi ecoincentivi Tremonti, scegliete i numeri da giocare al Superenalotto sognando di diventare ricchi, scegliete i vincitori di Amici, del Festival di Sanremo, di Ballando con le stelle, di Io canto. Scegliete la buona salute, un lifting facciale, un’ibernazione cerebrale, scegliete un mutuo a interessi variabili che se vi rivolgete a un usuraio andate più tranqui, scegliete una prima casa a Portofino e una seconda casa ad Hammamet sai mai fate la fine di Craxi, scegliete gli amici in base al numero di processi a carico, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i telegiornali mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in una pensione dorata se avete intrapreso la carriera politica altrimenti la pensione ve la sognate e piazzate tutti i vostri figli in posti di comando anche se non sanno fare O con un bicchiere perché tanto chissene delle meritocrazia. Scegliete l’amore, scegliete la libertà, scegliete la Mafia, scegliete le bugie, scegliete la corruzione e la concussione e il ricatto e il falso in bilancio e il riciclaccio e le tangenti, scegliete un futuro, life is now quindi scegliete una vita, scegliete l’iTaglia, scegliete Silvio Berlusconi. Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos’altro, le ragioni? Non ci sono ragioni, chi ha bisogno di ragioni quando ha un cervello indipendente?
Irvine Welsh, “Trainspotting” (remixato da Cannibal Kid)
Visto che ormai è diventata una tradizione del sito nel weekend, dopo Crookers e Goldfrapp vi propongo un nuovo disco tamarro da sabato sera.
Un paio di estati fa impazzava con “Sweet about me” e uno stile a metà strada tra il retrò di Amy Winehouse e Natalie Imbruglia, con cui ha in comune parecchie cose: è una fighetta mora australiana con chiare origini italiane che fa gradevole musica pop-rock. Ai tempi (aveva 17 anni) pensavo “Girl, you’ll be a woman soon”. E infatti non sbagliavo. A distanza di soli due anni, Gabriella Cilmi è esplosa in tutti i sensi, a livello vocale e a livello fisico, ed è diventata una donna. E che donna. Una woman on a mission, come si definisce nel suo nuovo singolo. La prima volta che ho sentito “On a mission” ho pensato: è una tamarrata con i synth rubati a “Jump” dei Van Halen. Dopo diversi ascolti penso: è una spettacolare tamarrata con i synth rubati a “Jump” dei Van Halen! Se possedete un’immaginazione alquanto fervida e pure perfida vi ritroverete addirittura a pogare al ritmo del ritornello.
La nuova direzione presa dalla Cilmi è quindi quella di un pop-dance molto orientata verso gli anni Ottanta. Non è certo la sola in questo periodo a proporre un suono del genere, vedi La Roux, Little Boots e ultimi Goldfrapp, anche se qui il risultato finisce per avvicinarsi più dalle parti di Sugababes, Leona Lewis, Pixie Lott e Girls Aloud. Insomma, puro pop commerciale da radio UK. Ci sono anche un paio di immancabili ballate, pure piacevoli, e il disco nell’insieme suona carino. Certo mancano guizzi Gaga-geniali, ma se vi aspettate che possa dire qualcosa di male su Gabriella Cilmi vi sbagliate di grosso. Tra i pezzi migliori ci sono “Let me know”, “Superman” e poi naturalmente il singolo “On a Mission”, il mainstream-pop più contagioso di questo primo squarcio d’anno.
Per fortuna non posso prevedere il futuro. Se no sai che palle a sapere già tutto quello che succede. Non ci sarebbe più spazio per le sorprese. Io adoro le sorprese. Non posso prevedere il futuro, dicevo prima di divagare, ma posso scommettere tutti i pochi danari che ho in tasca su quale potrebbe essere uno dei più grandi registi del prossimo decennio: Jamin Winans.
Il suo film d’esordio “Ink” autoprodotto nel 2009 con un budget di appena 250.000 dollari non è uscito sul mercato americano, né tantomeno (figuriamoci) su quello italiano. Grazie alla rete è però riuscito a diventare un piccolo caso, accumulando un numero di download illegali così elevato da competere con blockbusteroni come “Una notte da leoni”. Il clamore nato online è dunque totalmente spontaneo e slegato da operazioni di marketing delle major hollywoodiane ed è spiegabile con un semplice fatto: “Ink” è una sorprendente figata di film.
