lunedì 31 agosto 2009

L'ultima estate di Joan (episodio 1)

Il mio nuovo racconto/miniserie in 4 episodi. Ecco il primo...

1. Il sogno
Il ricordo più nitido che ha di quell’estate è il suo ultimo sogno. Ancora c’è l’ha ben impresso in zucca. Da allora non riesce più a ricordare ciò che sogna. Certe volte non ha nemmeno la minima sensazione di aver dormito. È come se, dal momento in cui chiude gli occhi, il suo cervello si sintonizzasse sul canale AV della tv. Quando si alza dal letto, vagamente più riposato di quando ci si era disteso, guarda nella tazza del caffè e ci vede dentro lo stesso entusiasmante nero AV.
Da bambino però sognava. Uh, faceva di quei sogni! Le sue erano piccole sceneggiature già belle pronte per essere girate da Steven Spielberg. Sognava di alieni pacifici, di animali parlanti, di supereroi che avevano perso i loro superpoteri, di nuovi sport che nessuno aveva ancora praticato, di campi di grano attraversati dal vento in primavera. E soprattutto, sognava di essere al mare. Circondato da un’enorme distesa di acqua che riusciva a dominare sopra la sua tavola da surf.
Nell’ultimo sogno che ricorda di aver fatto era ancora una volta lì. Svettava in mezzo alle onde del mare inquieto e tutti lo guardavano ammirato. Il sole gli splendeva sui capelli biondi e su quel fisico asciutto, rachitico potremmo quasi definirlo, che sembrava essersi fuso in un tutt’uno con la tavola. Quand’ecco che all’improvviso il cielo si oscurava. Nuvole nere si accoppiavano andando a partorire lampi minacciosi. Il mare impazziva e riuscire a surfarci sopra stava diventando una missione impossibile. Un cavallone enorme si stava formando all’orizzonte e anche se nel sogno lui era un grande, anzi il più grande surfista di tutto il mondo, quell’onda anomala andava al di là di ogni capacità umana. Così cercava di spostarsi più velocemente che poteva. Cercava di sfuggirgli, ma il cavallone gli era già lì sopra la zucca e l’unica cosa che poteva fare era cercare di tenergli testa. La sua tavola filava diritta per qualche metro, sperando in una fuga. Ma era un’illusione. L’onda cresceva sempre più fino a far di lui un sol boccone.
Ricorda ancora la sensazione di non avere più respiro, di fuggire senza muoversi di un millimetro, di provare a stare a galla quando è impossibile stare a galla. Ricorda ancora il suo corpo disteso sul bagnasciuga mentre gli amici e il bagnino provavano a rianimarlo. Vedeva la scena dall’esterno ed era come se non lo riguardasse. Come se lì a terra senza vita ci fosse qualcun altro. Il bagnino proseguiva con la normale procedura di rianimazione, anche se sapeva che non c’erano più speranze. Tutti erano già rassegnati, quand’ecco a un tratto che il cadavere apriva i suoi occhi azzurri tornando dal mondo dei non-vivi. È allora che si è svegliato di soprassalto tutto sudato. Quello è l’ultimo dei sogni che riesce a ricordare.
Aveva sognato il mare quella e molte altre volte prima, da bambino, ma i suoi genitori nel crudo mondo reale non ce lo avevano mai potuto portare: “Siamo troppo impegnati col lavoro,” si giustificavano. Aveva bisogno di vacanze, vacanze vere, non quelle noiose nella casa in campagna dalla nonna dove il tempo non passava mai. Delle vacanze vere dovevano avere il sole, il mare ovviamente, e delle risate. Tutto quello che aveva avuto erano invece state solo le nuvole, la pioggia (è sempre acqua, d’accordo, ma mica ci si può surfare sopra) e dei gran musi lunghi. Quell’estate Mitch, Franklin e gli altri della compagnia andavano come al solito in colonia insieme alle suore. Meta: la Costa Brava spagnola. E bravi. Lui in colonia insieme alle suore non c’era mai stato perché i suoi erano, e ahimè sono ancora, Mormoni. Tutti gli anni chiedeva loro se ci poteva comunque andare e tutti gli anni riceveva come risposta un: “Non sei abbastanza grande,” che poi era la risposta che i suoi genitori davano a tutte le sue richieste.
“Posso giocare a Grand Theft Auto?”
“Non sei abbastanza grande.”
“Posso guardare The L Word?”
“Non sei abbastanza grande.”
“Posso uscire con Lily?”
“Non sei abbastanza grande per uscire con le ragazze.”
“Siamo solo amici.”
“Non sei abbastanza grande comunque. Te lo diciamo noi.”
“Ma nemmeno ancora le sono venute le sue cose…”
“Michael, basta! Tanto, già lo sai: NON SEI ABBASTANZA GRANDE!”
Michael però quell’estate doveva andare in Spagna. Doveva vedere il mare a tutti i costi, non poteva più rimandare. Ne andava di mezzo la sua vita.
“Mamma, papà… Posso andare in colonia questa estate?” chiese.
“Michael?” lo illusero loro.
“Sììììì?” fece lui con gli occhioni azzurri pieni di speranza.
“NON SEI ABBASTANZA GRANDE!”
Quasi si mise a piangere. Poi pensò che era ora di dimostrar loro che era un uomo, o almeno quasi un uomo. Per la prima volta, decise eroicamente di ribattere: “Ho 14 anni. E questo è l’ultimo anno in cui le suore ti lasciano partecipare alla colonia. A meno che non sei un ritardato mentale, naturalmente. Quindi mamma e papà cari, quest’anno sì: IO SONO ABBASTANZA GRANDE!” Il padre nei giorni successivi se ne stava tutto sorridente e con il petto all’infuori come un galletto. Segretamente orgoglioso di quello scatto d’impeto virile del figlioletto che aveva sempre considerato una checca persa. E dopo lunghe e melodrammatiche discussioni, riuscì infine a convincere la moglie a lasciarlo andare: “Va con gli amici, Anne. Si divertirà un mondo.”
“Copriti, mi raccomando,” gli intimò la mamma appena prima di partire, stampandogli con un bacione tutto il rossetto sulla fronte.
“Mamma, ma d’estate in Spagna ci saranno almeno 40 gradi…”
“E tu copriti lo stesso, che non si sa mai.” Poi si rivolse al marito: “Caro? Non credi sia ora di fare a tuo figlio quel discorso?”
“Quale discorso?” chiese lui seccato. La moglie l’aveva distratto dalla parata di culetti minorenni. Le compagne di colonia del figlio intente a salire sull’autobus stavano sfilando sotto i suoi occhi e lui avrebbe voluto solo stare lì ad ammirarle con un pacco maxi di popcorn in una mano e una birra ghiacciata nell’altra. Senza essere disturbato.
“Il discorso sul sesso, no?” fece la moglie petulante. “Le ragazzine di oggi sanno essere molto sveglie e provocanti…”
