venerdì 27 giugno 2008

In fondo al mar


“Hai mai scritto per libera associazione, Cole?” chiede serio Bruce Willis.
“Che cos’è la scrittura per libera associazione?”
“È quando posi la penna su un foglio di carta e scrivi le prime cose che ti vengono in mente. Cose che magari non avevi nemmeno idea di avere dentro. Allora, Cole: hai mai scritto per libera associazione?”
“Sì,” gli risponde il ragazzino del sesto senso tremando.
“E che cosa hai scritto?”
“Parole angoscianti.”


La libera associazione porta fuoristrada il fuoristrada su cui stiamo viaggiando, ci fa deragliare su binari di inconsueta follia, è l'iceberg che affonda il nostro titanic lasciandoci senza scialuppe di salvataggio. Ci lascia soli in mezzo al mare, naufraghi senza direzione in un oceano che dannazione quanto è vasto. Pensiamo a Milano, pensiamo a New York, pensiamo a Pechino e pensiamo “Sono enormi!”, ma cosa sono al confronto di un oceano? Proviamo a nuotare, arranchiamo nell’acqua che ci tira giù, cerchiamo la salvezza. Esiste la salvezza? Esiste in un mondo che crede solo a una marea di stronzate? Ci starebbe bene il Kevin Costner di Waterworld in mezzo a questo mare. Ci starebbe bene Mitch Buchannon di Baywatch a far le penne con la sua moto d’acqua. Ci starebbe bene che ne so... Rosolino? a nuotare in questa immensa distesa d’acqua. E invece ci troviamo noi con le onde che si infrangono sulla nostra faccia stremata e ci entrano dentro continuamente. Acqua salata finisce giù giù giù e riempie i nostri polmoni già messi a dura prova dalle troppe sigarette fumate. Le Lucky Strike. Sì, ci vorrebbe un colpo fortunato per uscire da questa situazione. Un solo colpo per mandare nella buca opposta la numero otto nera. Un solo colpo per seccare tutti i birilli stretti in piedi uno fianco all’altro. Un solo colpo per farci saltare le cervella sul muro. Un monkey brain. Ecco cosa sembrano le cervella spiaccicate. Avremmo bisogno di uno shooterino monkey brain adesso, come quelli che bevevamo a Lloret de Mar, in Spagna. Sì, da quelli che ci hanno eliminato con un colpo dal dischetto. Un colpo solo nella banca giusta e siamo a posto. Sistemati per tutta la vita. Quasi quasi mettiamo su una banda alla Ocean’s 11 e facciamo il colpo grosso. Ma dove li troviamo 11? Mmm… 11 giocatori dell’Italia che tanto adesso se ne stanno in vacanza. In vacanza comodi su una spiaggia con una Pina Colada in una mano e la testa di una letterina nell’altra. A spingerla giù giù giù. Fino a che alzano lo sguardo e si accorgono che anche noi in mare stiamo andando giù giù sempre più giù. A un passo dalla riva. A un passo dalla salvezza ma senza più un briciolo di forze per proseguire e nuotare fino a raggiungerla. “Aiuto!” gridiamo. Vorremmo solo un salvagente a tirarci su leggeri come modelle anoressiche. “Dove sta la salvezza?” ci chiediamo, “Dove sta la speranza?” Abbiamo tutti bisogno di credere in qualcosa. Credere in qualcuno. Uno. Possibile che tutto questo mare di roba sia stato creato da uno solo? Sarebbe forse più giusto tornare al politeismo, come i Greci, e credere che tutto le cose stupende e tutto il male, tutto il marcio, tutto il dolore non siano frutto di una sola unica entità. Un dio per l’amore e uno per la guerra. Un dio per la terra e uno per il mare. Poseidone, salvaci tu, cercando di non infilzarci con quel tridente, please. Dacci la mano. Trascinaci a galla. Solo tu puoi, adesso. Adesso. Adesso. Adesso.
Finiamo giù, nel profondo del mare. E respiriamo ancora. Vediamo una luce ma non proviene dall’alto. Arriva dal basso. È la nostra Atlantide ritrovata. È enorme. O, almeno, sembra enorme. Come Milano, come New York, come Pechino. Vediamo qualcuno che ci è familiare: “Ciao Sirenetta, come butta? Bella Snorkies! Hey Nemo, anche tu sperso in questo oceano? Com’è piccolo il mondo…” Com’è piccolo. Piccolo. Talmente piccolo da sembrarci enorme, impossibile da conquistare tutto. Beh, forse i Coldplay ci sono riusciti. Hanno un disco al numero 1 in 58 paesi, loro sì che sono riusciti laddove Alessandro Magno, Napoleone, Giulio Cesare e George W. Bush hanno fallito. Si può fallire anche se si è grandi. Si può fallire se le ambizioni sono troppo grosse e se alla fin fine non si è poi così grandi come si credeva ma si è uomini piccoli piccoli. Piccoli come questo pazzo piccolo mondo malato che continua a correre senza sosta. Verso nuove vette, verso nuovi record. Sempre teso al miglioramento. Dobbiamo trionfare, dobbiamo essere i migliori, dobbiamo fare un sol boccone di tutti i nostri rivali per conquistare un attestato. Se è “L’attestato di più grande coglione del mondo” va bene lo stesso. La cosa importante è essere davanti a tutti. Ma Atlantide è lì da secoli, da millenni. Ed è sempre la stessa. Nessuno l’ha conquistata, ancora. Nessuno probabilmente la conquisterà mai. Sarà sempre lì sotto l’acqua, con i suoi ritmi lenti. Con la sua vita tranquilla dove gli abitanti non si scannano a fare a gara per chi per primo riuscirà a tornare a galla. Perché nessuno vuole tornare a galla, sulla terra ferma. Stanno bene lì dove stanno. Sopra il mare le navi ci stanno cercando. Puntano i fari nell’acqua ma non ci vedono. Restiamo nascosti per non farci trovare. Abbiamo trovato la nostra Atlantide, e qui ce ne vogliamo restare.