La trama sulla carta semplice di un rapporto tra padre e figlia è resa complicata da una visione che remixa il piano della realtà con il piano della fantasia, verità e favola. Un po’ come succede ne “Il labirinto del fauno” con in più qualche eco di “Donnie Darko”. Soprattutto però, Winans ha uno stile nuovo, fresco, visionario, strettamente personale, grazie al quale incide con inchiostro indelebile il suo nome sul futuro del cinema. Sopperisce con un montaggio folgorante e una buona dose di idee la mancanza di soldi, cose che per un film dotato di un immaginario fantasy, con perdipiù elementi horror ed action, non rappresentano un elemento secondario. Ci sono persino un paio di scene di combattimento low-cost tra le più spettacolose viste dai tempi di “Matrix”.
Jamin Winans, che non ha solo girato ma pure scritto, musicato e montato il film, potrebbe dunque essere il nuovo Guillermo Del Toro, il nuovo Terry Gilliam, il nuovo Peter Jackson, il nuovo Tim Burton o chissà… Se passasse alla serie A di Hollywood, con un budget degno di questo nome e un cast di prestigio si troverebbe davanti due possibilità: potrebbe sputtanarsi, come direbbe Salinger, oppure potrebbe rivoluzionare totalmente il cinema fantastico. E nemmeno solo quello.
Trovate il film in download/streaming in lingua inglese con sottotitoli in italiano QUI (voto 9)
Se volete dare una rapida occhiata all’impressionante talento visivo di quest’uomo, ecco il suo ultimo breve cortometraggio "Uncle Jack". Gli attori sono gli stessi protagonisti di "Ink".
Melissa Auf Der Maur, dopo le esperienze con Hole e Smashing Pumpkins, mi (ci?) aveva incantato con un album omonimo davvero affascinante che rileggeva l'alternative rock in maniera molto personale. Era il 2004.
Per il suo secondo lavoro, vista la lunga attesa, non ha tirato fuori un semplice disco, ma molto di più. Un film mediometraggio di 30 minuti, un fumetto e poi vabbè anche l'album classico vero e proprio. Come anticipazione, abbiamo questo fiammeggiante sanguinolento folle video. "OOOM", ovvero "Out of our minds"
se n'è andato anche lui, Alex Chilton cantante di Big Star, Box Tops e solista soprattutto, autore di canzoni meravigliose questi sono due dei miei pezzi preferiti di sempre
St. Patrick's Day, festa nazionale irlandese! Per celebrare l'evento vi ripropongo le avventure tragicomiche del mio (finora) unico viaggio a Dublino, nel giugno 2008. A seguire, va in onda un video a caso del mio gruppo irlandese preferito. Gli U2? I Cranberries? No, gli Ash.
_Dubliners 2.0 Hoodie in testa, converse rosse logore ai piedi, il ragazzo cannibale cammina per le vie senza nome di Dublino e si sente felice, si sente a casa. Forse per la prima volta nella vita sente una sensazione del genere, in un posto lontano anni luce da dove vive. Perché vivo ancora in Italia, che cazzo ci faccio qui? Cioè, che cazzo ci fa ancora qui il ragazzo cannibale, perché è di lui che si sta parlando.
Le cose non erano partite nemmeno troppo con il piede giusto, giacchè il ragazzo cannibalesco, a digiuno di voli da ben 8 (otto!) anni non sapeva che non si possono portare liquidi nel bagaglio a mano e quindi via shampoo e gel professionali in un sacco della spazzatura. Che tristezza. Una vera tragedia nel mondo del ragazzo cannibale, cosa ridete?
Seconda tragedia: la batteria del lettore mp3 che si fotte a metà del viaggio d’andata. Ma scherziamo? Meno male che la batteria doveva essere full… Full 'na sega.