“Lo so, cara. Lo so benissimo,” cercò di spostare, senza successo, il suo sguardo dai culetti minorenni alle palle degli occhi della consorte. “Ma ho visto nostro figlio in bagno l’altra sera e non credo riesca ancora a infilare quel cosino da qualche parte. Non è ancora…” finalmente guardò la moglie fissa negli occhi, quindi concluse: “Non è ancora abbastanza grande.” Tutti e due scoppiarono in una fragorosa risata sotto gli occhi increduli del figliuolo: “Papà… Mamma… Sono qui davanti a voi! Non potreste almeno aspettare che me ne sia andato?”
Fu un attimo di debolezza. Subito i due tornarono al loro contegno genitoriale con un simultaneo quanto finto colpo di tosse. Fu allora che la suora-capo gridò: “Tutti a bordo,” anche se quella non era una nave ma un misero pullmino di quelli solitamente usati per trasportare i disabili. Immediatamente dopo spinse dentro gli ultimi ragazzini, dividendo Michael dall’abbraccio materno. Fino a che il pullman non diventò solo un puntino giallo perso nel cielo di Monaco, lei se ne stette a sventolare il suo fazzolettino bianco, mentre il marito continuava a suonare il clacson: “Andiamocene di qua, Anne. Michael è partito. Andato. Finalmente. Sono tre quarti d’ora che te ne stai lì ad agitare quel coso nel nulla. È pure sporco: mi ci ero appena soffiato il naso. Ed ho un terribile raffreddore.”
Ma torniamo in presa diretta sul giovine Michael, che se ne sta lentamente salendo i gradini del pulmino e si guarda intorno alla ricerca disperata di un posto libero. In fondo ci sono Michael e Franklin che stanno facendo gli scimpanzè, le ragazze davanti mostrano la linguaccia alle spalle delle suore, Kristin & Holly attaccano la doppia presa delle cuffie nell’iPod per poter cantare insieme le canzoni di Miley Cyrus. E poi c’è Joan che è seduta come al solito tutta sola intenta a leggere Dostoevskij.
“Chi è Joan?” vi state chiedendo. Come “Chi è Joan?”
Joan è LA RAGAZZA PIU’ BELLA DEL MONDO e Michael si sta dirigendo proprio verso quel posto vuoto proprio per sederlesi accanto. Proprio ora.
I suoi tentativi di sistemare lo zainetto nel vano sopra la testa falliscono miseramente, chè lui è troppo basso e fino a lassù non ci arriva. In suo soccorso giunge una suora caritatevole che gli ripone lo zaino tra le risate e gli scherni di Mitch e Franklin: “Sfi-ga-to” e “Cre-ti-no,” tossiscono balbettando. “Co-co-coc-co-di-suora,” fanno anche, imitando le galline.
Risolto in qualche modo il problemino bagaglio a mano, Michael si mette finalmente comodo accanto a Joan, emettendo anche un “Aaaah” di sollievo. Joan lo fissa stupefatta mentre fa il suo “Aaaah” di sollievo, così lui in risposta a quello sguardo le sorride. Lei continua a fissarlo ma il suo sguardo da incredulo si fa gelido.
“E tu?” gli chiede. “Tu da dove cazzo sei sbucato fuori?”
Michael non si fa scoraggiare da questo inizio non esattamente dei migliori. Lui è un tipo che non si fa mai scoraggiare. Pensate ai genitori che si ritrova: se fosse uno che si fa scoraggiare sarebbe semplicemente fre-ga-to.
“Piacere, sono Michael,” gli risponde gentile, porgendogli la sua manina.
Lei ignora la manina e continua a fissarlo torva.
“Credi davvero che adesso io ti dirò il mio nome, tappo?” se la sghignazza.
Lui abbassa lo sguardo. Ecco, forse adesso un po’ scoraggiato lo è. Povero!
“Tanto lo sai già come mi chiamo, ne sono sicura.” Ora Joan si apre in un bel sorriso. “Te lo sarai scritto su tutte le tue mutandine e magari ti sussurri il mio nome nel buio della cameretta mentre la mano ti scende lì sotto,” dice guardandogli i pantaloncini accompagnando le parole a una risatina maliziosa. “Quindi no, non te lo dirò come mi chiamo e quella tua mano sudicia, Santo Cielo!” La sua espressione si fa schifata: “Io preferisco non toccartela.”
Michael arrossisce fino a diventare paonazzo e mette da parte, almeno per il momento, l’idea di chiacchierare insieme a lei per tutto il viaggio in modo da approfondire reciprocamente la propria conoscenza e avere uno scambio di opinioni amichevole e sincero. Come in quei film americani dove di solito il ragazzo figo di turno conosce la ragazza dei suoi sogni e tra loro lentamente nasce un bellissimo, profondo, eterno legame.
Quello che Joan aveva appena detto, a dire il vero, non è che si allontanasse molto dalla realtà. Voglio dire, non la parte delle mutandine, Cristo Santo! Quella è una cosa che solo le ragazze possono fare. Ma sul resto c’aveva preso in pieno. Lui naturalmente sapeva già come lei si chiamava. Joan, che dolce nome. Chi non lo conosceva nella sua scuola? Chi non lo sussurrava toccandosi sotto le coperte appena rabboccate dalla mammina?
Dopo qualche ora di viaggio nel più totale e religioso silenzio, Michael riprende un pochino di quel coraggio che da sempre lo contraddistingue. Si mette a sbirciare la copertina del libro su cui gli occhi di Joan non hanno mai smesso un secondo di andare veloci da sinistra a destra, dall’alto in basso, riga dopo riga, mentre le ruote dell’autobus sotto di loro stanno macinando kilometri su kilometri.
“D-O-S-T-O-E-V-S-K-I-J” prova a leggere Michael, prima sillabando le lettere una ad una, infine tutto d’un fiato: “Dostoevskij”. Non ricorda questo nome nel programma di libri che la signorina Tinger aveva dato da leggere per l’estate. Lui che da quella lista aveva depennato a fatica I viaggi di Gulliver, prima di tornare a immergersi nella lettura dei suoi amati Harry Potter.
“Di cosa parla il libro che stai leggendo?” le chiede stufo del silenzio. Non importa se lo insulterà o se lo deriderà (cosa invero alquanto probabile). Qualunque cosa sarebbe stata meglio di quell’infinito mortale silenzio.
Lei emette un sospiro, seccata per l’interruzione, poi gli spara veloce come una rapper: “Parla di un uomo cattivo, coso. Un uomo malato, profondamente malato, prodotto di una società malata che non può essere salvato da niente e da nessuno…”
“Scusa se te lo dico,” la interrompe Michael. “Ma il tuo libro secondo me non ha alcun senso.”
“Ah no, tappo?” Joan adesso sembra realmente incuriosita da quell’ometto che le siede a fianco. “E perché, di grazia?”
“Perché tutti possono essere salvati,” e gli fa l’occhiolino (o forse strizza l’occhio solo come reazione alla polverina appiccicosa che Mitch da dietro gli ha appena gettato in testa).
Joan gli sorride, ma per la prima volta il suo non è un sorriso sarcastico. È un sorriso vero, come vere sono le vacanze che stanno facendo, tutti insieme. Le risate ci sono, adesso mancano solo il sole e il mare.

