mercoledì 16 aprile 2014

NUOVE SERIE TV 2014: BROAD CITY, CRISIS, SILICON VALLEY, ABOUT A BOY




Il mondo della tv americana produce serie a un ritmo infernale, quasi quanto Pensieri Cannibali produce post e cazzate a non finire. Vediamo allora di fare il punto della situazione su alcune novità seriali delle ultime settimane, con due matricole che promettono molto bene e altre due che invece si può anche tranquillamente non iniziare a seguire.

Broad City
Ho una nuova droga da proporvi.

NINO… NINO… NINO… NINO… NINO… NINO

Questo, se non si era capito, era il suono della sirena della polizia che sta venendo ad arrestarmi.
Fermi, sbirri. Non stavo parlando di una droga di quel tipo. Stavo parlando di una droga seriale. Broad City è una di quelle serie che ti spari in vena un episodio e poi ne vorresti subito un altro. Peccato che quegli sfaticati di sottotitolisti non si muovano e siano ancora fermi alla prima puntata! Daaai, sbrigatevi!
(scherzo, sottotitolisti, siete tutti bravissimi e bellissimi e vi voglio un mondo di bene, continuate così che senza di voi mi toccherebbe guardare ancora le serie su Mediaset, Cristoiddio)

"Hey, devi proprio leggere Pensieri Cannibali anche mentre ciuliamo?"
Broad City nasce come web-serie ma ora è diventata una serie-tv a tutti gli effetti, in onda negli Stati Uniti su Comedy Central. Scelta più che mai adatta, visto che il pilota di questo telefilm è una delle cose più comiche che mi sia capitato di vedere di recente.
Cosa mi ha ricordato?
Mi ha ricordato Girls. Così come Girls, è una serie ambientata a New York City e propone un alto livello di hipsteritudine, solo che rispetto alla serie di Lena Dunham sembra ancora più improntata sul fancazzismo e sul versante comedy. A differenza di Girls, in cui i personaggi sono (volutamente?) piuttosto odiosi, le due protagoniste di Broad City risultano invece simpatiche, tanto la nerdosa Abbi quanto la hip-hopposa Ilana. Idole fin da subito di una serie irresistibile. Sperando che l’entusiasmo prosegua dopo il pilot pure con i prossimi episodi, fate un salto anche voi nella Broad City e diffondete questa droga.

NINO… NINO… NINO… NINO… NINO… NINO

Okay, non la chiamo più droga. Diffondete anche voi il culto di questa nuova fantastica serie!
Così va meglio, sbirri?
(voto 7,5/10)

Crisis
Sono in crisis di astinenza. Astinenza da Jack Bauer. Non vedo l’ora che torni 24, con la nuova, nona attesissima stagione Live Another Day, in arrivo il prossimo 5 maggio.
Tic tac, tic tac, il tempo sta per scadere ma, nel frattempo, per ingannare l’attesa non resta che trovare un buon surrogato. Il migliore finora si è rivelato Scandal. La serie di Shonda Rhimes con Kerry Washington apparentemente è nata come una specie di serial legal sui generis, ma ben presto è emerso chiaro come il suo adrenalinico indagare all’interno della Casa Bianca rimandi proprio dalle parti di 24.
Tra le serie che si ispirano in maniera ancora più evidente a 24 ci sono poi Hostages, guardabile ma tutt’altro che memorabile thrillerone recente, e la nuovissima Crisis. Com’è, questa Crisis?
Vale esattamente quanto detto per Hostages: un guardabile ma tutt’altro che memorabile thrillerone.
Lo spunto di partenza è intrigante. Una classe di un liceo piena di figli di puttana di uomini e donne potenti, tra cui il figlio del Presidente degli Stati Uniti, viene sequestrata da un gruppo di misteriosi figuri. Da qui si sviluppa un intricato piano criminale che metterà di mezzo i vari genitori dei ragazzi rapiti. Un intreccio condotto in maniera accettabile, soprattutto all’inizio, ma ben presto la voglia di vedere come prosegue scema. Anche perché l’attesa per la nuova stagione di 24 sta per finire e, quando tornerà in azione Jack Bauer, chi cazz’avrà più bisogno di seriette trascurabili come Crisis?
(voto 5,5/10)