E poi ci sono gli attacchi di panico da volo del fido compagno di venture del ragazzo cannibale, il Dj Tarix, che si ficca dieci gocce di ansiolitico in gola per prevenire possibili infarti. Tragedia per tragedia, il pilota che il brevetto deve averlo preso al C.E.P.U. (Centro Esperienze Paure Universali) decide di fare un atterraggio che dire brusco è dire poco. Ogni momento potrebbe essere l’ultimo.
Per fortuna l’aereo non si va a stampare, giacchè la destinazione è Dublino, non la (pur gradevole) isola di Lost. Si fossero schiantati, il gruppo inglese degli Infadels presente a bordo sarebbe probabilmente diventato famosissimo, dritto nella leggenda come Buddy Holly e Ritchie Valens, e forse pure il ragazzo cannibale. Invece l’aiuto del C.E.P.U. evidentemente deve essere servito a qualcosa. Grazie per aver viaggiato con noi. Alla prossima per un nuovo viaggio del terrore. Potete slacciare le cinture e andarvene gentilmente fuori dalla palle. Ora.
Il taxista purtroppo non è il solito taxista cazzaro irlandese e quindi non serve a fornire nessuna dritta interessante sulla città. Nonostante questo, pretende comunque di essere pagato. Arrivati all’ostello tranquilli chè tanto è già tutto prenotato, il simpaticissimo albergatore bofonchia qualcosa con accento incomprensibile che suona tipo: “La prenotazione è stata cancellata.” Il ragazzo cannibale e il Dj Tarix si trovano sabato notte in mezzo a una strada di Dublino.
Un secondo dopo una vecchina con un braccio fasciato e un bastone da passeggio (una specie di Dr. House al femminile) sbuca fuori da un fumoso cunicolo e chiede “Di cosa avete bisogno, ragazzi?” La risposta non è donne, non è droghe, ma un posto dove soggiornare. La vecchina spiega come quello sia il weekend del fantomatico Bank Holiday (ancora adesso, nonostante i Blur gli abbiano perfino dedicato una canzone, nessuno ha scoperto di quale razza di festa si tratti) e poi c’è una partita, a sua detta imperdibile, di uno sport che dovrebbe essere cricket. Da quando in qua il cricket è considerato uno sport?
In parole povere, a sentire lei è impossibile trovare un posto dove dormire quella sera in tutta Dublino. Però lei affitta una casa. Il ragazzo cannibale si fida. D’altronde a chi mai potrebbe far del male una così innocua vecchina? E così le porta la borsa fin su dalle scale. Il palazzo tra l’altro sembra spettacolare. La vecchina entra in casa e cerca di accendere la luce. Ma non ci riesce. Passano i secondi. Che diavolo sta facendo? Inciampa, scivola nel buio. Si sentono solo dei rantoli e dei sospiri. In una scena tra il ridicolo e l’angosciante si dimena alla ricerca dell’interruttore della luce, senza successo. Allora prende in mano un affare, che nell’oscurità sembra un machete o un pugnale. Il ragazzo cannibale fa qualche passo indietro, che non si sa mai. Il Dj Tarix è già scappato in cortile con le mutande piene dalla paura. Poi appaiono delle luci a ingoiarsi l'oscurità. Sono quelle della televisione, accesa su una serie televisiva inquietantemente simile a Twin Peaks. Il machete che teneva in mano era in realtà il telecomando della tv. Fattasi luce, i due temerari eroi decidono di addentrarsi in casa. Ma, un momento... non è UNA casa in affitto. È la sua casa. Lei starebbe lì, nella camera accanto, pronta in ogni momento ad accoltellarci nel sonno con il suo machete. Dj Tarix suggerisce di trovare un’altra sistemazione. Immediatamente.
Dopo un paio di tentativi falliti, ecco che un hobbit grasso offre ai nostri due eroi una camera. Nostro Signore (degli anelli) Salvatore! E che camera! Una vera chiccheria. “La doccia ha qualche problemino,” fa l'hobbit. Sì, non c’è proprio il bocchettone, alla faccia del problemino. Nel cesso non va giù l’acqua. I muri sono un tantino scrostati, tanto che si può solo immaginare con una gran fantasia quale sia il loro colore originario. So che i R.E.M. non sono irlandesi, ma mi sa che soggiornavano qua dentro quando hanno scritto “Everybody Hurts”. Per fortuna è una sistemazione provvisoria, visto che il giorno seguente lo hobbit li sposta dalla camera 33 alla twenty, che al confronto sembra la suite dell’Hilton e la doccia persino funziona, squillino le trombe, squillino!