martedì 17 giugno 2008

Apocalypso

È stata un’estate strana, quella del duemilaeotto. Le pioggie si sono fatte incessanti. Una nuova era glaciale sembrava doversi abbattere da un momento all’altro sul nostro pianeta stanco. Il sole vero e proprio non si è mai visto. Le piscine sono rimaste chiuse e i bambini non si sono mossi da davanti agli schermi accesi di televisioni e pc. La luce si rifletteva sulle loro facce pallide. Video su youtube di tutti i tipi passavano davanti ai loro occhi spenti. Qualche soft-porno, ma più che altro video comici: gatti che scivolano, ragazzi che si cimentano in un playback ridicolo delle loro canzoni preferite, gente che si fa molto male in modi molto stupidi. Cose di questo genere. Non c’era altro da fare. Fuori il cielo era dark come una canzone dei Cure e infatti nel mio stereo passava spesso “In Between Days”. Erano giorni che nessuno vedeva più un raggio di luce naturale illuminare le cose, ma le labbra di Scarlett Johansson tappezzavano le pareti delle città e allora non ci abbiamo fatto troppo caso. Ci siamo tutti infilati le cuffie dell’iPod nelle orecchie per non sentire il suono dei gemiti della Terra che si lamentava.

Quando qualche anno prima avevano cominciato a rompere con la storia del surriscaldamento globale era già troppo tardi per cambiare le cose. Ci sarebbe stato bisogno di un cambio di mentalità, ma molto tempo prima. La soluzione alla crisi del petrolio era così sotto gli occhi di tutti che nessuno riusciva a vederla. Bastava semplicemente smetterla di consumare petrolio. Fonti di energia alternativa erano già ampiamente disponibili, ma nessuno voleva rischiare una mutazione così radicale degli equilibri nelle forze dell’economia mondiale. E così si è andati avanti finchè non era più possibile andare avanti.
Le prime notizie della fine sono arrivate in maniera frammentaria. Nessuno si aspettava che sarebbe stata così veloce. E invece. Difficile capire cosa succedeva e dove succedeva. I telefonini non prendevano più. Non c’era mai campo, nemmeno in pieno centro a Milano. Le televisioni a un certo punto si oscurarono. Mettevi sull’uno e davano lo stesso programma del due dove trasmettevano lo stesso identico programma del cinque e sul sei niente “Italiaaa… Unooo”. Solo puntini grigi. Noiosi puntini grigi. Cominciavamo persino a rimpiangere Enrico Papi. E poi internet cominciò a non andare. “La rete non ha un centro, è impossibile fermarla completamente,” così diceva qualcuno all’epoca. Eppure anche i pc cominciarono a trasmettere solo un’enorme distesa di puntini grigi. Grigi come i cieli non erano più da un pezzo. Ora erano neri pece.
Nei giorni bui di quell’estate alcune persone scomparvero nel nulla. I primi a sparire furono i giornalisti. A forza di dire cazzate nemmeno si erano resi conto di quello che stava succedendo nel mondo, così si dimenticarono di documentare quella che era la fine della civiltà umana come la conoscevamo. Poi fu la volta dei preti. I crocefissi si capovolsero e le loro lacrime di Giuda non furono sufficienti a salvarli da una fine orrenda. Quindi toccò ai politici. Erano talmente utili alla società che il resto della popolazione ci mise giorni ad accorgersi della loro scomparsa. Nessuno se ne lamentò particolarmente, comunque.