(fine prima puntata)
Le altre puntate sono presenti nella mia prima raccolta:
L'ultima estate di Joan e altri racconti
ora ordinabile su Lulu.com


domenica 30 agosto 2009

top 5 della settimana (24-30 agosto 2009)

5. Dopo una sfilza di meraviglie come “Playground Love”, “Sexy Boy”, “All I Need” e “Cherry Blossom Girl”, un nuovo trasognante pezzo dei due francesi intitolato "Sing Sang Sung". Sono questi gli Air che più amo. Clicca QUI per scaricarla
4. Videocracy, il film documentario sull’italietta di veline, corona & furbetti vari in uscita il 4 settembre. Rischia seriamente di dire molto sugli ultimi trentanni del nostro paese e sta già facendo discutere. Il trailer non andrà in onda in rai perchè "inequivocabile messaggio politico di critica al governo" (cit.) E se anche fosse? Siamo in una democrazia, non in una dittatura...

3. Arrivano da Londra, sono al singolo di debutto, si chiamano Ghostcat e vi assicuro/minaccio che una volta che avrete sentito questa “This is a Bust” difficilmente vi uscirà dalla testa. A vostro rischio e pericolo, cliccate play e put your hands up!

2. L'ignoranza è il mio nuovo migliore amico. I Paramore sono a mio modesto giudizio uno dei più esaltanti gruppi rock venuti fuori negli ultimi tempi. Dopo il successo della colonna sonora di Twlight, sono pronti a fare il botto mondiale con il nuovo album "Brand New Eyes" in uscita a breve. Incuranti di ciò, hanno lanciato questo primo singolo bello pesante che non concede particolari ruffianerie commericali. Il video poi è di rara claustrofobia e mi riporta a un'estetica piuttosto grunge. L'ignoranza potrebbe diventare anche il vostro nuovo migliore amico.


1. Bastardi senza gloria (Inglourious Basterds) è il film di Quentin Tarantino che ha incassato di più nel suo primo weekend d’uscita negli States e continua ad andare molto bene. Yeah! In attesa dell'uscita italiana il 2 ottobre, potete scaricarvi la colonna sonora del film, come al solito miniera ricca di petite musicali preziose: c'è molto Morricone, ma a sorpresa spunta anche David Bowie, per la prima volta tarantinato.
Download colonna sonora

mercoledì 26 agosto 2009

piccoli film

Charlie Bartlett
Dolce far niente. Ho visto un sacco di film ultimamente. Alcuni sono delle autentiche stronzate. Mi chiedo come facciano delle sceneggiature così idiote a ottenere milioni di dollari di finanziamenti. Il problema della maggior parte di tali pellicole è che, oltre che idiote, sono veramente noiose.
Poi ci sono film piccoli, film che bisogna andarsi a cercare su internet o in fondo all’ultimo ripiano polveroso del Blockbuster. Film che a volte nemmeno escono in Italia come Cashback, o se va bene vengono distribuiti solamente in DVD, senza uno straccio di promozione, com’è il caso di questo Charlie Bartlett. Semplicemente, una pellicola intelligente. Con intelligente io non intendo qualcosa di necessariamente impegnato, intellettualoide o culturale. Intendo solo un film ben scritto che intrattiene e non fa annoiare per nemmeno un istante della sua durata.
Charlie Bartlett è un Personaggio, una specie di incrocio tra Amelie e Alicia Silverstone in Clueless – Ragazze a Beverly Hills, solo in versione maschile. A interpretarlo c’è il giovane talento Anton Yelchin, come suggerisce il nome di origini russe, già visto in Alpha Dog e nel telefilm Huff. Se in quella serie era il figlio di uno psichiatra, qui diventa lui stesso una sorta di psicologo per gli altri studenti della sua scuola, che riuscirà ad aiutare in diversi modi: attraverso le parole e attraverso pillole magiche come Ritalin, Prozac e Xanax. Il preside del liceo, con cui si scontrerà più volte, è Robert Downey Jr., mentre la sua tipa è Kat Dennings, protagonista di quell’altra figata di piccolo film che è Nick & Norah – Tutto accadde in una notte. Non ci sono effetti speciali qui dentro, né esplosioni. Solo ottimi personaggi e una sceneggiatura interessante, vicina alle atmosfere di Juno e delle migliori commedie anni Ottanta, che non ti fa chiedere: “Dio, ma quanto manca alla fine?” come invece spesso capita per tanti pompatissimi blockbusteroni. Viva i piccoli film. Viva Charlie Bartlett.
(voto 7,5)
Thumbsucker – Il succhiapollice
Justin è un adolescente come tanti. A parte un piccolissimo particolare: ancora si succhia il pollice. Non riesce a smettere. Un ciuccellone, direbbe Bart Simpson. A scuola è insicuro, con i genitori va di merda, con le ragazze una frana. Ma il giorno in cui comincia a prendere il Ritalin, tutti i suoi problemi scompaiono. Al chè, dopo aver visto Charlie Bartlett e questo film, mi è venuta una dannata voglia di farmi anch’io di questo miracoloso medicinale. Sembra meglio del Vicodin del Dr. House!
Thumbsucker non si fa mancare niente. È un film indipendente scritto e diretto da Mike Mills (da non confondere con l’omonimo bassista dei R.E.M.), ha musiche del rimpianto Elliott Smith e di quei fricchettoni dei Polyphonic Spree, un cast che comprende giovani promettenti (Lou Taylor Pucci, Kelli Garner) nonchè attori noti: un Keanu Reeves filosofeggiante, Vince Vaughn, Vincent D’Onofrio e il premio Oscar Tilda Swinton. Però partendo da un’idea così originale, l’immaginazione volava verso un andamento più imprevedibile e visionario di quanto proposto. Riuscito solo in parte. Ciucciatevi il calzino!
(voto 6)
Sguardo nel vuoto (The Lookout)