Trovato un tetto sotto cui dormire si è fatta intanto notte fonda, ma i due eroi decidono di uscire comunque tra le tenebre. Oramai è domenica. “Sunday Bloody Sunday” canta Bono e a ragione, perché più che a Dublino sembra siano finiti nella Belfast degli anni Novanta. Baby gang che lottano, gente sfatta per la strada, sirene spiegate senza pause. Sembra una città molto pericolosa, ma è un’impressione che si rivelerà completamente sbagliata. I locali e i pub sono ancora aperti però non fanno più entrare, chè dopo una certa ora qui funziona così. Dannati basterds.
Il secondo giorno parte la vera vacanza, e non poteva che cominciare dalla leggendaria fabbrica della Guinness, per gli appassionati di birra l'equivalente alcoolico della fabbrica di cioccolato di Willy Wonka. Tra le attrazioni è presente la versione “Guinness” di Alice nel paese delle meraviglie realizzata dal grande disegnatore e pubblicitario John Gilroy. Un segno del destino. Segui il bianconiglio. Poi assaggino gratuito, evvai! Primo giro, poi si bissa, poi di trissa e poi si perde il conto. In cima, al quinto piano, una pinta omaggio. Vista panoramica, e il ragazzo cannibale soffre di brutto di vertigini. “Hello, hello. I'm at a place called vertigo,” canta il solito Bono.
E' difficile comprendere appieno l'atmosfera di Dublino se non si ha almeno un litro di Guinness in corpo. I nostri due eroi adesso ce l’hanno. Forse anche più di un litro. Oltre all’odore di birra nell’aria si respira cultura, arte, storia, magia, bellezza (ma questo è merito più che altro delle ragazze irlandesi), musica di tutti i tipi. Si vaga where the streets have no name. La sera al Jive su 5 piani in una giornata segnata decisamente dai posti vertiginosi. E-le-va-tion! Il ragazzo cannibale vola alto 3 metri sopra il cielo di Dublino. Il cielo sopra Dublino. “Hello, hello. I'm at a place called vertigo.” Bono, adesso smettila di cantare che hai proprio rotto i maroni!
I pub di Dublino. I pub sono la vita, qui. Si va anche con tutta la famiglia, si va per fare casino e per divertirsi alla grande, non per fare i fighetti e per mettersi in mostra come succede nei bar italiani. Non importa se si perde il controllo, cosa che succede spesso, o sempre. Al pub tutto è un po’ concesso, quasi come a Carnevale, e ci si sente tutti fuori come Amy Winehouse e Pete Doherty. Si può anche cantare in coro, o commuoversi sulle note di una “Wonderwall” fatta dal vivo per sola chitarra acustica. Perché qui anche le più sconosciute band che suonano nei localini danno merda alla quasi totalità dei celebrati e famosi grupponi e artistoni italiani.
I due pazzi si aggirano furtivi in questi pochi rapidi giorni per i cunicoli della prigione Kilmainham Gaol, simbolo della ribellione irlandese. Per il Trinity College, un posto dove studiare sarebbe un piacere enorme. Finiscono in mezzo a una mara-maratonda benefica al St. Patrick Park, nel verde infinito, mentre i Blur cantano “Parklife” e per le vie che alla fine un nome ce l’hanno: O’Connell, Grafton, Dame Street. Di giorno a fare vita quasi culturale e un po’ di shopping (un po’? il ragazzo cannibale si è praticamente rifatto il guardaroba, uahuahuah). La sera si (ri)comincia a bere presto al pub e poi si continua tutta la notte chè la birra qui è troppo buona e i locali sono il delirio, sembra di essere a Lloret de Mar ma con molto più fascino e magic in the air. Temple Bar è forse il più grande luogo di perdizione mai visto. Un ringraziamento particolare va ai rapper Flo-Rida e T-Pain per aver composto la hit “Low” che fa andare fuori di testa (e di chiappe) le tipe. E mentre canta “Shawty got low low low low low low low low” in mezzo alla strada come un ubriacone quale probabilmente è, il ragazzo cannibale ha il suo momento di Epifania joyciana. Questa è la sua casa. Questa è la sua cultura. Questa è la sua musica. Questo è il suo cibo. Questa è la sua città. Adora tutto di Dublino. E ci sono ancora tanti posti che dovrebbe vedere, locali che dovrebbe frequentare, gente che dovrebbe conoscere, ma the time is running out.
