lunedì 19 marzo 2012

These boobs are made for walking

La kryptonite nella borsa
(Italia 2011)
Regia: Ivan Cotroneo
Cast: Luigi Catani, Valeria Golino, Luca Zingaretti, Cristiana Capotondi, Libero de Rienzo, Vincenzo Nemolato, Monica Nappo, Massimiliano Gallo, Fabrizio Gifuni, Anita Caprioli
Genere: italian 70s
Se ti piace guarda anche: La prima cosa bella, Mine vaganti, Caterina va in città, Happy Family

Ci sono delle cose che mi fanno incazzare. Di film italiani ne escono un sacco. Ma di film italiani interessanti non è che in circolazione ce ne siano poi così tanti. Di commedie interessanti poi, figuriamoci…
Quando te ne ritrovi una tra le mani, dovresti almeno promuoverla a dovere. Soprattutto quando hai delle belle carte tra le mani da giocarti. Non dico degli assi, ma almeno delle regine e dei fanti La kryptonite nella borsa ce l’ha pure: un cast di primo livello con nomi conosciuti come Valeria Golino, un volto nazional-popolare come Montalbano/Luca Zingaretti, un paio di attori che possono attirare/attrarre il pubblico ggiovane come Cristiana Capotondi e Libero de Rienzo e poi in colonna sonora ha un pezzo più che accattivante come la cover moderna (ma anche rétrò il giusto) di “These Boots Are Made for Walking” fatta dai Planet Funk, per cui per di più ha a disposizione un video carinissimo come questo…


Dopo aver visto il videoclip, a me è venuta una gran voglia di recuperarmi anche il film. Peccato che il pezzo, oggi diventato un tormentone, fosse stato lanciato del tutto in sordina lo scorso ottobre con l'uscita nei cinema e nessuno se lo fosse inizialmente filato. Adesso la canzone è diventata un successo, il video è in airplay su Mtv, però per il film è troppo tardi, almeno nelle sale cinematografiche, dove non ha raccolto nemmeno un milione di euro. Roba che è riuscito a fare peggio persino di War Horse, l’ultimo super mega floppone di Steven Spielberg.
Un peccato (l'ennesimo per la distribuzione italiana) non averla promossa meglio, perché questa è una commedia molto carina e, per quanto non memorabile, avrebbe meritato un successo maggiore di altre porcherie che infestano le nostre sale.
Sulla note ultracool di These boots are made for walking, pezzo di Lee Hazlewood portato al successo da Nancy Sinatra, terminiamo comunque questa nota di polemica lamentela e passiamo al film vero e proprio.

La kryptonite nella borsa è l’esordio dietro la macchina da presa dello scrittore e sceneggiatore napoletano Ivan Cotroneo, già autore dell’omonimo romanzo da cui ha deciso di trarre la sua prima opera cinematografica da regista. Quanto ne è uscito è una pellicola in cui si sente il legame forte del regista nei confronti dei suoi personaggi. Persino troppo, visto che un occhio esterno avrebbe potuto aggiungere un altro punto di vista alla vicenda. La veracità napoletana è comunque anche uno dei punti di forza della pellicola. È un film passionale, seppur non del tutto travolgente, e ci sono alcuni momenti poetici che convincono proprio per la loro forza e naturalezza. E anche per la loro innocenza quasi naïve. Soprattutto, più che le sequenze con il non troppo convincente bambinetto protagonista, la bella scena in cui Valeria Golino dallo strizzacervelli ricorda il suo passato come fanciulla.