Una cazzata. Fari spenti nella notte. Uno stupido incidente in macchina. E… crash. Sguardo nel vuoto. La tua vita cambia per sempre. Niente sarà più com’era prima. Coma e risveglio. Ogni giorno la vita è dura. Tutto quello che vuoi è tornare ad essere la persona che eri. La via d’uscita arriva una bella serata. Una ragazza (stupenda) incontrata in un bar. Dei nuovi amici. Ti coinvolgono in una rapina in banca. “Puoi tornare ad essere quello che eri una volta,” ti dicono. Puoi riprenderti ciò che ti spetta. “Chi ha i soldi ha il potere,” ti dicono anche. Tu ci credi. È la tua unica occasione per cambiare lo stato delle cose. Ma tutto può tornare davvero come un tempo?
Per un grande film ci vuole un grande attore. Ed è Joseph Gordon Levitt lo sfortunato protagonista di questo intenso drama. C’è qualcosa in lui. Ha gli stessi occhi tristi di Heath Ledger. Apparentemente i due non si somigliano per niente. Australiano biondo con look da surfer Heath, moro dai tratti orientaleggianti con look da teenager nerd Joseph. Eppure i due, che hanno diviso il set ai tempi dello shakespeariano 10 cose che odio di te, hanno lo stesso identico sguardo. Le stesse espressioni. Lo stesso modo di fare. Se c’è un erede di Heath Ledger, un erede con lo stesso enorme talento, beh questo è Joseph Gordon Levitt. Presto ancora sugli schermi nella commedia già cult negli USA: 500 giorni insieme (500 days of summer).
(voto 7,5)
I fratelli Grimm e l’incantevole strega
Rivedere Heath Ledger in azione è sempre un piacere. Un’autentica lezione di recitazione. Assolutamente non riuscito invece il film nel suo complesso. Peccato, perché le premesse erano ottime: Terry Gilliam con le sue inquadrature oblique e il suo sguardo grottesco alle prese con l’immaginario fiabesco dei Grimm. Ma la realtà è molto più terribile della fantasia, come dice uno dei personaggi, e i tempi d’oro dello strepitoso L’esercito delle 12 scimmie sembrano davvero lontani; il pastiche che viene fuori risulta scotto e poco saporito. La somma degli elementi non dà il risultato sperato, confluendo in una storia bislacca e noiosa. Soporifera. Yawn, sto ancora sbadigliando. Assurdo poi che in Italia all’incantevole strega Monica Bellucci sia stato dato l’onore della nomina nel titolo: compare infatti per due inquadrature circa e tra l’altro parla con la voce della Samara di The Ring (chè è pur sempre meglio della voce solita della Bellucci). Confido tuttavia nel prossimo film di Terry Gilliam, Parnassus. L'ultima occasione per vedere all'opera Heath Ledger.
(voto 4)
Dear Wendy
Un’originale riflessione sul potere e il fascino esercitato dalle armi, in un’America idealizzata vista con occhi danesi: infatti a sedere in cabina di regia vi è Thomas Vinterberg, l’autore di Festen e del sottovalutato Le forze del destino, mentre la sceneggiatura porta la prestigiosa firma di Mr. Lars Von Trier, celebrato e discusso autore di Le onde del destino e Antichrist.
In un piccolo paesino di minatori (che ricorda un altro film di Von Trier, Dogville) un ragazzo fonda una strana associazione di pacifisti muniti di armi, chiamati Dandies. Il potere ammaliatore delle pistole è però troppo forte per potergli resistere e l’utopia di possederle senza usarle contro altre persone è destinata a fallire.
Il cast è quasi da teen movie, con il Billy Elliot cresciuto Jamie Bell e lo Sherminator di American Pie, ma la storia nasconde significati decisamente più profondi, seppur non sia priva di un’ironia beffarda. L’atmosfera è quasi da piccolo western moderno ed è impreziosita da una straniante colonna sonora piena di successi degli Zombies, uno dei migliori gruppi pop-beat degli anni 60.
Sicuramente uno dei migliori e meno scontati film sul tema delle armi, insieme al consigliatissimo Lord of War, con Nicolas Cage e Jared Leto.
(voto 7,5)
Black Snake Moan
Christina Ricci è una ninfomane. Dopo appena due ore che il suo boyfriend Justin Timberlake se n'è partito per l’Iraq, lei è già finita a letto con uno. La sera stessa va con un altro ancora e poi finisce in mezzo a una strada malmenata. A salvarla dallo sprofondamento negli abissi della carne ci proverà il bluesman Samuel L. Jackson, legandola con una catena come si fa con i cani feroci.
Black Snake Moan, il lamento del serpente nero, è un film torbido, caldo, strambo, molto sud degli Stati Uniti e ci riporta finalmente una Christina Ricci in forma come un tempo e sexy come mai prima. Un vero serpente velenoso tornato a mordere.
(voto 7+)
Primer
Viaggi nel tempo. Un tema affascinante come pochi già sviscerato al cinema da diverse pellicole, chi in maniera più divertente (Ritorno al futuro), chi con stile visionario (Donnie Darko, L'esercito delle 12 scimmie). In questo piccolissimo film indipendente costato solo 7.000 dollari e premiato al Sundance del 2004 è tutto meno spettacolare, ma non meno intricato. Cosa fanno un gruppo di appassionati di informatica e fisica quando si ritrovano in un garage? Mettono su una band rock’n’roll? Giocano a Guitar Hero o a calcio Balilla? Certo che no. Si mettono a fare degli esperimenti scientifici e in maniera totalmente amatoriale, con spirito molto hacker, mettono a punto una macchina del tempo. Allora la loro vita sì che si incasinerà. Se vi piacciono i film intricati, al limite dell'umana comprensione, alla Memento tanto per intendersi, questo è pane per i vostri denti. Ah, in Italia Primer non è mai uscito ed è disponibile solo in versione sottotitolata. Naturalmente.
(voto 7)

lunedì 24 agosto 2009

Inverosimili avventure svizzere

Sposto la prima tenda rossa. Sono le 4.30 a.m. Mi ritrovo diretto a Basilea lanciato in corsa su una Opel Corsa che sembra la mia ma non è la mia. Comunico con l’altra auto via walkie-talkie. Passo. Ci scambiamo informazioni fondamentali e qualche simpatico insulto in amicizia. Passo. I cellulari sono cooosì superati. Passo. Le ragazze dormono sul retro. Passo. Perché le ragazze dormono sempre durante gli spostamenti? Passo. E perché io ogni volta che arrivo da qualche parte sto male? Passo. Adoro la dimensione del viaggio, ma i viaggi mi distruggono fisicamente quanto mi illuminano mentalmente. “Solo quando si viaggia si è davvero se stessi,” parole di Nicolas Vaporidis, mica Kerouac. Il mio sogno è di attraversare gli Stati Uniti percorrendo i quasi 4,000 kilometri della Route 66. Da Chicago fino alle spiagge della California. Una volta arrivato, presumibilmente in fin di vita, il piano è di farmi sostituire da una controfigura. Tanto Hollywood ne è piena.
Sposto la seconda tenda rossa. Finisco Dio solo sa perché a sboccare sulle scale del bar della stazione. Fino a 30 secondi prima stavo benone. All’improvviso le cose cambiano. E ti ritrovi con la testa nel cesso a vomitare l’anima. Contemporaneamente, a centinaia di kilometri di distanza, su una spiaggia di S. Margherita Ligure, anche mio papà sta vomitando. Che sia qualcosa nel DNA?
Sposto la terza tenda rossa. Strane cose accadono. Ci sono ragazze stupende che corrono su distese di prati di montagna appena tagliati. Com’è possibile che in Svizzera campi piazzati su dirupi proibitivi siano curati così perfettamente? L’unica spiegazione è che abbiano utilizzato dei laser segreti per tagliarli. Gli stessi con cui probabilmente si divertono a far spuntare cerchi nei campi di mezzo mondo, salvo poi dare tutta la colpa ai marziani. Come si alimentano questi laser? Con la forza rubata alle batterie delle auto straniere. Opel Corsa compresa. Tolgono l’anima alle macchine grazie a dei campi magnetici situati in posizioni strategiche. Come le gallerie delle autostrade. È questo il segreto degli svizzeri. Ti fanno andare all’inverosimile limite degli 80 all’ora perché così sono più comodi per rubarti l’energia.
Sposto la quarta tenda rossa e finisco in un bar rosso. Il Bar Rouge. In cima alla città. Vedo Basilea dall’alto. Almeno, la vedo per pochi secondi, poi mi devo girare da un’altra parte. Vertigini. Queste mie amiche. Mi tengono compagnia quando sono al 2° piano di una casetta in campagna, figuriamoci al 31esimo piano dell’edificio più alto in città, forse addirittura il più alto in tutta la Svizzera. Bevo solo un’acqua gassata. Il mio stomaco chiede pietà. Decido di non far finta di non sentirlo come al solito e per una volta lo accontento. Stasera sono no-alcool. Come i bambini. Dannazione.
Sposto la quinta tenda rossa. Sono su una barchetta in mezzo al Reno. Sulle rive ci sono persone che tengono tutti i vestiti in una borsa, che poi si trasforma in un salvagente gonfiabile con cui farsi trascinare dal Reno per qualche metro, che poi ridiventa una borsa per rimetterci dentro i vestiti. Fa un caldo notevole, almeno stando agli standard svizzeri. Tutti si gettano nelle acque del fiume. Io sparo a un uomo sul Reno, solo per vederlo morire.
Sposto la sesta tenda rossa. Finisco in un campo. Di carote? Di barbabietole? No, finisco in un campo di grano dipinto da Van Gogh. Scendo nel vortice della follia, mi taglio un orecchio, mi rinchiudono in un manicomio, mi sparo un colpo in testa.
Sposto la settima tenda rossa. Sono in un campus che sembra Raccoon City di Resident Evil. Dentro alla piscina del campus ci sono pesci giapponesi che costano milioni di miliardi di franchi svizzeri. Sono li ad osservarli quando mi catturano. Finisco in un laboratorio vittima di esperimenti sulla mente umana. Perdo ogni contatto con la realtà. Dai risultati viene fuori che la mia mente non è umana. O, nel caso lo sia, è gravemente malata. Fallata. Da mandare al costruttore. È per questo che vengo rispedito indietro, in Italia. All’interno del passo del Gottardo la temperatura diventa incandescente. Disco inferno erutta dallo stereo. Il termometro della Corsa tocca i 40° C. Sembra di attraversare l’inferno. E io che pensavo che nei tunnel facesse freddo. I gradi scendono. Il gran passo finalmente finisce. Alla dogana uno sbirro mi ferma. È un uomo molto anziano. Assomiglia a Johnny Cash. Mi domanda: “Ragazzo, hai sparato a un uomo sul Reno?” Io non so cosa dirgli. Incapace di mentire come sono, confesso: “Solo per vederlo morire.” Lo sbirro prende in mano una chitarra acustica e si mette a cantare: “I shot a Man in Reno, just to watch him die.” Si appunta gli accordi su un bloc notes e mi dice: “Grazie, ragazzo. Hai completato il testo della mia canzone.”
Sposto l’ottava tenda rossa. Mi ri-ritrovo sulla Opel Corsa che sembra la mia ma non è la mia. Sono quasi a casa. Walkie-talkie, di nuovo. È andato tutto troppo velocemente, a parte gli stupidi limiti fermi agli 80 all’ora di gran parte della stupida autostrada. Passo. I laser rubano l’anima alle automobili. Passo. Forse la rubano anche alle persone. Passo. Forse l’hanno rubata a me. Passo. Strane cose accadono in Svizzera. Passo. La fine è vicina. Passo e chiudo.