L’ultimo giorno che ricordo di quell’epoca piovvero rane. Gra gra gra gracidavano perché scendevano vive e ben chiacchierine. Quando cominciammo a sentire più gra gra che bla bla avevamo già capito che la razza umana era messa un tantino male. Ricordo le rane che saltavano dappertutto, sui monumenti, dentro le finestre delle abitazioni e perfino addosso ai nostri corpi stile groupies. Poi mi sono improvvisamente rilassato, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentato. Difficile dire quanto tempo sia passato e nessuno è in grado di dirlo. Eravamo tutti addormentati. Fino a che un raggio di sole timido ci ha risvegliati e ha dischiuso i nostri occhi.
Niente era come prima. Non eravamo stati vittime di un’allucinazione collettiva. Ci strofinavamo gli occhi l’un l’altro e non riuscivamo a credere a quello che vedevamo. Le città non esistevano più. Eravamo immersi in un’immensa natura senza fine, in mezzo agli animali. L’unico segno della vecchia civiltà era il labbro del manifesto di Scarlett Johansson che sventolava a mò di bandiera da un albero. Ci siamo fermati tutti a guardarlo, fino a che un’aquila è arrivata e se l’è portato via. Si è portato via il labbro di Scarlett Johansson.
Adesso siamo io e Bob nel villaggio insieme agli animali e a qualche altra persona. Lui legge il quotidiano tutti i giorni. È sempre lo stesso, porta la data del 21 settembre 2008. L’ultimo giorno di quella strana estate. Bob si rolla canne a ripetizione per riuscire a capire come si è arrivati fino a quel punto senza accorgersi di niente. Continua a ripetere che “tutto andrà bene”. Io voglio credergli. Siamo tutti felici e nessuno pensa a come spendere il proprio misero stipendio e nessuno pensa che la benzina è troppo cara perché nessuno tanto ha la macchina e nessuno pensa al lavoro precario e nessuno pensa ad odiare qualcun altro perché non c’è nessun motivo per odiare nessuno. Nessuno possiede niente.
A me però mancano l’iPod, MySpace, il Burger King, la tv spazzatura e youtube. E mi mancano le labbra di Scarlett Johansson. L’aquila le ha portate nel villaggio confinante il nostro. Devo addestrare il mio piccolo esercito di dodici scimmie e andarmele a prendere. Odio i miei vicini. Armo di ossa le mie scimmie e andiamo a massacrare quei bastardi. Bob è contario. Lui è per “peace & love, fratello, peace & love.” Ordino a una scimmia di dargli una mazzata in testa. Devo avere le labbra di Scarlett e nessun pacifista si può mettere in mezzo ai miei diabolici piani “Uah Uah Uaaah!” Ordino di far rinchiudere Bob. E a chi mi fa notare che non esistono posti dove rinchiudere la gente io replico “Legatelo, e poi costruite delle prigioni.”