Il giorno della partenza piove, dopo tre giorni tre di sole che sembrava di essere a Rio. Il cielo nuvoloso riflette il clima interiore del ragazzo cannibale triste. Anche gli occhioni del suo nuovo elfo leprecauno portachiavi sono malinconici. Poi il ragazzo cannibale prende la sua roba, sale su un aereo e torna in Italia. Più divento reale, più tutto diventa irreale. Come Victor in Le regole dell’attrazione non so più chi sono, mi sento il fantasma di uno sconosciuto.
Periodo grandioso, questo, per la musica folk al femminile. C’è n’è in tutte le varianti e per tutti i gusti, tra il triplo folle disco pieno di magie nascoste di Joanna Newsom, il nuovo album spettacolo degli She & Him di cui vi parlerò a breve, l’Opera a 360° di Anais Mitchell esaltata dall’amico blogger Bird Antony, la versione più pop del genere Amy MacDonald e quindi Laura Marling.
Mi piace fin dal titolo, il secondo lavoro della cantantessa folk Laura Marling. In mezzo a tanta gente che parla solo perché ha la lingua, lei dice “Parlo perché posso”. Questo è avere le idee chiare. Lei sì che può parlare. Il suo esordio “Alas I cannot swim” di un paio di primavere orsono era davvero folgorante. Ora Laura alla veneranda età di 20 anni (è nata nel 1990!) sembra aver già raggiunto la maturità più completa. Da bionda si è tramutata in mora e si è fatta dare una mano per le registrazioni da specialisti in atmosfere folkloristiche come Mumford & Sons e Noah & the Whale. Voce, chitarra acustica, qualche arco e pochi altri orpelli. Quanto basta per creare una tensione sonora notevole e costante. Quanto basta per farne un album di quelli che durano nel tempo. Raramente ascolto dischi così spesso. Eppure c’è qualcosa nella musica di Laura Marling che mi ammalia come solo pochi altri artisti sono in grado di fare. Canzoni come “Rambling man” o “Devil’s spoke” le si immagina scritte da chi ha vissuto una vita lunga molto lunga e molto vissuta. Invece questa ragazzina ne sa già parecchie a 20 anni 20 e non ha paura di dirlo. I speak because I can.
Legion Regia: Scott Stewart Cast: Paul Bettany, Lucas Black, Dennis Quaid, Adrianne Palicki (“Friday Night Lights”), Willa Holland (O.C.), Kate Walsh (Grey’s Anatomy, Private Practice)
Trama: un gruppo di tipici losers assediati in una tavola calda in mezzo al nulla del deserto americano si trova a dover fare i conti con una cosa da niente. Giusto una imminente fine del mondo, in mezzo ad angeli mandati da Dio per sterminare l’intera umanità e un angelo ribelle che proverà a salvarla. Merita davvero di essere salvata, questa umanità giunta al capolinea? È questo l’atroce dilemma che il film prova (o forse no) a risolvere.
Premetto immediatamente che questo film è una porcata assoluta. Tolto subito il dente cariato, passiamo alle note (relativamente) positive: se non lo si piglia troppo sul serio e si passa oltre il ridicolo discorso spiritual-religioso, ci si trova davanti a un horror-zombie-style-movie quasi quasi divertente. Non male al proposito la scena con una vecchina che improvvisamente sclera di brutto. Ok, fine delle note positive. Ah no, dimenticavo: c’è anche qualche volto telefilmico che rende la visione più piacevole e c'è anche il sempre simpatico Dennis Quaid. Per quanto riguarda Paul Bettany, beh lui era un bravo attore ("Dogville", “A beautiful mind”, “Il destino di un cavaliere”). Solo che dopo aver fatto “Il codice Da Vinci” rischia seriamente di rimanere intrappolato per sempre nella trappola di questi pericolosi/assurdi ruoli da “santone”.