domenica 23 agosto 2009

top 5 della settimana (17-23 agosto 2009)

Nuova rubrica! La top 5 della settimana con tutto il meglio dal mondo!! (Spero di riuscire ad aggiornarla ogni santa week...)
5. Epico video Mad Max style per l’all-star trio Jay-Z, Rihanna & Kanye West. "Run This Town".


4. È uscito lo pseudo sequel di Donnie Darko, S. Darko. Qui il link per downloadarlo. LINK
Se vuoi leggere la mia rece del film, clicca QUI
3. I nuovi esaltanti dischi electro-dance di David Guetta e Calvin Harris. Presto le recensioni. Nell’attesa potete scaricarli cliccando sull’immagine.

2. Ai Mondiali di atletica, record netti sia sui 100 che sui 200 metri. Nessuno riesce a stargli dietro. Usain Bolt non è umano.

1. Il buon Gabriele Paolini grida: “Berlusconi pedofilo!” durante il collegamento del TG5 a Bagnone per la vittoria del Superenalotto. Al momento il filmato non è ancora comparso su youtube (censura?) ma potete vedervi un suo recente analogo numero al TG1.

martedì 18 agosto 2009

S. Darko

Per prima cosa, il film esce nelle sale questo venerdì, ma se non avete voglia di aspettare potete scaricarlo in italiano e in perfetta qualità DVD semplicemente cliccando QUI.
Per seconda cosa, certe persone nascono con la tragedia nel sangue. Soprattutto se di cognome si ha la (s)fortuna di chiamarsi Darko.
Per terza cosa, questo non è che sia proprio il sequel del capolavoro del 2001 Donnie Darko (tanto per dire, in assoluto il mio film preferito di tutti i tempi). È più una sorta di omaggio/tributo da scuola di cinema curato da un nuovo regista, Chris Fisher, e da un nuovo sceneggiatore, Nathan Atkins. Al progetto non hanno invece partecipato né il regista e creatore dell’originale, quel genietto di Richard Kelly, né gran parte del cast. L’unica presenza rimasta è la sorella di Donnie, Samantha. A interpretarla è ancora Daveigh Chase, famosa anche e soprattutto per aver interpretato l’inquietante bambina Samara in The Ring. Gli anni sono passati, il trucco da Halloween si è sciolto dalla faccia e il brutto anatroccolo si è trasformato in una magnifica principessa. È su di lei che è incentrata questa “Darko tale” che un certo fascino lo possiede, anche se, diciamocelo pure, è un fascino più che altro di riflesso. Vengono usate le stesse riprese, gli stessi movimenti di macchina, stesse accelerazioni, stessi ralenty e le stesse atmosfere. Chiaro poi che Donnie Darko rimane uno e uno solo. Irripetibile. Questo S. Darko è un prodotto più che altro per “fans only”. Chi non ha visto l’original non capirà ovviamente un bel nulla, mentre chi l’ha visto non deve aspettarsi qualcosa allo stesso livello, ma semplicemente un discreto film da “make it a Blockbuster night”.
Applicando la teoria dei viaggi nel tempo che qui si cerca di spiegare, se si potesse tornare indietro un aspetto che sarebbe stato interessante sviluppare meglio è la deriva "on the road" di questo episodio. E se Donnie era un film che specchiava gli anni Ottanta nel profondo della loro essenza, la stessa cosa non riesce a fare S. con i Novanta, se non per un lieve richiamo alla guerra in Iraq, a due tizi vestiti da Iene e a un cinema che proietta Strange Days e L'esercito delle 12 scimmie.
Fanno parte del cast anche il “gossip boy” Ed Westwick e dalla saga di Twilight c’è Jackson Rathbone. Decisamente buona la colonna sonora: momento top Heaven or Las Vegas dei Cocteau Twins.
(voto 6,5)


lunedì 17 agosto 2009

Gli inganni delle scimmie artiche

Arctic Monkeys "Humbug"
Le scimmie artiche hanno fatto un nuovo disco, il loro terzo, quello che potrebbe consacrarli nell’Olimpo del rock. È interessante notare come molte delle band della nuova ondata british siano arrivate quasi contemporaneamente al traguardo del terzo fatidico album e tutte anziché fare il disco definitivo, quello dell’auspicata maturità, abbiano fatto dischi transitori. Per certi versi sperimentali e affascinanti. I Bloc Party sono i miei preferiti del lotto, quelli che hanno più contaminato il loro rock new-wave con elettronica, dance e quant’altro. Per me i più innovativi. I Kaiser Chiefs sono rimasti sempre immersi nel loro pub-rock, azzeccando spesso grandi canzoni. L’ultimo disco però non ha riscosso un particolare successo e per loro la strada al titolo di nuovi Blur comincia a farsi in salita. Così così anche il terzo disco dei Franz Ferdinand. Stylosi e hype, non hanno però dato la zampata che li faccia passare da “buona band” a “grande band, cazzo!” I Maximo Park invece sono andati sempre in crescendo, per quanto mi riguarda, ma il successo vero non è per loro arrivato e chissà se arriverà mai. A settembe attendiamo al varco gli Editors, anche loro alle prese col parto del difficile terzo album (che poi quale album non è difficile?).
Ma torniamo ai Monkeys. Ancor prima di pubblicare un disco erano già il gruppo più cool di Myspace. Quando è arrivato il primo disco è stato un immediato enorme successo, specie in Uk. Quindi un secondo album sulla stessa falsariga, buono ma non troppo e intanto il cantante Alex Turner si è dedicato a un progetto parallelo, i Last Shadow Puppets, con un disco delizioso che è probabilmente la cosa migliore che il ragazzo abbia fatto nella sua breve ma intensa carriera. Adesso album number 3 con gli Arctic Monkeys. 3 is a magic number? Scopriamolo.
Si parte con una cavalcata western rock, My Propeller. Non mi convince molto. L’influenza del produttore Josh Homme, leader dei Queens of the Stone Age si sente forte e chiara. Che cerchi di prevalicare le scimmie?
Il primo singolo Crying Lightning (il video è qui sotto) prosegue sulla stessa agitata linea. Solo con maggiore ispirazione. Rock vagamente roccioso ma con un ritornello che si apre a una melodia notevole, dal sapore retrò. Più l’ascolto e più mi piglia bene.
Dangerous Animals suona esattamente come il titolo annuncia, minacciosa e inquieta. Niente male.
Secret Door è la quiete dopo la tempesta. L’atmosfera si fa sognante e incantata. Una marcietta arrivata da qualche sogno nascosto. Momento più alto dell’album. Fools on parade, canta Alex Turner, storpiando forse Bulls on parade dei Rage Against the Machine, e il mondo si può fermare. Quattro minuti scarsi di magia. Piccolo capolavoro anno 2009. Una porta segreta nascosta all’interno del disco. Non so se dover ringraziare i Monkeys di aver creato qualcosa di così bello nel senso più puro del termine, oppure mandarli al diavolo per non aver fatto un intero album su tale livello.
Potion Approaching riporta all’inquietudine di marca Queens of the Stone Age. Riff esaltante. Può scattare il pogo, liberatorio.
Fire and the Thud, sexy e fumosa, ci traghetta verso Cornerstone. Finalmente ritorna l’incanto. Canzone semplice, fuori dal tempo e fuoriclasse. Riporta dritta dritta al sentiero segnato dai Last Shadow Puppets.
Dance Little Liar, ralenty western. Finale epico. Sergio Leone avrebbe gradito.
Pretty Visitors schiaccia sull’acceleratore. Esaltazione e delirio. Panico e morte. I Visitors del serial tv sono tornati sulla Terra e stavolta sono pure pretty.
The Jeweller’s Hands inizia un po’ alla Muse. Quelli del primo disco. Muscle Museum, do you know?, per poi evolversi verso una ballatona retrò notevole. Come a dire: buonanotte, il disco è finito. Andate a fanculo.
Uhm, conclusioni: l’influenza stoner dei Queens of the Stone Age si sente un pò troppo, quasi che le scimmie a tratti li volessero scimmiottare. Humbug nel complesso quindi non convince del tutto, diviso com'è tra le due anime della band: una è quella che vuole suonare nel modo più rock cazzuto e americano del mondo. Ma secondo me è l’altra anima che regala i momenti migliori e rappresenta la vera identità dei Monkeys: quella di crooner anni 50 aggiornati all’indie rock anni 2000. Il disco della consacrazione può aspettare. In fondo come indica il titolo, Humbug, queste scimmie artiche ci hanno voluto ingannare. Tanto sono ancora giovani e sbarbate. Qualche banana in più e diventeranno gli scimmioni re della giungla musicale. Welcome to the jungle.
(voto 7)