"Nerd noi???
Ma cosa scrive, 'sto Pensieri Cannibali?"
Silicon Valley
La prima scena di Silicon Valley la dice lunga, su questa serie. C’è Kid Rock che si esibisce a una festa privata e nessuno se lo caga. Il party si tiene infatti nella Silicon Valley ed è pieno di nerd cui del rap-rock macho del Kid Rock non frega niente. Alla facciazza del mio blogger rivale MrFord, che lo considera un genio musicale uahahah.
Dopo questo folgorante inizio, la serie procede ancora meglio. Silicon Valley sembra la versione HBO di The Big Bang Theory. Cosa che significa che non ci sono tutte le classiche situazioni da sitcom, bensì c’è un umorismo più sottile, che ricorda quello di altre comedy della HBO come Hello Ladies, Veep e Girls. Soprattutto Hello Ladies. Un tipo di comicità di quelli che magari non ti fa pisciare sotto dalle risate, ma comunque è in grado di farti seguire la visione con un sorriso ebete perenne scolpito in faccia.
La trama è molto intrigante e 2.0 e ci racconta l’avventura Steve Jobs oriented di un gruppo di secchioni informatici alle prese con una compagnia startup che potrebbe rivoluzionare il mondo di internet. Tra gli autori di questa promettente serie startup c’è anche Mike Judge, il creatore di Beavis & Butt-head, e il suo zampino irriverente e bello bastardo si fa sentire. Il fascino principale sta però tutto in loro, quegli esseri a lungo emarginati dalla società e che oggi si stanno pigliando parecchie rivincite, anche nel mondo delle serie tv: viva i nerd!
(voto 7/10)

About a Boy
Nick Hornby me lo immagino come Zio Paperone mentre nuota tra le monete d’oro. Non perché dai personaggi dei suoi romanzi emerga un particolare attaccamento al denaro, tutt’altro. Solo perché le sue storie continuano a essere talmente saccheggiate dal mondo del cinema, e ora pure dal piccolo schermo, che il Nick Hornby grazie ai diritti per gli adattamenti ormai avrà i soldi che gli escono dal buco del culo. Il denaro gli arriva da tutte le parti del mondo. Il cinema inglese ha realizzato le trasposizioni di Febbre a 90° e di recente di Non buttiamoci giù, quello italiano ha preso ispirazione da un suo racconto per il pessimo È nata una star?, e naturalmente Hollywood non si è fatta pregare girando L’amore in gioco, versione yankee di Febbre a 90° con il baseball al posto del calcio, e About a Boy.
Adesso About a Boy è diventato anche una serie tv, una sitcom nemmeno del tutto malvagia, però del tutto evitabile. Il cast tv non regge il confronto con il film: l’anonimo David Walton non ha manco un briciolo del carisma e del fascino British di Hugh Grant, Minnie Driver, attrice che non ho mai sopportato, non vale minimamente Toni Collette, e poi il piccolo Benjamin Stockham non è al livello dell’allora esordiente Nicholas Hoult, uno che poi col tempo si sarebbe fatto Jennifer Lawrence.
E se questo bambino qui…


…crescendo si è fatto Jennifer Lawrence, c’è speranza per tutti di farsi Jennifer Lawrence, prima o poi nella vita.
Oltre a un cast non proprio fenomenale, la serie appare come una versione dilungata e non necessaria della pellicola, che io personalmente ho amato molto, ma che già appariva come la versione americanizzata del romanzo di Hornby. Ovvero, questa serie è come la fotocopia sbiadita di una fotocopia riuscita. Ne avevamo davvero bisogno?
(voto 5/10)