Con il mio esercito delle 12 scimmie vado in missione nel villaggio confinante. Li cogliamo di sorpresa nella notte e ci portiamo via le labbra di Scarlett senza che nessuno di loro nemmeno se ne accorga. Dormono alla grande.
La mattina dopo il labbro di Scarlett è stato issato su un’asta ed è diventato la bandiera del nostro villaggio. I nostri vicini che finalmente si sono svegliati ci guardano con rabbia. Minacciano. Promettono che “sarà guerra” se non restituiamo loro il labbro. Io non ho nessuna intenzione di restituirglielo. È nostro. Il nostro simbolo.
Passano i giorni, e nulla accade. Dal paese confinante non si sente provenire nessun suono. Sembrano tramare qualcosa, ma probabilmente sono troppo inetti per tramare veramente qualcosa. Staranno solamente facendo finta. Dopo 11 giorni in cui non succede nulla, un uomo del villaggio confinante si avvicina alla nostra bandiera e si fa saltare in aria con dell’esplosivo fabbricato miscelando sapone con nitroglicerina. Muoiono diverse persone e molti animali del nostro villaggio. Noi gridiamo disperati, “promettiamo vendetta,” organizziamo concerti in memoria delle vittime. Addestro le mie scimmie a costruire dei fucili. Imparano in fretta e fabbricano armi di ottima fattura. Andiamo nel villaggio dei vicini e cominciamo a sparare. Le scimmie hanno un’ottima mira e su mio ordine non finiscono di sparare finchè anche l’ultimo componente dell’altro villaggio cade a terra stecchito.
Ora non c’è più nessuno da combattere e nessun labbro per cui combattere. Mi annoio. Comincio a sparare al mio esercito di scimmie. Ogni giorno ne faccio fuori qualcuna, poi mi metto a sparare alle altre persone e agli altri animali del mio villaggio. Fino a che non rimane più nessuno. Hey, un attimo. C’è ancora Bob. Bob è nella prigione che ho fatto costruire apposta per lui.
“Bob, amico mio,” vado a dirgli, “mi sei rimasto solo tu. Che cosa devo fare adesso?”
“Pensa a Dio. Pensa all’amore,” mi fa lui lasciando da parte il rancore che immagino possa provare visto che sono stato io a rinchiuderlo lì dentro.
“No, non è l’amore ciò di cui ho bisogno. È la distruzione,” realizzo io. “Dio crea, io uomo distruggo.”
Ho sentito di un villaggio su a Nord dove è stato ritrovato un iPod. Chiedo a Bob se vuole venire con me, ma lui rifiuta. “Peace & love, fratello. Peace & love,” mi ripete. Lascio Bob e le sue farneticazioni alle spalle. Carico il fucile e mi metto in marcia verso Nord. A caccia di iPod.

domenica 15 giugno 2008

meme-nto

Grazie Nella Furtado per avermi nominato per questo fantastico meme togli-sonno. Perché i meme per farli sul serio bisogna pensarci su bene, mica li si fa a casaccio, no?
Le regole di questo qua sono: indicare (motivandolo, mi raccomando) di quale personaggio letterario e di quale personaggio cinematografico vi innamorereste (non l’attore o l’attrice attenzione! ma il personaggio da questi interpretato). Quindi nominare sei blogger (possibilmente tre donne e tre uomini) e comunicarglielo. I prescelti dovranno indicare a loro volta da chi sono stati nominati. Ma, aggiungo io, le regole dell'attrazione sono fatte apposta per essere fracassate in mille minuscoli pezzettini, quindi non sbattetevi a prestarci troppa attenzione.

Il personaggio cinematografico di cui mi innamorerei volentieri deve possibilmente fare un ingresso togli fiato con una musica da incanto assoluto proprio come fa Gretchen Ross (Jena Malone), la tipa di “Donnie Darko”, mostrare le tettone alla finestra come la mora (Thora Birch) di “American Beauty” ma allo stesso tempo fare il bagno nuda nei petali di rosa come la bionda (Mena Suvari). Deve correre sudata ma sicura di sé per i boschi inquietanti della Virginia come Clarice Starling (Jodie Foster) ne “Il silenzio degli innocenti” e nascondere un oscuro male di vivere dentro una facciata di bellissima perfezione come le sorelle Lisbon (Kirsten Dunst e Co.) de “Il giardino delle vergini suicide”.


Deve riuscire a vedere e a far vedere la magia nella musica come la groupie Penny Lane (Kate Hudson) in “Almost Famous – Quasi famosi” e ballare come Mia Wallace (Uma Thurman) in “Pulp Fiction”. Potrebbe essere inoltre, e non mi lamenterei affatto se lo fosse, una spogliarellista con la parrucca rosa come Alice (Natalie Portman) in “Closer” o magari una pornostar bisognosa d’amore come Danielle (Elisha Cuthbert) in “La ragazza della porta accanto”, ma essere in fondo anche un po’ sfigata come Samantha Baker (Molly Ringwald) di “Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare”. E poi basta, potrei andare avanti a oltranza perché al cinema mi innamoro veramente troppo spesso. Per il momento però mi posso accontentare.