lunedì 10 agosto 2009

Cashback

La brutta notizia è che il tempo vola.
Quella buona è che il pilota sei tu.

Cashback

Ci sono giornate talmente belle che vorresti schiacciare il tasto pausa per congelarle e godertele in ogni loro singolo istante. O almeno frenarle, rallentarle un pochino. E ci sono giornate invece che vorresti solo selezionare col mouse per poi premere il tasto “canc”. Quella era stata una giornata decisamente da canc. Però arriva un film e mi fa cambiare idea. Capita, anche se raramente. Di film così belli non succede certo tutti i giorni di vederne. E allora, nonostante fosse stata proprio una giornata no, sposto il mio ditino dal tasto “canc” e me la tengo. Decido di non buttarla nel cestino di windows ma di tenerla con me. Ci fosse la differenziata forse potrei gettar via solo la parte brutta e tenermi la parte bella. Perché quella giornata di merda ho visto questo piccolo capolavoro. Cashback. Regia dell’esordiente british Sean Ellis. Per la serie con quel cognome non puoi non essere un genio. Un film tratto dal suo stesso cortometraggio nominato all’Oscar. Non vi dirò di cosa parla questo film. Beh, sì. Forse vi dirò giusto che parla di vita, amore, sesso, bellezza, insonnia e del tempo. Già. Il tempo. Il tema più affascinante da affrontare per un regista. Perché un film tra slow motion, flash forward, pause e stratagemmi vari il tempo riesce a dominarlo.
Cashback è un film del 2006, presentato quell’anno anche al Festival di Roma ma non ancora, e a questo punto forse mai, distribuito in Italia. Potete però scaricarlo in madre lingua con i sottotitoli in italiano. Vi assicuro che ne vale la pena. 1 ora e 40 minuti di poesia. Profondo ma anche spassoso. Magnetico e affascinante. Come quando siete per strada e incontrate una persona talmente bella che non potete fare a meno di fissarla.
Questo film mi ha ispirato. Mi ha sconvolto come pochi altri film. Mi vengono in mente American Beauty e Donnie Darko. Mi ha fatto voglia di scrivere, anche. Non che abbia mai smesso o abbia avuto blocchi dello scrittore o che so io. Però mi ha fatto venire voglia di scrivere qualcosa di nuovo. Di GRANDE. Qualcosa che penetri sotto la pelle come questo Cashback è riuscito a fare con me. Qualcosa che faccia cambiare alle persone una brutta giornata e faccia spostare le loro dita dal tasto “canc” a quello “remember”. E non importa che non esista. Prima o poi ti toccherà inventarlo, maledetto di un Bill Gates. Prima o poi ti toccherà.

venerdì 7 agosto 2009

John Hughes

Sad news. È morto a soli 59 anni John Hughes, storico regista e sceneggiatore, autore della mitica trilogia con Molly Ringwald che ha segnato indelebilmente la commedia americana, non solo degli anni 80 ma anche quella odierna. Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare, Breakfast Club e Bella in rosa (Pretty in Pink) sono vere e proprie pietre miliari, film cult che hanno avuto un’enorme influenza su tutto il cinema e le serie tv teen che sono venute dopo, creando archetipi di personaggi e situazioni poi spesso ripresi e citati, da Dawson’s Creek a Gossip Girl. Per non parlare delle splendide colonne sonore che accompagnano queste pellicole. Ma Hughes è anche l’autore della sceneggiatura di Mamma ho perso l’aereo, una delle più geniali di tutti i tempi! Probabilmente il film che ho visto più volte in vita mia. Per me non è un vero Natale senza.
Tra i suoi altri film quella perla de La donna esplosiva (Weird Science) su due nerd che grazie al computer danno vita alla donna ideale (che non a caso assume le fattezze di Kelly LeBrock). Il film ha ispirato una serie televisiva e soprattutto lo splendido video degli Aerosmith Hole in my Soul.
Hughes ha diretto anche il divertentissimo Io e zio Buck, quello che portava la nipote a scuola su quel catorcio di macchina col motore a scoppio, e un’altra ottima commedia tipicamente Eighties, Una pazza giornata di vacanza, con un Matthew Broderick sulla cresta dell'onda. E poi ancora le sceneggiature di Miracolo nella 34ma strada, Dutch è molto meglio di papà e Beethoven.
La penna ironica di quest’uomo ha praticamente scritto una pagina fondamentale della mia infanzia/adolescenza così come quella di altri milioni di persone. Molto dell’immaginario anni Ottanta da cui sono ossessionato è opera sua. Grazie, John :)
La mia/nostra generazione è cresciuta insieme a lui e alle sue storie. Don’t you forget about him.