Ancora una volta comunque mi porto avanti nel discorso senza cominciare dalle basi.
Introduciamo la pellicola come si deve: il racconto è quello di una famiglia (a)tipica napoletana nei primi anni ’70 vista attraverso gli occhi, o meglio le spesse lenti degli occhiali, di un bambino intorno ai 10 anni interpretato dal (credo) esordiente Luigi Catani. Un bambino la cui atipicità è data più che altro da quegli occhialoni da miope che è costretto a portare e che lo rendono un “diverso” agli occhi degli altri bimbetti. Per altro oggi con quegli occhiali verrebbe considerato un hipster, mentre nei 70s era soltanto considerato uno sfigato. Così va la vità.
La diversità di questo piccolo protagonista sta però più che altro nell’avere come amico immaginario il cugino morto. Un cugino un poco “ritardato” che si credeva di essere Superman e forse in fondo lo era per davvero…
Come dicevamo, il racconto è però quello corale di una famiglia. Ci sono i nonni, piuttosto macchiettistici e in grado di incidere poco nella vicenda. Ci sono i genitori, una Valeria Golino eccellente (sia detto con le dita delle mani che si avvicinano stile Signor Burns) che viene tradita dal marito farfallone Luca Zingaretti, attore che tutti dicono: “Ma che bravo che è, e pure che bell’uomo che è”, però a me boh, proprio non convince. Sarà che non sono mai stato un fan urlante di Montalbano.
Sotto lo stesso tetto ci sono poi pure i 3 zii, perché oh, questa è una famiglia povera e quindi si vive tutti insieme nella stessa casa e, se non vi sta bene, andata pure a stare all’Hilton. Uno dei 3 zii rimane nell’ombra, sarà che è un secchione, sarà che l’attore che lo interpreta è il più sconosciuto del prestigioso cast: Gennaro Cuomo.
Chiiiiiiii?
Ve l’ho detto che era il meno noto: Gennaro Cuomo.
Chiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii?
Gli altri due zietti sono invece gli idoli Cristiana Capotondi e Libero De Rienzo, due freakketoni spiriti liberi che si portano appresso il nipotino nel corso delle loro avventure a base di LSD e sesso libero.
Hippie ya ye, motherfuckers!
Tra l’altro, come si può notare anche dal video dei Planet Funk, sembra che De Rienzo e la Capotondi nella loro vita non abbiano fatto altro che ballare vestiti da figli dei fiori. Se i loro personaggi avrebbero meritato un ulteriore approfondimento, va detto che almeno loro due a danzare sono davvero magnifici e non avrebbero potuto fare di meglio.

Il cast è quindi il punto di forza maggiore della pellicola, ma tra le note positive possiamo aggiungere anche una colonna sonora gradevole, seppure le scelte appaiano un po’ scontate: David Bowie per gli anni ’70 è immancabile, persino troppo ovvio, così come “Lust for Life” di Iggy Pop è già stata stra-usata. Ad esempio da un certo Trainspotting. È stato solo uno dei brani più iconici da una delle colonne sonore più iconiche del cinema iconico recente…
(e poi, per precisione storica: il pezzo è del 1977, mentre il film è ambientato qualche anno prima!)


Comunque è sempre un piacere risentirla e se sopra ci ballano De Rienzo e la Capotondi diventa un vero spettacolo. Così come una piccola finezza è anche l’apparizione (letterale) della Madonna Anita Caprioli.
Molto buona poi la ricostruzione a livello visivo dell’ambiente anni Settanta, e io adoro non so nemmeno bene perché i film ambientati negli anni ’70 (Il giardino delle vergini suicide, Amabili resti, Almost Famous, pure la serie That '70s show…), con dei magnifici e super freakkettoni costumi anche in questo caso portati magnificamente dai due attori ballerini e dal resto del cast. A tutto ciò ci mettiamo dentro anche la ricostruzione di una Napoli molto meno stereotipata del solito.
A non convincere del tutto sono invece la regia e la sceneggiatura del Cotroneo, un po’ timide e incerte sul da farsi, sul seguire toni più favolistici o più realistici. Cotroneo si piazza poi a mezza strada anche tra il cinema di Paolo Virzì, in particolare con un mix tra La prima cosa bella e Caterina va in città, virati però in salsa napule uè uè, e quello di Ferzan Ozpetek. Non a caso Cotroneo ha co-firmato con il regista del nuovo Magnifica presenza la sceneggiatura di Mine Vaganti e non a caso la tematica omosessuale e della diversità in senso lato emerge qua e là anche in questa kryptonite. Seppure in maniera un po’ troppo timorosa (timorata?) per realizzare un’opera non dico sovversiva, ma almeno davvero coraggiosa all’interno dello sbiadito panorama italiota.
Il ritratto di questa famiglia napoletana è curioso, simpatico e avvincente. Gli manca la zampata vincente, che poteva essere l’idea del personaggio di Superman se solo fosse stata resa con maggiore forza. Comunque si tratta di una (rara) visione italiana consigliata, per un film che non vi farà gridare al miracolo, ma magari vi farà venire voglia di ballare. Come quei due freakkettoni del De Rienzo e della Capotondi.
(voto 6,5/10)

domenica 18 marzo 2012

Apelle, figlio di Apollo fece una palla di pelle (che abito) di pollo

La pelle che abito
(Spagna 2011)
Titolo originale: La piel que habito
Regia: Pedro Almodovar
Cast: Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Eduard Fernandez, Blanca Suarez, Barbara Lennie
Genere: trans-genesi
Se ti piace guarda anche: La donna che visse due volte, Gattaca, Nip/Tuck

Recensione breve
Che stronzata di film!