Personaggio letterario? Facile. Alice di “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll (scelta che non stupirà affatto chi segue anche solo un pochino il mio blog): una tipa talmente fatta da confondere totalmente la realtà con l’immaginazione. Mi sa che potrei perdere la testa per una così fuori di testa.

ora nomino:
chocolatelila
italian psycho
my darkside
kate

martedì 10 giugno 2008

BEM CHICA BEM, BUM CHICA BUM BUM

un altro giorno nella savana
farfalle, vedo farfalle che volano intorno alla mia testa
mi sussurrano "la cosa più triste nella vita è il talento sprecato"
e io rispondo loro che ho solo un serio problema con la felicità
è che dura troppo poco
gli elefanti nella savana lasciano un'impronta pesante a ogni passo che fanno
BUM BUM li sento rimbombare fino a qui
e io che traccia lascio in questo mondo di ladri?
lascio la paranoia strisciante di parole che scopano selvaggiamente su questo foglio di carta
le parole stanno girando un cazzo di film porno "eeee STOOOP! buona questa, la teniamo, ma nella prossima scena voglio più sentimento, ce la fate a mettere un pò di sentimento in quello che fate? siete o non siete umane?"
"siamo parole, non siamo umane, ma i sentimenti Cristo Santo li abbiamo! anzi, i sentimenti nemmeno esisterebbero senza di noi, non credi?"

intanto, da un'altra parte nel mondo, trentatretrentini stanno entrando in trento tuttietrentatre trotterellando
erano partiti in 34, ma uno l'hanno dovuto fare fuori
oh, le tradizioni sono tradizioni, vanno rispettate a tutti i costi
ecco, io mi sento il 34: fatto fuori dalle tradizioni
sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa
io sono la capra che muore senza motivo apparente
a me piace stare sotto
devo morire se mi piace stare sotto?
e non importa che tu sia leone o gazzella:
comincia a correre
i cacciatori stanno arrivando, e non hanno pietà di nessuno
le parole possono far male, ma le tradizioni uccidono
vanno a caccia nella savana e fanno strage di elefanti, di leoni, di gazzelle, di capre
non sento più i passi BUM BUM
niente più impronte sul terreno
e il coccodrillo come fa?
fa BANG BANG perchè gli sparano pure a lui
è il conformismo
sono le tradizioni
nel buio si fanno largo i cacciatori
distruggono tutto quello che ostacola il loro cammino
perchè ogni cosa deve stare esattamente al proprio posto
sono arrivati i cacciatori, nessuno fiata
stiamo tutti nascosti in attesa che ci trovino e ci facciano fuori uno dopo l'altro
c'è un gran silenzio nella savana, stanotte
i cacciatori ci hanno trovato