giovedì 6 agosto 2009

Visioni estive

Me and you and everyone we know
Sì cioè, strano. Folle, a tratti. Nerd. E adorabile. Sì, uno strano piccolo adorabile film indie.
Miranda July è na pazza. Na pazza geniale. Regista, sceneggiatrice, attrice, scrittrice, musicista. Fa tutto. Come J.Lo o, che so? Leonardo Pieraccioni. Sì, proprio come loro. Con la piccola differenza che lei lo fa bene. Io te e tutti quelli che conosciamo è un film molto personale, intimo, in cui la morte di un pesciolino rosso può diventare un momento di lutto collettivo, oppure la gente può darsi fuoco a una mano come simbolo per cominciare una nuova vita. Cercatelo, guardatelo, amatelo. Io te e tutti quelli che conosciamo devono vederlo.
(voto 8)
Soffocare (Choke)
Soffocare. Non pensate a una qualche metafora sull’insostenibile peso del vivere nella società odierna. Semplicemente, il protagonista si diverte a soffocare. A cena, nei ristoranti. Finge di soffocare in modo che qualcuno, eroicamente, lo passa salvare ogni sera.
Dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk un film diretto dall’esordiente Clark Gregg. Inevitabile il confronto con quel capolavoro di Fight Club in versione David Fincher e inevitabile che non riesca a reggerlo, quel confronto. Se lasciamo perdere questo piccolo particolare però, Soffocare non si strozza ma riesce a respirare di vita propria. Senza bisogno di bombole d’ossigeno.
Il protagonista è un sessuomane che frequenta il solito palahniukiano centro di recupero, ha un migliore amico che si masturba in continuazione ma che troverà la redenzione con una spogliarellista, ha una madre con l’Alzeheimer che non lo riconosce e a un certo punto viene fuori che suo padre potrebbe essere… Gesù Cristo! Che c’è da stupirsi? Questo è il magico mondo di Palahniuk, dove “normalità” è solo una parentesi rosa tra le parole “pazzia” e “malattia cronica”.
Canzone finale da applausi, Reckoner dei Radiohead.
(voto 7,5)

Wanted – Scegli il tuo destino
C’è la voce fuori campo alla Spider-Man, la storia di un uomo qualunque che invece scopre di essere una specie di eletto come in Matrix, un tentativo di filosofeggiare sulla monotona condizione dell’uomo moderno stile Fight Club. Detto questo, starete pensando a una sorta di capolavoro. Invece no. È solo un videogamone senza identità con una trama ridicola, ma tanto ridicola, alcune delle scene più inverosimilmente assurde mai viste e la solita insopportabile Angelina Jolie, una che a parte Changeling credo non abbia mai fatto un film decente in vita sua ma è inspiegabilmente una delle attrici più popolari e pagate di Hollywood.
Il film si lascia comunque guardare con un numero limitato di sbadigli grazie a una certa figosità molto anni 90 di fondo. Non male soprattutto la scena in cui un riccone in limo viene ucciso a sangue freddo sulle note della bocelliana Con te partirò. Non è forse la fine che meriterebbero anche quei simpaticoni di Fiammetta e la Tband degli spot Tim?
(voto 5)

Notorious B.I.G.
I love biopic. Adoro i film biografici, in particolar modo se trattano di cantanti e artisti musicali. Da Velvet Goldmine (sul glam, David Bowie e Iggy Pop) passando per Walk the line – L’amore brucia l’anima (su Johnny Cash) fino a Control (su Ian Curtis e i suoi Joy Division). Non male anche Ray (su Ray Charles), Sid and Nancy (Sid Vicious), La bamba (Ritchie Valens), Great Balls of Fire (Jerry Lee Lewis), The Doors (si capisce su chi, o devo specificarlo?) e tanti altri…
L’ultimo uscito dal ghetto è Notorious B.I.G. film molto atteso, almeno negli Usa, visto che in Italia il rap è da sempre considerata musica di serie B. Cinematograficamente non è niente di eccezionale, colpa di una regia che punta troppo su un’effettistica da videogame e di una sceneggiatura che punta troppo su abusati stereotipi della gangsta-life. In tal senso il capolavoro nel genere rimane il neo-realista 8 Mile con Mr. Eminem. Epperò questa è comunque una storia da conoscere su uno dei personaggi fondamentali e più controversi nella storia dell’hip-hop, dalle sue radici nello spaccio di strada all’esplosione di rime crude che gli escono dalla bocca per talento divino. Anche se forse Dio non apprezzerebbe il linguaggio troppo explicit content (ma su questo non ci giurerei).
Molto interessante è soprattutto l’ascesa del rapper dal talento e dal fisico XXL, interprato dall’esordiente Jamal Woolard, e il rapporto con le donne della sua vita: la cantante Faith Evans, la crazy rapper Lil’Kim e naturalmente mammà. Poteva invece essere sviluppato ampiamente meglio il rap-porto con il prima amico e poi rivale 2pac, culminato in una distruttiva battaglia tra East e West Coast per la supremazia nel mondo hip-hop, e non solo in quello.
(voto 6,5)

Walk Hard – La storia di Dewey Cox
E questa invece è una parodia del genere biopic musicale, in particolare di Walk the Line, ma con chiari riferimenti anche a Ray, Almost Famous e I’m not there. C’è da dire che come film è una vera stronzata, mi si passi il francesismo. L’umorismo è più paradossale del paradossale, il che ogni tanto fa ammazzare dalle risate, ma il più delle volte lascia semplicemente esterrefatti. Evitabilissimo.
(voto 4)

Disaster Movie
Altro film parodia inutile, un’accozzaglia di riferimenti a film diversi e personaggi “cool” del momento senza filo conduttore alcuno. Divertente l’idea della festa in stile My super sweet 16 con tanto di balletto High School Musical per il protagonista oramai 25enne e fantastici Alvin and the Chipmunks in versione heavy-metal. Tutto il resto è noia.
(voto 3)

Shutter – Ombre dal passato
Ci sono horror che segnano la linea e altri che la seguono. Profondo rosso, Non aprite quella porta, Venerdì 13, Nightmare, più recentemente Scream, The Blair Witch Project, Saw e The Ring hanno segnato canoni di paura che sono stati copiati e clonati a più non posso.
La maggior parte degli horror in giro attualmente fanno parte di chi la linea la segue e sono pieni dei soliti clichè: turisti americani in vacanza in luoghi più o meno esotici, incidenti stradali, foto, specchi, telefonate, visioni, simpatiche presenze dal passato, bambini inquietanti, tipe orientali inquietanti, torture inquietanti e via dicendo. In pochi riescono a rielaborare questi materiali in una maniera originale. È il caso ad esempio di The Orphanage, che partendo da un assunto apparentemente alla The Ring si trasforma invece in un’opera molto diversa dall’usuale. Non è assolutamente il caso, invece, di questo Ombre dal passato, con protagonista Joshua Jackson, il mai dimenticato Pacey di Dawson’s Creek, nei panni di un fotografo che va a fare la luna di miele a Tokyo. Come a dire: le grane ce le andiamo proprio a cercare… Prevedibilmente, la sua luna di miele si trasformerà in una notte horror stile The Grudge. Bisogna concedere alla pellicola che tutto sommato un minimo di tensione riesce a metterla e per una disimpegnata visione estiva può andare bene. Però comincio ad essere stufo di tutto questo filone giappo horror. È ora che arrivi qualche nuovo film a dettar legge, che porti una nuova estetica e nuove tematiche. Il cinema dell’orrore ha sempre riflettutto paure legate alla contemporeneità, per il presente è dunque necessario un horror aggiornato ai tempi della crisi. Suggerimenti? Per quanto riguarda le ambientazioni ci si può spostare dal Giappone alla Cina, la potenza che oggi economicamente fa più paura e dalle mete esotiche passare a uffici, supermercati e altri agghiaccianti luoghi di lavoro. Per quanto riguarda i personaggi, basta bambini. Gli anziani possono essere molto più terrificanti, specie se hanno la pensione minima!
(voto 4,5)

The Ruins – Rovine
Una vacanza in Messico si trasformerà per un gruppo di ragazzi in un incubo. Come detto sopra, la trama non suona certo tra le più originali mai sentite, eppure lo sviluppo riserva qualche sorpresa tra leggende Maya e piante assassine. E poi il film che parte tutto tranquillo a un certo punto degenera e si fa feroce. Ai confini dello splatter. Finendo per essere un consigliato horror estivo. Tra i protagonisti va segnalata Jena Malone, già in Nemicheamiche e Into the Wild, ma soprattutto fidanzatina di Donnie Darko.
(voto 6,5)