Recensione lunga
Resta sempre una stronzata di film, però parliamone.
Pedro Almodovar alle prese con il thriller era un’idea che sulla carta mi stuzzicava parecchio. Benché non rientri tra i grandi fan del regista, il trailer prometteva una pellicola dalle atmosfere hitchcockiane, raffinate e sensuali.
Il problema primo e principe è però: il thriller ‘ndo sta?
Un thriller non si dovrebbe basare sulla tensione?
A parte le assordanti musiche di accompagnamento inserite sempre e comunque, pure tipo quando Antonio Banderas sta andando al cesso a fare pipì, non c’è nessun motivo per essere tesi. Anche se per quanto riguarda le musiche, più che tesi si rimane infastiditi.
Il film poi non è per niente verosimile. Perché?

ATTENTION SPOILER
Perché Elena Anaya è troppo bella e “femmena” per una parte del genere. Non ci sta. Proprio non ci sta. Elena Anaya in questa storia no. Non può essere. Noooooo.
Se poi avessero optato per una scelta opposta, ovvero una donna nel corpo di un uomo, almeno il film si sarebbe potuto intitolare in maniera stra-cult: Le palle che abito. Possibile protagonista: Valerio Scanu.


"Pedro, non è che tolta la benda sto conciata come Scanu, vero?"
Secondo motivo, e questo non è uno spoiler per nessuno, ma una semplice constatazione di fatto: Antonio Banderas come attore proprio non ci sta. No. Non esiste. E in questo film è persino peggio del suo solito.
Già mi pregustavo un chirurgo plastico coi controfiocchi e con i controcazzi come l’eterno idolo Christian Troy della superserie supercult Nip/Tuck e invece… Cosa mi rappresenta, costui?
Per favore, Antonio: iAndale! iAndale!

Volendo chiudere un occhio, anzi due, anzi tre (vorrete mica discriminare chi ha tre occhi?) sui due protagonisti improbabili per ragioni diverse, uno perché troppo incapace l’altra perché troppo figa, anche il resto della storia è decisamente assurdo.
"Sul serio, Pedro, niente scherzi che ti faccio gridare
de puta madre, altroché Todo sobre mi madre!"
Il film è ambientato nel futuro, nel lontano, lontanissimo… 2012 (specifichiamo che il film è uscito nel 2011). Negli ultimi mesi la fantascienza ha offerto lo spunto di partenza per pellicole splendide e piene di riflessioni importanti (Another Earth, Melancholia, Non lasciarmi, Attack the Block, Source Code…), ma La pelle che abito non è proprio uno di questi casi. Se anche ci beviamo la storia, e io sinceramente non mi ci sono nemmeno bagnato le labbra, cosa vuole comunicarci Almodovar con questo film?
L’unico motivo per cui sono arrivato fino alla fine della visione con un briciolo di interesse era capire dove volesse andare a parere. Invece il finale è scontato, banale, prevedibilissimo già due ore prima e il film dura circa… due ore. Un film d’autore si suppone ci regali una visione del mondo appunto dell’autore, ma con questo La pelle che abito il Pedro cosa ci dice? Che la vendetta è un piatto che va servito freddo? Non ce l’avevano forse già detto, peraltro con stile parecchio più fico, Quentin Tarantino con Kill Bill o una dozzina di registi orientali?

"T'ho rifatta un po' meglio della Parietti, che dici?"
Anche se Almodovar avesse voluto lanciare qualche messaggio che io non sono riuscito a cogliere, cosa resta poi di questa pellicola?
Una confezione impeccabile e una regia elegante (per essere gentili e non bollarla come noiosa e autoreferenziale), però per quanto io dia importanza alla visione estetica di un regista, la confezione curata è qui un modo per nascondere un contenuto inesistente, senza alma.
Almodovar per quanto mi riguarda fallisce miseramente alla prova con il thriller. Proprio non è il suo genere, non è la sua roba, e finisce per sconfinare spesso in una copia amatoriale di Hitchcock, quando non addirittura nel ridicolo e nel kitsch. Kitsch che è una componente fissa dei suoi film, così come la sessualità e il travestitismo, però laddove nelle sue pellicole migliori come Tutto su mia madre il kitsch vira verso il sublime, in questo suo ultimo tentativo scade semplicemente nel trash. Qualcuno ha menzionato il tipo tigrato???
Aaaaargh!