DOM HEMINGWAY, LO SCAZZINATORE




Dom Hemingway
(UK 2013)
Regia: Richard Shepard
Sceneggiatura: Richard Shepard
Cast: Jude Law, Richard E. Grant, Demian Bichir, Madalina Diana Ghenea, Kerry Condon, Emilia Clarke, Nathan Stewart-Jarrett, Jordan A. Nash
Genere: criminale
Se ti piace guarda anche: Il lercio, In Bruges, Uomini di parola

A Dom Hemingway piace il cazzo. Lo adora. Il suo, non quello degli altri. A Dom Hemingway piace anche scassinare casseforti. È un Dio nel farlo. È il suo talento. L’altro suo talento, se così vogliamo chiamarlo, è la sfiga. È perseguitato dalla sfiga. A Dom Hemingway non ne va bene una. Perché? Perché sarà anche un criminale scassinatore egocentrico, però in fondo è un buono. E ai buoni le cose non girano mai bene. Così Dom passa 12 anni in galera. Perché? Perché non è una spia. Avrebbe potuto patteggiare e avere uno sconto di pena, ma non è una spia e così si è fatto 12 anni di galera. Dom Hemingway è un po’ il Solomon Northup dei carcerati. Oddio, a parte i 12 anni di prigionia, non hanno granché in comune. Diciamo niente.

Dopo tutti questi anni in gattabuia, Dom esce. Un po’ come Al Pacino in Uomini di parola. Ecco, il paragone è già più calzante, rispetto a quello con 12 anni schiavo. La differenza è che Dom Hemingway quando torna in libertà è più giovane rispetto al vecchio Al che di anni in prigione se n’era fatti 28, eppure alcune cose sono comunque cambiate anche per lui in tutto questo tempo. Ad esempio, dentro i pub e i locali non si può più fumare. Che, per carità, è anche una cosa positiva perché prima c’avevano sempre un’aria irrespirabile, però se uno ci pensa è una cosa assurda. Non lo so, tra un po’ nei locali vieteranno persino gli alcolici e la cosa all’inizio apparirà strana, ma poi tutti ci faranno l’abitudine e, va bene la salute, però è una merda vivere in una società così politically correct. Come le serie “storiche” della HBO e delle altre reti via cavo americane ci insegnao, una volta era tutto un fiorire di bordelli, di posti in cui si poteva scopare, bere e drogarsi in santa pace e adesso è tutto un divieto. È questo ciò che l’uomo chiama progresso?

Una volta ripresa confidenza con il mondo “libero”, se un mondo in cui non si può fumare in un fumoso locale può essere considerato libero, Dom Hemingway cerca di riscattare ciò che gli spetta per aver tenuto la bocca cucita ed essersi fatto 12 anni schiav… pardon, carcerato. “Voglio ciò che mi spetta lo voglio perché mio m’aspetta” mi immagino Dom canticchiare alla Giovanni Lindo Ferretti. In realtà i CSI non sono presenti in colonna sonora, anche perché questo è un film britannico e nel Regno Unito il Consorzio Suonatori Indipendenti manco sanno cos’è. Non ci sono i CSI, però la soundtrack del film è una bella storia. Un’autentica bomba che sfoggia perle di Primal Scream, Motorhead e Pixies (quelli fighi di una volta, non quelli spenti di oggi). Il momento musicale che rimane più impresso è però “Fisherman’s Blues” dei Waterboys, una delle canzoni più belle di tutti i tempi, in questo film interpretata da Emilia Clarke.