The Hitcher
Anche in questo caso, lo spunto non è di quelli che ti fanno dire: “Ma che trovata originale!” D’altronde si tratta anche di un remake…
Un uomo apparentemente normale chiede un passaggio a una coppietta di ragazzi in vacanza e si rivelerà un folle psicopatico. Ma va? Solo che questo è proprio fuori di testa, tanto anche. La tensione è palpabile, soprattutto nella prima parte. I paesaggi on the road sono spettacolari. Il rhythm è alto. La colonna sonora è di ottimo livello. La coppietta è interpretata da due attori belli e bravi e Sean Bean è un ottimo villano. Thriller horror perfetto per una fresca visione estiva.
(voto 6+)

Chiamata da uno sconosciuto
A.A.A. Babysitter in lussosa quanto isolata villa cerca disperatamente un maniaco psicopatico che le telefoni. Potrebbere essere un annuncio, invece si tratta dell’elaborata e sofisticata trama di questo horror. Peccato che dopo Scream e The Ring sia dura far sì che qualche semplice telefonata ci possa ancora spaventare. Gli sceneggiatori ce la mettono tutta pur di inventarsi qualcosa, qualsiasi cosa, ma proprio non riesce loro di tirar fuori un’idea decente che sia una. Anche il maniaco qualcosa di interessante potrebbe dirla, invece si limita a stare zitto attaccato alla cornetta o a respirare rumorosamente manco fosse Darth Vader. Il mistero più grande del film è come sono riuscito a sopravvivere alla sua visione fino alla fine. Unica cosa da segnalare, la protagonista: Camilla Belle. Il futuro è suo.
(voto 4)

The Covenant
Attori con volti da poster per ragazzine emo, atmosfera dark alla Twilight, una storia misteriosa di superpoteri stile Smallville per un fanta-teen uscito nel 2006 che non ha riscosso un particolare successo. Eppure gli ingredienti c’erano tutti, storia d’amore compresa, e forse se uscisse oggi dopo la Twilight-mania potrebbe persino generare una saga di successo. Certo, gli effetti speciali sono veramente di basso livello e la trama risulta approssimativa, ma tutto sommato il film regge discretamente e sarebbe anche un buon spunto per una serie tv.
(voto 6)

Idiocracy
Scritto e diretto da Mike Judge, autore di Beavis & Butthead nonché di un’altra poco conosciuta ma assai interessante serie a cartoni animati, King of the Hill. Naturalmente da un personaggio del genere non mi aspetto niente meno che un film geniale. E infatti…
Il protagonista è il classico medio-man americano. Per un esperimento militare finito male viene ibernato anziché un solo anno, per ben 500. La teoria dell’evoluzione qui proposta da Judge è che le persone intelligenti hanno più difficoltà a riprodursi, mentre gli idioti si moltiplicano a dismisura. Nel 2505, il mondo sarà dunque popolato da soli idioti patentati e l’America verrà guidata da un Presidente ex-wrestler nonché ex-pornodivo. In uno scenario del genere, è facile per il protagonista passare dal suo stato di medio-man all’essere l’uomo più intelligente del mondo. Naturalmente si può leggere tra le righe una critica alla società americana contemporanea, in particolare all’american idiot way of life proposto da George W. Bush (il film è del 2005) che però si può facilmente estendere anche all’infuori degli States. Basta accendere la tv su programmi come Paperissima o Il mercante in fiera per capire che questo futuro non è poi così distante dalla realtà, oppure basta guardare alla giustizia italiana, dove terroristi condannati all’ergastolo (per definizione: carcere a vita) vengono rilasciati e si manda l’esercito per proteggere le spiagge dai temibilissimi vucumprà, che fino a prova contraria sono sempre stati un elemento imprescindibile di una vacanza al mare che si rispetti.
Fatte queste riflessioni socio-cultural-politiche, non pensate certo a un film intellettuale. Questa è una folle commedia demenziale che centra in pieno il suo obiettivo: fare un minimo riflettere, ma solo dopo averti fatto ammazzare dalle risate. Un film stupidamente intelligente.
(voto 7+)

Un amore di testimone
Una commedia romantica con il Dottor Stranamore di Grey’s Anatomy al posto di Julia Roberts nella parte… della damigella d’onore. Un uomo damigella d’onore? Questo sì che è divertente. Però potete pure smetterla di ridere, visto che è l’unica trovata degna di nota della pellicola.
Lo Stranamore Patrick Dempsey regge bene in coppia con Michelle Monaghan mentre i comprimari, che in questo genere di film solitamente sono la cosa migliore e creano almeno qualche diversivo alla scontatezza della solita trama, sono ahimè assolutamente dimenticabili. Tirando le somme un film inutile oltre che prevedibile, con giusto qualche momento piacevolmente trash a strappare una risata. Belle le ambientazioni scozzesi della parte finale.
(voto 4,5)

Baby mama
Una donna che ha sempre pensato solo alla sua carriera, arrivata vicina ai 40 decide di avere un figlio ma SDENG! ha problemi di fertilità e allora che fare? Ma certo! Perché non affittare un utero da una mamma in affitto? Il tema è ambizioso, lo sviluppo lascia invece alquanto a desiderare.
Protagonista di questa commedia è Tina Fey, comica del Saturday Night Live nota da noi soprattutto per la sua imitazione di Sarah Palin durante l’ultima campagna elettorale Usa, nonché autrice della sceneggiatura dell’ottimo Mean Girls. In questo caso però la scrittura non è sua e si vede. Il film nel complesso fa acqua da tutta le parti, nonostante la simpatia che posso provare per la Fey e per la sua bionda collega Amy Poehler annoia profondamente e si salvano giusto una manciata di battute.
(voto 4)

Ammesso
Essere ammesso a un college prestigioso è il sogno di ogni studente americano. Il protagonista di questo film, più semplicemente, sogna di essere ammesso a un college qualunque. Peccato venga rifiutato da tutti. Allora, molto ingegnosamente, si inventa un’università dal nulla e annuncia ai suoi genitori di esservi stato accettato. Non solo se lo inventa, fonda praticamente un nuovo college dove democraticamente tutti possono essere ammessi. Una commedia americana classica, che guarda a modelli anni 80 come La rivincita dei nerd o di oggi come La ragazza della porta accanto e ha perfino accenti utopici su un’istruzione alla portata di tutti. Però non convince molto, sa di già visto e si ride solo a tratti.
(voto 5)

Trash compilation 2009

La compilation più divertente, tamarra e idiota dell’estate. 80 minuti interamente mixati da me! Contiene brani di
Povia, Lady Gaga, Pitbull, David Guetta, Black Eyed Peas, Bob Sinclar, Cascada, Flo-Rida, Dari, Fiammetta e la Tband, Eiffel 65, Gabry Ponte, Gem Boy, Rio, Ice Mc, Cristiano Malgioglio, Fabri Fibra, Giusy Ferreri, Carmine Di Pancrazio, Jonny Groove, Susy la truzza ecc…
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Buon ascolto e buone vacanze!!

sabato 1 agosto 2009

Mixtape estate 2009

Ascolta il mio nuovo mixtape estivo, 48 minuti di musica che ho personalmente mixato.
Kid Mixtape Summer 2009
contiene pezzi di: Yeah Yeah Yeah, Crookers, Ladytron, Peaches, Chicane, Dan Black, Michael Jackson, Marilyn Manson e molti altri...
Scarica gratuitamente da qui:

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