Grazie alle profezie Maya e a un clima socio-politico mondiale da baratro imminente, il tema dell’apocalisse sembra più che mai tornato di moda (vedi anche “Codice Genesi”). Ce la facciamo però a fare un film sull'argomento che non sia una stronzata assoluta o vogliamo far finire il mondo a forza di pellicole del genere? (voto 5,5)
Don't be alarmed, it's not the end of the world If we're breaking the rules it's fine
(nuovo video scemotto ma irresistibile dei sempre ottimi indie-rockers newyorkesi We Are Scientists, dal loro terzo album "Barbara" in arrivo giustamente per l'estate)
Crazy Heart Regia: Scott Cooper Cast: Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Colin Farrell, Robert Duvall, Ryan Bingham
Il film biografico sulla vita di Little Tony? No. È la storia di Bad Blake. Professione: cantante country un tempo di successo e ora un mezzo fallito. Insomma, se togliamo il country potrebbe effettivamente sembrare proprio la storia del piccolo Tony.
“Crazy Heart” è l’agrodolce lenta ballata di una vecchia star della musica country sul viale del tramonto, perennemente alcolizzato, che si ritrova a suonare in bowling sperduti nel deserto e va in giro con una polverosa Chrysler che non parte. Una pellicola che ha dei punti forti molto forti. La recitazione, innanzitutto. Jeff Bridges s’è messo in saccoccia un Oscar sacrosanto, dimostrandosi un gran professionista nell’arte della fattanza. Si veda in proposito oltre al celeberrimo Grande Lebowski, anche la sua piccola spassosa parte in “Tideland” di Terry Gilliam. Maggie Gyllenhaal non ha avuto la statuetta, ma ha comunque ottenuto la sua prima prestigiosa nomination, meritata anch’essa visto che è in grado di illuminare la scena, oltre cha la vita del povero Bad Blake. E poi c’è un ottimo, come al solito sottovalutato, Colin Farrell. Il suo personaggio è Tommy Sweet, la nuova sensazione della musica country diventata un po’ fighetta (Tommy ad esempio non beve e sembra avere una vita perfettamente sotto controllo) che ormai ha rubato la scena al nostro scalcinato ma tutt'altro che finito protagonista. Tra i due vi è un rapporto conflittuale che però non è ben spiegato e il confronto tra vecchia e nuova generazione avrebbe meritato un maggiore spazio.
L’altro punto forte è la colonna sonora, cantata in gran parte dallo stesso Bridges. Come a dire “Sono bravo a fare il fattone, ma pure a cantare non me la cavo male.” Una chicca per gli amanti del country made in Usa in grado di conquistare comunque anche i matti cuori profani. Non è un caso se ad aggiudicarsi la seconda statuetta dorata è stata la canzone originale “The Weary Kind” scritta da T-Bone Burnett e dal giovane Ryan Bingham, che nel film ha anche una particina nel ruolo di un turnista di Bad Blake. Tra le note negative del film, che purtroppo ci sono, vi è una regia standard che non concede guizzi. Sì, ci vengono mostrati dei bei paesaggi, ma questo è più merito delle affascinanti distese americane che non del regista, l’esordiente Scott Cooper. Una mano più esperta, old-school, in questo caso avrebbe giovato. La storia poi soprattutto nella parte finale, senza svelare niente, avrebbe potuto osare di più. Invece rimane ferma a un bivio con il cambio in folle e il freno a mano tirato, indecisa su quale direzione prendere.