giovedì 5 giugno 2008

_Dubliners

Hoodie in testa, converse logore ai piedi, il ragazzo cannibale cammina per le vie senza nome di Dublino e si sente felice, si sente a casa. Forse per la prima volta nella vita sente una sensazione del genere, in un posto lontano anni luce da dove vive. Perché vivo ancora in Italia, che cazzo ci faccio qui? Cioè, che cazzo ci fa ancora qui il ragazzo cannibale, perché è di lui che si sta parlando.
Le cose non erano partite nemmeno troppo con il piede giusto, giacchè il ragazzo cannibalesco, a digiuno di voli da ben 8 (otto!) anni non sapeva che non si possono portare liquidi nel bagaglio a mano, e quindi via shampoo e gel professionali in un sacco della spazzatura. Che tristezza. Una vera tragedia nel mondo del ragazzo cannibale, cosa ridete? Seconda tragedia: la batteria del lettore mp3 che si fotte a metà del viaggio d’andata. Ma scherziamo? Meno male che la batteria doveva essere full… E poi ci sono gli attacchi di panico da volo del fido compagno di venture del ragazzo cannibale, il Dj Tarix, che si ficca dieci gocce di ansiolitico in gola per prevenire possibili infarti. Tragedia per tragedia, il pilota che il brevetto deve averlo preso al Cepu decide di fare un atterraggio che dire brusco è dire poco. Ogni momento potrebbe essere l’ultimo. Per fortuna l’aereo non si va a stampare, giacchè la destinazione è Dublino, non la (pur gradevole) isola di Lost. Si fossero schiantati, il gruppo inglese degli Infadels presente a bordo sarebbe probabilmente diventato famosissimo, nella leggenda come Buddy Holly e Ritchie Valens, e forse pure il ragazzo cannibale. E invece l’aiuto del Cepu evidentemente deve essere servito a qualcosa.
Il taxista purtroppo non è il solito taxista cazzaro e quindi non serve a fornire nessuna dritta interessante sulla città. Nonostante questo, pretende comunque di essere pagato. Arrivati all’ostello tranquilli chè tanto è già tutto prenotato, il simpaticissimo albergatore fa “La prenotazione è stata cancellata.” Il ragazzo cannibale e il Dj Tarix si trovano sabato notte in mezzo a una strada di Dublino. Un secondo dopo una vecchina con un braccio fasciato e un bastone da passeggio (una specie di Dr. House al femminile) sbuca fuori da un fumoso cunicolo e chiede “Di cosa avete bisogno, ragazzi?” La risposta non è donne, non è droghe, ma un posto dove soggiornare. La vecchina spiega come quello sia il weekend del fantomatico Bank Holiday (ancora adesso, nonostante i Blur gli abbiano perfino dedicato una canzone, nessuno ha scoperto di quale razza di festa si tratti) e poi c’è una partita, a sua detta imperdibile, di uno sport che dovrebbe essere cricket. In parole povere, è impossibile trovare un posto dove dormire quella sera in tutta Dublino, però lei affitta una casa. Il ragazzo cannibale si fida. D’altronde a chi mai potrebbe far del male una così innocua vecchina? e così le porta la borsa fin su dalle scale. Il palazzo tra l’altro sembra spettacolare. La vecchina entra in casa e cerca di accendere la luce. Ma non ci riesce. Passano i secondi. Che diavolo sta facendo? Inciampa, scivola nel buio. Si sentono solo dei rantoli e dei sospiri. In una scena tra il ridicolo e l’angosciante si dimena alla ricerca dell’interruttore della luce, senza successo. Allora prende in mano un affare, che nell’oscurità sembra un machete o un pugnale. Il ragazzo cannibale fa qualche passo indietro, che non si sa mai. Il Dj Tarix è già scappato in cortile con le mutande piene dalla paura. Poi appaiono delle luci a ingoiarsi l'oscurità. Sono quelle della televisione, accesa su una serie televisiva inquietantemente simile a Twin Peaks. Il machete che teneva in mano era in realtà il telecomando della tv. Fattasi luce, i due temerari eroi decidono di addentrarsi in casa. Ma, un momento... non è UNA casa in affitto. È la sua casa. E lei starebbe lì, pronta in ogni momento ad accoltellarci nel sonno con il suo machete. Dj Tarix suggerisce di trovare un’altra sistemazione.
Dopo un paio di tentativi falliti, ecco che un hobbit grasso offre loro una camera. Nostro Signore Salvatore! E che camera… “La doccia ha qualche problemino,” fa. Sì, non c’è proprio il bocchettone, alla faccia del problemino. Nel cesso non va giù l’acqua. I muri sono un tantino scrostati, tanto che si può solo immaginare con una gran fantasia quale sia il colore originario. So che i R.E.M. non sono irlandesi, ma mi sa che soggiornavano qua dentro quando hanno scritto “Everybody Hurts”. Per fortuna è una sistemazione provvisoria, visto che il giorno seguente l’hobbit li sposta dalla camera 33 alla twenty, che al confronto sembra la suite dell’Hilton e la doccia persino funziona, squillino le trombe!