"Anche se adesso ho questo look da barbona, non deridetemi.
Sono pur sempre la madre dei draghi!
Ebbene sì, miei cari fan di Game of Thrones in ascolto. Dopo averla vista anche in Spike Island, la Khaleesi in questo film non gioca con i draghetti, bensì è la figlia di Dom Hemingway. Dom Hemingway ve l’ho presentato qui sopra. È un idolo. Un fenomeno. Uno spasso totale. Se non ce l’hai per padre. Se ce l’hai per padre, è una vera merda. Potete quindi capire come Emilia Clarke non impazzisca per lui. Ma questo non è un suo problema. Non è un problema suo, né dei suoi draghetti. Il problema è di Dom Hemingway che, oltre a volersi prendere ciò che gli spetta a livello economico, dopo 12 anni in cella dovrà anche cercare di riallacciare i rapporti con la figlia Khaleesi, anzi no, adesso dobbiamo chiamarla Fhyga… volevo dire Mhysa. Miei cari fan di Game of Thrones in ascolto, vi devo però dare anche una brutta notizia. Emilia Clarke in questo film compare giusto per pochi minuti. Il solo e unico grande protagonista della pellicola è infatti lui, Dom Hemingway, interpretato da un Jude Law scatenato come non mai. Jude Law attore che ho sempre apprezzato molto e che negli ultimi tempi si era specializzato nel tratteggiare in maniera sottile personaggi minori, un po’ sotto tono, come in Closer, Anna Karenina, Effetti collaterali, Contagion o pure il Watson di Sherlock Holmes versione Robert Downey Jr., e invece questa volta è lui a interpretare un personaggio costantemente sopra le righe. Un idolo. Un fenomeno. Uno spasso totale. Un personaggio da amare alla follia. Se non ce l’hai per padre.
(voto 7+/10)

 

martedì 15 aprile 2014

LE LETTURE CON CUI SONO CRESCIUTO




Tempo di Top 10.
Ancora?
Ebbene sì.
La “Serie sulla crescita” di Pensieri Cannibali diventa (quasi) adulta e raggiunge il suo quinto capitolo. A questo punto scatta d’obbligo un riassunto dei capitoli precedenti:

Oggi è invece il turno delle 10 letture con cui sono cresciuto. Precisazione: non le più belle, non necessariamente le mie preferite, solo quelle che nel bene o nel male hanno segnato i miei anni infantili e adolescenziali. Dentro ci sono libri, romanzi, ma anche riviste, giornali e giornaletti.

Volete farlo anche voi?
Partecipate a questo giochino/lista sui vostri blog, social network o qui sotto tra i commenti, e nel frattempo beccatevi la mia Top 10.


10. Alessandro Manzoni “I promessi sposi”
Ai tempi del liceo odiavo I promessi sposi, poi crescendo… l’ho odiato ancora di più. È una schifezza scritta male, con personaggi ridicoli, una trama degna di una fiction di Canale 5 e un’insopportabile e onnipresente morale cattolica. Non so se viene insegnato ancora, credo di sì, ma andrebbe bandito da tutte le scuole. E pure da biblioteche e librerie, già che ci siamo. Io sono stato obbligato a leggerlo al liceo, me lo sono risorbito pure all’università, spero che almeno le nuove generazioni se lo possano risparmiare.
A meno che la scena del matrimonio non sia riscritta da George R. R. Martin...

"Questo post non s'ha da fare!"

9. Topolino e Corriere dei Piccoli
L’anti-Disney Cannibal Kid è cresciuto con Topolino?
Ebbene sì. Alle storie del topo più antipatico del mondo, a parte Geronimo Stilton, ho comunque sempre preferito le vicende dedicate ai paperi.
L’altra rivista con cui il piccolo me è cresciuto è il Corriere dei Piccoli, anche noto come Corrierino. Dentro si potevano trovare cose allucinanti come la Pimpa e il Signor Bonaventura. Ma perché diavolo lo leggevo e perché diavolo mi piaceva pure così tanto?


8. Antoine de Saint-Exupéry “Il piccolo principe”
Un’opera letteraria per bambini, forse.
O forse, probabilmente, uno dei libri più profondi mai scritti.

"Che bello il mio vestitino, me l'ha disegnato Miuccia Prada."

7. Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray”
Il romanzo dandy per eccellenza. Un punto fermo nella mia formazione culturale. Troppo chic.