“Crazy heart” sarebbe potuto essere il cult movie del country per eccellenza. Pur fermandosi a un passo dall’obiettivo, resta comunque una visione più che consigliata grazie a recitazione & musiche eccellenti. Soprattutto, grazie a un cuore. Matto ma ben pulsante. (voto 7/8)
Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Il ladro di fulmini
Regia: Chris Columbus Cast: Logan Lerman, Alexandra Daddario, Brandon T. Jackson, Uma Thurman, Catherine Keener , Rosario Dawson, Pierce Brosnan
Chris Columbus non è certo uno di quei registi che dici: “È un genio, cazzo!”. Per me però il suo nome fa rima con un divertimento disimpegnatus e sincerus. Suoi sono infatti “Mamma ho perso l’aereo”, “Mrs. Doubtfire”, “Una notte con Beth Cooper” e i primi due “Harry Potter”. Con Percy Jackson si va proprio nella stessa direzione del maghetto creato dalla Rowling. D’altra parte anche in questo caso l’ispirazione arriva da una saga letteraria per ragazzini e pure in questo caso il sano divertimento fanciullesco di cui sopra non viene a mancare.
L’immaginario in cui si muove Percy Jackson, ragazzino che scopre di essere nato dall’incontro tra sua madre e nientepopodimenoche Nettuno il Dio del mare, è quello della mitologia greca adattata ovviamente all’americana. Il Partenone è quello di Nashville nel Tennesseee, “Highway to hell” degli AC/DC viene sparata mentre i piccoli eroi si dirigono nell’Ade, Uma Thurman è la perfetta incarnazione moderna di Medusa e come tentazione non ci sono i canti delle sirene, bensì “Poker Face” di Lady Gaga suonata in un casinò di Las Vegas.
Oltre alla Dea Uma, i giovani protagonisti (Alexandra Daddario NON è la figlia illegittima di Patrizia D'Addario) sono accompagnati da un cast di tutto rispetto, da Catherine Keener (“Essere John Malkovic”) a Rosario Dawson (“La 25a ora”, “Sette anime”), da Sean Bean (“Il signore degli anelli”) a Joe Pantoliano (“Matrix”) fino all’ex 007 Pierce Brosnan trasformato in centauro.
Percy Jackson, oltre ad essere un nome dannatamente musicale, è anche una rielaborazione creativa e semi-seria del mondo delle divinità greche degna di Pollon. Sembra Harry Potter ma non è, serve a darti l’allegria! (voto 7)
Sempre in movimento Alison Goldfrapp e il suo socio Will Gregory. Primo disco “Felt Mountain” a dare l’ultima zampata del trip-hop alla Portishead, secondo album “Black Cherry” in virata decisa verso la fonte del suono electro da cui in molti si abbevereno negli anni successivi, da Kylie Minogue a Lady Gaga, passando per Roisin Murphy. Terzo album “Supernature” e le sue tentazioni glam ma colpo di scena al quarto album “Seventh Tree” dove il suono dance è rigorosamente bandito in favore di atmosfere bucoliche e ballate folk.
Adesso “Head First” cambia ancora rotta e va a immergersi totalmente negli anni Ottanta più plasticosi. Con tutto ciò che ne consegue e quindi siete avvisati. Il primo singolo “Rocket” ve ne può dare una immediata polaroid e il resto del programma prosegue sintonizzato sulla stessa frequenza FM 80, soprattutto nella prima parte della scaletta. Nella seconda ci si concede maggiori sorprese, con lo slow-motion di “Hunt” e il pop-porno di “Shiny and Warm”. Qualcuno storcerà il naso e le orecchie, qualcun altro danzerà contento. Come disco da sabato sera d’altra parte funziona alla grande. Basta sentire “I wanna life”, un pezzo che Lorella Cuccarini avrebbe volentieri ballato a “Fantastico” subito dopo "La notte vola".
Da parte mia apprezzo chi ha il coraggio di cambiare sempre rotta, ma sono rimasto solo parzialmente soddisfatto da questo album cui manca un po’ di cuore, quello che ad esempio aveva il primo singolo dei Goldfrapp “Lovely Head”. D’altra parte il titolo dell’album mette subito chiare le carte in tavola: “Head first”.
Certe cose sembrano impossibili. Si può fare un remake di un film di Kubrick meglio di Kubrick? Si può installare un in Italia un regime più fascista di quello di Mussolini? Si può fare una cover di una canzone dei Radiohead e farla meglio dei Radiohead? Certe cose sono impossibili. Kubrick, perlomeno, resta insuperabile. A meno che non vogliate sostenere che sia meglio la “Lolita” girata da Adrian Lyne. Altre cose invece sono assolutamente possibili…
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