Trovato un tetto sotto cui dormire si è fatta intanto notte fonda, ma i due eroi decidono di uscire comunque tra le tenebre. Ormai è domenica. “Sunday Bloody Sunday” canta Bono e a ragione, perché più che a Dublino sembra siano finiti nella Belfast degli anni Novanta. Baby gang che lottano, gente sfatta per la strada, sirene spiegate senza pause. Sembra una città molto pericolosa, ma è un’impressione che si rivelerà completamente sbagliata. I locali e i pub sono ancora aperti però non fanno più entrare, chè dopo una certa ora qui funziona così.
Il secondo giorno parte la vera vacanza, e non poteva che cominciare dalla fabbrica della Guinness, per gli appassionati di birra l'equivalente della fabbrica di cioccolato di Willy Wonka. Tra le attrazioni è presente la versione “Guinness” di Alice nel paese delle meraviglie realizzata dal grande disegnatore e pubblicitario John Gilroy. Un segno del destino. Segui il bianconiglio. Poi assaggino gratuito, evvai! Primo giro, poi si bissa, poi di trissa e poi si perde il conto. In cima, al quinto piano, una pinta omaggio. Vista panoramica, e il ragazzo cannibale soffre di brutto di vertigini. “Hello, hello. I'm at a place called vertigo,” canta il solito Bono.
E' difficile comprendere appieno l'atmosfera di Dublino se non si ha almeno un litro di Guinness in corpo. I nostri due eroi adesso ce l’hanno, e forse anche più di un litro. Oltre all’odore di birra nell’aria si respira cultura, arte, storia, magia, bellezza (ma questo è merito più che altro delle ragazze), musica di tutti i tipi. Si vaga where the streets have no name. La sera al Jive su 5 piani in una giornata segnata decisamente dai posti vertiginosi. E-le-va-tion! Il ragazzo cannibale vola alto 3 metri sopra il cielo di Dublino. Il cielo sopra Dublino. “Hello, hello. I'm at a place called vertigo.” Bono, adesso smettila che hai proprio rotto i maroni!
I pub di Dublino. I pub sono la vita, qui. Si va anche con tutta la famiglia, e si va per fare casino e per divertirsi alla grande, non per fare i fighetti e per mettersi in mostra come succede nei bar italiani. Non importa se si perde il controllo, cosa che succede spesso, sempre. Al pub tutto è un po’ concesso, quasi come a carnevale, e ci si sente tutti fuori come Amy Winehouse e Pete Doherty. Si può anche cantare in coro, o commuoversi sulle note di una “Wonderwall” fatta dal vivo per sola chitarra acustica. Perché qui anche le più sconosciute band che suonano nei localini danno merda alla quasi totalità dei celebrati e famosi grupponi e artistoni italiani.
I due pazzi si aggirano furtivi in questi pochi rapidi giorni per i cunicoli della prigione Kilmainham Gaol, simbolo della ribellione irlandese. Per il Trinity College, un posto dove studiare sarebbe un piacere enorme. Finiscono in mezzo a una mara-maratonda benefica al St. Patrick Park, nel verde infinito, mentre i Blur cantano “Parklife”, e per le vie che alla fine un nome ce l’hanno: O’Connell, Grafton, Dame Street.
Di giorno a fare vita quasi culturale, e un po’ di shopping (un po’? il ragazzo cannibale si è praticamente rifatto il guardaroba, uahuahuah…) La sera si comincia a bere presto al pub e poi si continua tutta la notte chè la birra qui è troppo buona e i locali sono il delirio, sembra di essere a Lloret de Mar ma con molto più fascino e magia. Temple Bar è forse il più grande luogo di perdizione mai visto. Un ringraziamento particolare va ai rapper Flo-Rida e T-Pain per aver composto la hit “Low” che fa andare fuori di testa (e di chiappe) le tipe. E mentre canta “Shawty got low low low low low low low low” in mezzo alla strada come un ubriacone quale probabilmente è, il ragazzo cannibale ha il suo momento di Epifania joyciana. Questa è la sua casa. Questa è la sua cultura. Questa è la sua musica. Questo è il suo cibo. Questa è la sua città. Adora tutto di Dublino. E ci sono ancora tanti posti che dovrebbe vedere, locali che dovrebbe frequentare, gente che dovrebbe conoscere, ma the time is running out.
Il giorno della partenza piove, dopo tre giorni tre di sole che sembrava di essere a Rio. Il cielo nuvoloso riflette il clima interiore del ragazzo cannibale triste. Anche gli occhioni del suo nuovo elfo leprecauno portachiavi sono malinconici. Poi il ragazzo cannibale prende la sua roba, sale su un aereo e torna in Italia. Più divento reale, più tutto diventa irreale. Come Victor in Le regole dell’attrazione non so più chi sono, mi sento il fantasma di uno sconosciuto.


Soundtrack
Flo-Rida feat. T-Pain – Low
Usher feat. Young Jeezy – Love in this Club
Will.I.Am - Heartbreaker
U2 – Vertigo
U2 – Elevation
Infadels – Make Mistakes
Fratellis – Chelsea Dagger
Blur – Parklife
Alphabeat – Fascination
Journey – Don’t’ Stop Believin’
Ting Tings – That’s Not My Name

Foto

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