6. Enrico Brizzi “Bastogne”
Il mio primo approccio agli scrittori “cannibali” è stato con questo libro. Mio padre all’epoca aveva un’edicola e, tra i Miti Mondadori usciti che mi potevo leggere a scrocco, c’era l’opera seconda di Enrico Brizzi, che mi lessi quindi ancor prima del suo celebre esordio Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Per quanto anche quest’ultimo abbia segnato la mia adolescenza, Bastogne è Bastogne. Un’Arancia Meccanica ambientato nella Nizza degli anni ’80, con dentro un sacco di sesso, droga, violenza e grande musica del decennio. Per il me quindicenne di allora non poteva esserci niente di più fico. E forse nemmeno per il me di oggi.


5. George Orwell “1984”
Questo è un libro con cui sono cresciuti in tanti. Silvio Berlusconi di certo l’ha letto in maniera attenta, così come gli sceneggiatori del Grande Fratello, l’autrice di Hunger Games e più in generale gli autori del 99% di romanzi, film, serie tv e fumetti distopici/futuristici.
E pure io.


4. Ciak, Duel e Film Tv
Perché ho cominciato a scrivere di cinema?
O, se preferite, chi potete maledire perché Pensieri Cannibali è diventato un sito prevalentemente cinematografico?
Per quanto riguarda la parte più pop e se vogliamo “commerciale”, ma anche per la mania di fare liste e classifiche e per il cercare di rivolgersi a un pubblico più vasto possibile, il mio punto di riferimento è sempre stato Ciak. Per quanto riguarda l’anima più alternativa e se vogliamo “radical-chic”, il modello era invece [duel], diventata oggi duellanti, una rivista che leggevamo in quattro gatti ma che era scritta in maniera di-vi-na. Via di mezzo tra le due correnti è poi il sempre valido Film Tv, pubblicazione nata con la scusa di essere una guida ai programmi tv, ma in realtà soprattutto una rivista di cinema, di grande Cinema.


3. Bret Easton Ellis “American Psycho”
American Psycho mi ha fatto a pezzi. Mai nessun romanzo mi era entrato sotto pelle in una maniera così prepotente e malvagia. Questo romanzo mi ha distrutto, massacrato, mi ha reso più cinico e cattivo.
Ci sono libri che ti fanno diventare una persona migliore. American Psycho non è di sicuro tra quelli.


2. Il Mucchio Selvaggio
Una rivista che è stata un mio riferimento fondamentale assoluto. Sia per la musica consigliata, molto radical-chic e alternativa, sia per lo stile di scrittura. Tra le sue pagine sono poi passate nel corso degli anni grandi penne. Dall’appassionato di musica brit Carlo Villa al politologo Massimo del Papa, dall’electro boy Damir Ivic al tuttologo Luca Castelli, passando per il direttore e factotum Max Stefani. C’era pure un giovane Andrea Scanzi, oggi prezzemolino tv, all’epoca davvero un portento con le parole. Come scriveva lui di calcio, con le sue fissazioni per Rui Costa, Garrincha e Savicevic, non ho letto nessuno mai.
Negli ultimi anni sono successi dei casini, è cambiata la gestione della rivista, alcune ottime firme come Claudia Durastanti sono comunque sempre presenti, però per me Il Mucchio resta un modello esistenziale soprattutto per quanto riguarda i miei anni adolescenziali.


1. J.D.Salinger “Il giovane Holden”
Il giovane Cannibal è cresciuto con Il giovane Holden. Una pietra miliare che ha cambiato per sempre il mio modo di scrivere, e forse anche il mio modo di vedere il mondo.

lunedì 14 aprile 2014

THE 100, CENTO! CENTO! CENTO!




The 100
(serie tv, stagione 1, episodi 1-4)
Rete americana: The CW
Rete italiana: non ancora arrivata
Sviluppato da: Jason Rothenberg
Ispirato al romanzo: The 100 di Kass Morgan
Cast: Eliza Taylor, Thomas McDonell, Paige Turco, Bob Morley, Marie Avgeropoulos, Henry Ian Cusick, Isaiah Washington, Devon Bostick, Christopher Larkin, Richard Harmon, Chris Browning, Eli Goree
Genere: sci-fi bimbo-minkia
Se ti piace guarda anche: Hunger Games, The Philosophers, After Earth, Lost

The 100 è una serie che prende il titolo da Ok, il prezzo è giusto.
CENTO! CENTO! CENTO!