"To', una scena che al Grande Fratello non s'è mai vista:
qualcuno che legge un libro!"
A co-firmare la sceneggiatura della pellicola, tratta dal romanzo Tarantola di Thierry Jonquet, per la prima volta Pedro si è avvalso di Agustin Almodovar. E chi è costui se non il fratello dello stesso regista? La sagrada familia. Evidentemente con le raccomandazioni alla parentela non si va avanti solo in Italia, ma pure in Spagna. A giudicare dai risultati, Pedro fatti dare un bel consiglio disinteressato, la prossima volta lascia la famiglia a casa e pigliati uno sceneggiatore bravo, perché qui la storia fa acqua da tutte le parti.

Le atmosfere futuristiche e il tema della transgenesi potevano rimandare a Gattaca e invece finiscono per ricordare Splice. Non è la stessa cosa.
La componente della chirurgia plastica avrebbe potuto ricordare un episodio di Nip/Tuck, peccato manchi lo stesso senso del glamour. Nonché la stessa tensione (si vedano in proposito gli episodi della seconda stagione con il Macellaio), che qui arriva ad essere paragonabile a mala pena a una puntata di CSI: Miami.
I tentativi di costruzione delle atmosfere thriller tentano di imitare i maestri Hitchcok, De Palma, Polanski e Cronenberg, peccato il risultato assomigli sì a Cronenberg, ma solo a quello dell'asettico A Dangerous Method.
Se proprio devo salvare qualcosa, salvo la prima parte, dove almeno c’è ancora un barlume di speranza che il film possa prendere la piega di un thriller avvincente. Poi nel secondo tempo il film scade e cade nel ridicolo.
Qualcuno al solo vedere il nome di Pedro Almodovar ha parlato subito di Capolavoro. Per me La pelle che abito è, a dir tanto, un thriller di serie B di quelli che se non portassero la firma del celebrato regista spagnolo non passerebbero manco in una seconda serata di Rai 2. A proposito: è da un po’ che, quella stronzata di Sanremo a parte, non seguo più la vecchia tele: ma li danno ancora quei bei thrilleroni schifosi nelle nottate di Rai 2?
(voto 5-/10)

sabato 17 marzo 2012

Negozio di dischi: Bruce Springsteen, The Shins, Lo Stato Sociale…

"Faccio ancora dischi perché in posta c'è troppa coda per ritirare la pensione..."
Nuovo appuntamento con gli album del mese, dopo quelli di gennaio e febbraio.
Il menù è all’insegna di nuovi gioiellini, vecchie rockstar e pure qualche sorprendente dischetto italiano…

Bruce Springsteen “Wrecking Ball”
Genere: ex rockstar
Bruce Springsteen vuole per caso diventare lo Zucchero Sugar americano?
Il suo nuovo singolo "We take care of our own" è infatti un plagio una rilettura evidente di "(There’s) Always something there to remind me", pezzo di Burt Bacharach portato al successo da Sandie Shaw e Naked Eyes. Il tutto con giusto una spruzzata in più della sua "Born in the U.S.A.".
Il resto del programma non è da meglio, anzi, composto com’è da pezzi inascoltabili (le cantilene da sagre di paese di “Easy Money” e “Shackled and Drawn”), inni quasi religiosi (“Jack of All Trades”), canzoni deprimenti (“This Depression”) e brani inutili e/o noiosi (tutti gli altri).
Attenzione, Bruce, perché il passo dall’essere chiamato Boss alla demenza senile stile Bossi non è troppo lungo.
Per Springsteen vale la stessa domanda rivolta a, tra gli altri, Spielberg o Al Pacino: non potrebbero godersi la pensione, invece di sputtanarsi la carriera? A questo punto mi viene il dubbio che non ce l’abbiano, la pensione. Monti, visto che tu ne pigli (almeno) due, non puoi darne una pure a loro? Che ti costa? Tanto paghiamo noi…
(voto 4/10)


Bleeding Knees Club “Nothing to Do”
Genere: cazzeggio
Rock and roll!
Dire altro sarebbe solo uno spreco di tempo.
(voto 6,5/10)


Edda “Odio i vivi”
Genere: alcolico
Qui ci troviamo di fronte a un potenziale nuovo cult italiano. Già voce dei Ritmo Tribale nei 90s, ora Edda in veste solista snocciola testi ubriachi in bilico non tra santi e falsi dei, bensì tra il delirio e la genialità.
Un esempio? "Se ti scupi uno come me / perché io so fare l'amore bene."
Un altro esempio? "Sssssssssai che ti chiamano Mary Poppins per quelle grosse mele che hai / vorrei comprare della COCCOINA / il letto me lo bagnerai".
Un altro esempio ancora? "Smettila di frignare / portami almeno al mare / smettila di pensare / ho voglia di scopare."
Roba che potrebbe uscire da un Gianluca Grignani se i suoi produttori gli consentissero di registrare alle 3 del mattino quando è del tutto strafatto.
Odio i vivi, amo Edda.
(voto 7+/10)