Da quello, oppure da ciò che racconta. La storia è infatti quella di 100 ragazzi che vengono rimandati sulla Terra, rimasta disabitata per un centinaio d’anni in seguito a un disastro nucleare. Il solito disastro che capita nei film e nelle serie tv americane. I pochi umani sopravvissuti vivono su una stazione spaziale, come in Elysium, ma una versione più da morti de fame. Inoltre le scorte d’aria stanno finendo e quindi c’è bisogno di ritornare sulla Terra. Ma la Terra sarà ancora un pianeta abitabile?
Per scoprirlo, gli adulti fifoni mandano in avanscoperta questi 100 ragazzi/ragazze. Una volta atterrati sulla Terra, qual è la prima frase che pronunciano?
Pensate a qualcosa del tipo “Un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”?
Eh no, abbelli. La prima tipa che rimette piede sulla Terra dopo 100 anni grida: “We're back, bitches!”. 


Geniale. È lì che ti rendi conto che stai vedendo proprio una serie al 100% della The CW, il canale più bimbominkioso del pianeta, e capisci che quella serie non potrai fare a meno di continuare a seguirla. È lì che capisci anche che di sicuro non ti trovi di fronte a un prodotto di alta qualità, ma di alto godimento sì. Il classico guilty pleasure.

Da qui in poi, la serie si sviluppa come un non troppo fantasioso incrocio tra Il signore delle mosche e due delle serie di maggior successo degli ultimi anni: la saga di Hunger Games, non a caso pure in questo caso l’ispirazione è presa da un teen fantasy letterario, e la serie tv Lost. Diciamo che è una versione bimbominkiosa di Lost e a contribuire a quest’impressione ci pensa anche la presenza nel cast di Henry Ian Cusick, quello che nel cult di J.J. Abrams aveva lo splendido ruolo di Desmond e che poi, come un po’ tutti gli altri attori di Lost, non ha più combinato una mazza se non delle porcherie.
Sfiga di Lost senza ritorno!

Più che l'ultima cena, l'ultima volta che qualcuno di loro ha recitato in qualcosa di decente.

Se Henry Ian Cusick recita con un notevole scazzo addosso, così come l’altro volto (più o meno) celebre Isaiah Washington, ex Dottor Burke di Grey’s Anatomy, pure il cast di sprovveduti giovincelli non è che convinca molto. La protagonista Eliza Taylor è la versione brutta (relativamente, siamo pur sempre in una serie della The CW) e senza talento di Jennifer Lawrence.

"La versione brutta di Jennifer Lawrence?
Ma questo è il complimento più bello che mi abbiano mai fatto!"

Il suo moroso Thomas McDonell, invece, con quel look da capellone anni ’90 appare come un “Vorrei essere il nuovo Johnny Depp, ma non posso.” Ci sono poi un paio di immancabili personaggi nerd, che però sono meno divertenti rispetto al personaggio nerd medio di una serie tv media, un tale che si chiama Bob Morley ma non ha i rasta, e la migliore è allora la figona della serie, l’impronunciabile Marie Avgeropoulos, già vista in una particina nello splendido film 50 e 50, l’idola che a inizio serie grida: “We're back, bitches!”.

Questa serie in pratica è recitata male, presenta una serie di idee rubate a destra e a manca, al suo interno propone un sacco di situazioni involontariamente ridicole e, nonostante tutto questo, o forse proprio per tutto questo, funziona. The 100 è una droga seriale magari non potentissima, ma comunque the-cente abbastanza da farti venire voglia di vedere un nuovo episodio, e poi un altro ancora. Proprio ciò che una buona serie trash deve fare, soprattutto in questo periodo in cui le Pretty Little Liars sono in vacanza.
Sconnettete il cervello allora, sintonizzatevi su questa nuova serie e cominciate a gridare:
“CENTO! CENTO! CENTO!”
(voto 6+/10)

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