Katie Melua “Secret Symphony”
Genere: mellifluo
Per Katie Melua ho un debole totale. È così cariiiiina e ha una voce così emozionaaaaante.
Questo disco però è troppo raffinato ed elegante e troppo poco hype e cool per sfondare nelle classifiche.
Peggio per le classifiche.
(voto 7/10)


"Domani tutti in chiesa, che fa troppo indie."
Lo Stato Sociale “Turisti della democrazia”
Genere: così indie
Il disco d’esordio dello Stato Sociale, o meglio degli Stati Sociali, o meglio ancora dei Lo Stato Sociale presenta dei testi strepitosi ma delle musiche un filino meno. Allegri e contagiosi, soprattutto in una "Vado al mare" che profuma di "Girls & Boys" dei Blur da lontano un miglio, però a livello sonoro hanno ampi margini di miglioramento.
Come direbbe l’uomo scimmia coprofago dalle mani enormi Morandi: si può dare di più.
Già indie cult istantanei comunque i due pezzi manifesto dello Stato: “Mi sono rotto il cazzo” e “Sono così indie”.
(voto 6,5/10)

Sono così indie che il blog è fuori moda...


Maria Antonietta “Maria Antonietta”
Genere: confusa e infelice
Non ho ancora capito se questa Maria Antonietta mi piace o mi infastidisce. È carina, ha un nome GRANDIOSO, però la sua voce… la sua voce è strana. Uno strano che passa dallo strano piacevole alla Carmen Consoli allo strano meno piacevole dell’ultima Bertè gigidalessizzata, fino allo strano ma troppo strano tipo immaginate una Giusy Ferreri indie.
Alcuni pezzi non sono niente male, però il dubbio alla fine resta. Mi piace o mi infastidisce?
(voto 6/10)


Mouse on Mars “Parastrophics”
Genere: marziano
Ci sono gruppi che capisci già tutto di loro solo dal nome: gli Zero Assoluto sono un esempio perfetto. Gli altri sono i Mouse on Mars. Che musica suonerebbe un topo se fosse su Marte? La risposta al quesito ve la dà la musica del duo elettronico tedesco. Due Daft Punk crucchi, o dei novelli Kraftwerk se preferite, che sono tornati in forma strepitosa con un disco che rifugge le mode electro del periodo e finisce per suonare come arrivato da un futuro remoto. O da Marte, appunto. Una goduria.
(voto 8/10)


Nite Jewel “One Second of Love”
Genere: alternative pop
Dicevamo sopra che il nome di un'artista a volte dice già tutto, ed è vero pure in questo caso: la musica di Ramona Gonzalez alias Nite Jewel è un vero gioiellino da ascoltare preferibilmente la notte alta e sogno sveglio.
Un secondo d’amore, ma 40 minuti buoni di grande musica da qualche parte tra le finezze di Joan as Police Woman e Feist. Solo più pop, notturna e sognante.
(voto 8/10)


Perfume Genius “Put Your Back in 2 It”
Genere: melò
Mike Hadreas alias Perfume Genius è un vero genius? Per il momento il termine è esagerato, sebbene io ami le esagerazioni. Però se genio (ancora) non è, almeno un grande talento di certo lo è.
Il suo disco si apre con una melodia inquieta alla Twin Peaks (dunque strepitosa) e procede con atmosfere melodrammatiche, molto melodrammatiche, a tratti persino troppo melodrammatiche, non distanti da Antony and the Johnsons.
Non è adatto se cercate qualcosa di vivace, ma per deprimervi, oh signori e signore, questo è l’ascolto perfetto.
(voto 7,5/10)


"Se ci bocciavi eran botte, Cannibal!"
The Shins “Port of Morrow”
Al quarto album, la indie band preferita da Natalie Portman in Garden State torna alle melodie pop carezzevoli (quanto odio questo termine, però per loro calza a pennello) di Chutes Too Narrow. Tutto molto bello, tutto molto piacevole, per il momento manca giusto la folgorazione personale totale. Però è possibile che arrivi con i prossimi ascolti, in fondo questo album mi ricorda l’ultimo dei Band of Horses, partito in sordida e poi rientrato tra i miei dischi dell’anno 2010. Capiterà lo stesso con questa nuova pop-perla a firma Shins?
Per adesso qualche magic moment si intravede già, tra “It’s only life” e “Simple Song”...
Ascolto raccomandato. Parola di pop-pirla.
(voto 7/10)

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